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“Zio Vanja”, Anton Čechov (1897 ca.)

La tranquillità della residenza di campagna nella proprietà dei Serebrjakov è sconvolta dall’arrivo del padrone e della moglie. La loro permanenza mette a nudo il vuoto e il dolore delle vite di Vojnickij e della nipote Sonja, i curatori della tenuta che vivono amministrandola con meticolosa dedizione e inviando poi il denaro al professor Serebrjakov.

La letteratura ottocentesca russa affonda la propria ricerca nel dolore esistenziale; e Anton Čechov ne è un fulgido esempio. La vasta raccolta di racconti, e la produzione di drammi teatrali sono impregnati di ricerca del senso della vita, dell’attimo che sfugge, della precarietà e dell’illusione. Il teatro cechoviano, in particolare, non ha timore alcuno ad affrontare tali riflessioni; non le schiva, non le circuisce, non le addolcisce. Non fa proprio il consiglio della Dickinson “Tell the truth, but tell it slant” [1253].

 

MAR’JA VASIL’EVNA: Scusa, sai, Jean, ma in quest’ultimo anno sei tanto cambiato, che non ti riconosco più. Eri un uomo di fermi principi, una personalità luminosa, eri un faro!

VOJNICKIJ: Oh sì! Un faro! Un faro che non illuminava nessuno!

 

Lo “Zio Vanja” del titolo è Vojnickij, un uomo di mezza età che sbraita e maltratta chiunque gli capiti a tiro. Ha passato la propria vita a lavorare per conto del professor Serebrjakov, per poi rendersi conto della pochezza dell’intellettuale che tanto ammirava, del nulla che gli rimane tra le mani dopo aver sacrificato l’intera esistenza in nome di un ideale che improvvisamente è scomparso. A chiamarlo zio Vanja è Sonja, la giovane nipote che porta nell’animo un’amarezza analoga a quella dello zio; l’amarezza di sapere che la propria sorte è segnata dalla mancanza di bellezza e di fascino, dall’impossibilità di condurre una vita felice, dal dover lavorare per poter sentirsi utile e riuscire a sopportare una verità così dolorosa.

Sonja e lo zio Vanja sono i due complementari e affini protagonisti del dramma, a cui si affiancano il dottor Astrov ed Elena Andreevna, e i rimanenti quattro personaggi (l’anziano professor Serebrjakov, la madre di Vanja, l’anziana bambinaia Marina e il proprietario decaduto Telegin).

Elena, seconda moglie di Serebrjakov, giovane e attraente, porta questo nome non a caso. È lei a turbare gli animi della casa, a distoglierli dalle occupazioni quotidiane, dal lavoro che salva e ottunde al tempo stesso. Elena attira Vojnickij, che vede in lei una speranza di tornare alla vita; è lo specchio attraverso cui Sonja si rende conto di essere condannata all’infelicità e alla solitudine; è il motivo per cui il dottor Astrov prende a frequentare con assiduità la tenuta, trascurando il proprio lavoro. Eppure anche Elena è infelice; il fascino e la bellezza la condannano ad essere ritenuta un’ammaliatrice superficiale e languida, mentre dentro di lei si annida un’inquietudine che le impedisce di fare alcunché, una rettitudine coniugale che nessuno le attribuisce, una conoscenza del cuore umano che rende più dolorosa la sua inettitudine.

E non è più felice il dottor Astrov, medico di campagna abbrutito dal massacrante impegno che lo tiene occupato giorno e notte, eppure ancora non dimentico dell’importanza di lavorare per gli uomini del futuro; l’unica speranza che consente al dottore di sopravvivere alla propria esistenza.

 

ASTROV: Bisogna essere barbari senza testa per ridurre in cenere nella stufa tanta bellezza, e distruggere quello che non possiamo creare. L’uomo è dotato di ragione e di forza creativa per far fruttare quel che gli è stato dato: ma finora non ha creato, ha distrutto.

 

Nella natura Astrov ritrova sé stesso fin quando poi anch’essa è travolta dal vuoto che si propaga dalla tenuta Serebrjakov. Perché è il vuoto il vero demone che fa impazzire Vojnickij. La delusione di aver perso la fiducia nell’uomo, nel genio, cui aveva consacrato la propria vita. La realizzazione di aver vissuto senza motivo e sprecato gli anni più vigorosi della propria esistenza. Quegli stessi anni che la nipote Sonja sta vivendo già sapendo di non avere nulla di cui illudersi. Non è decisamente un caso che il dramma abbia come titolo l’appellativo che il cinico, disperato, angosciato Vojnickij si sente rivolgere dalla nipote, suo alter ego femminile, che da quella disillusione trae una forza disperata. Zio e nipote sono legati da una condivisa esistenza vissuta in attesa della morte, l’unica liberazione da quel tormento che non hanno scelto.

La disperazione di Vojnickij apre la strada alla figura dell’inetto che investe tanta letteratura primonovecentesca. Anche Vojnickij è un inetto; la sua istanza di ribellione è destinata a soffocarsi da sola perché non ha la forza, i mezzi, le condizioni per realizzarsi. Non può essere. Nemmeno il suicidio gli riesce. I colpi di rivoltella che si odono fuori dallo spazio scenico non colgono nel segno. Eppure è un inetto diverso da quelli che seguiranno. Vojnickij vive il trauma della disillusione. Mattia Pascal è già disincantato. Non c’è speranza, nella vita di Vojnickij e Sonja. Solamente la consapevolezza di Sonja che la loro vita è un nulla tra altre vite, che non rimane che soffrire, e tanto vale lavorare per lasciare qualcosa a chi seguirà. Uno spiraglio di apertura umanistica rispetto all’individualismo esasperato che, dal Novecento in poi, incastrerà ogni singolo essere umano nella propria bolla.

Il dramma in quattro atti era stato scritto rielaborando un’opera a cui l’autore lavorava già da diversi anni, e rendendola più scarna, densa e significativa. Il dottor Astrov diventava nella nuova versione un medico dubbioso del suo operato che può solo prolungare la sofferenza umana.

Tolstoj non apprezzò l’insistere sull’esistenzialismo e sul lirismo del teatro di Čechov. Il tempo non gli darà ragione…

 

VOJNICKIJ: Ora pioverà e tutto, nella natura, tornerà fresco, respirerà di sollievo. Solo a me non darà sollievo, il temporale. Giorno e notte, come un incubo, mi soffoca… l’idea che la mia vita è irrimediabilmente perduta.

 

 

Le citazioni sono tratte da A. Čechov, G. Guerrieri (a cura di), “Teatro”, 1982, Arnoldo Mondadori Editore, Milano

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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