Da provare almeno una volta nella vita,  Libri

Ragazzine terribili nel metrò – “Zazie dans le métro”, Raymond Queneau

Avere dei nipoti, al giorno d’oggi, può essere una grande responsabilità.

Specie se questi dolci fanciulli non conoscono il senso della vergogna e infilano una parola volgare ogni tre pronunciate.

È pur vero che uno zio deve essere un esempio morale per il fanciullo, e la cosa può risultare abbastanza ostica se il proprio lavoro consiste nel ballare travestito da spagnola in un locale notturno.

Zazie è una dolce bambinetta di provincia scaricata per un paio di giorni a Parigi presso lo zio Gabriel (nome d’arte Gabriella) dalla madre, in libera uscita col proprio moroso (che no, non è il padre di Zazie). La fanciullina è abbastanza scafata per la sua età: parla come uno scaricatore di porto, infinocchia con estrema facilità lo stuolo circense di adulti che le ruota attorno, ed è giunta a Parigi con l’intenzione precisa di realizzare il sogno della sua vita, ovvero fare un giro in metrò.

Il destino le è però avverso, giacché proprio in quei giorni lo sciopero dei manutentori ha bloccato la metropolitana parigina.

La reazione della piccina alle proposte alternative dello zio non è delle più concilianti (“Napoleone un c…, – replica Zazie. – Non m’interessa niente, quello sgonfione, col suo cappello da fesso.”); ma presto dovrà rassegnarsi a far conoscenza con l’incredibile umanità che vive nel quartiere dello zio e, tra una fuga e l’altra, verrà coinvolta in un turbinio di personaggi ed avventure che finiranno per metterla knockout (e vi garantisco che mettere knockout Zazie è impresa pressoché titanica).

Pubblicato nel 1959 dalla storica casa editrice parigina Gallimard, “Zazie dans le métro” è l’opera più conosciuta di un autore che ha fatto dell’estro linguistico il suo marchio di fabbrica, rendendo le parole lo specchio della varietà, della complessità e dell’ironia sottesi all’esistenza umana.

Onore a Franco Fortini che ha reso ottimamente in italiano la prosa funambolica di Raymond Queneau, riuscendo a compiere un eccellente esempio di traduzione d’autore nello spirito dell’originale – a tal proposito sono da ricordare anche la traduzione italiana di “I fiori blu” curata da Italo Calvino e l’esilarante, geniale “Esercizi di stile” curato in Italia da Umberto Eco.

Un giorno dovrò dedicare un post apposito all’autore Queneau e alla sua collaborazione con l’O.U.L.I.P.O. (ai tempi dell’università ne ero completamente ossessionata, e lessi testi su testi dedicati agli esperimenti linguistici di questo laboratorio); ora però voglio dedicarmi ancora a parlare di questo eccezionale racconto, che è il libro che, se fossi una scrittrice, avrei voluto scrivere. Insomma, libri che amo e che mi fanno illuminare lo sguardo solo a sentirli nominare ce ne sono (non sono tantissimi, ma esistono); questo però è per me un mito, un punto fermo che nulla potrà mai scalfire, una delle poche certezze della mia vita.

Il modo in cui Queneau è riuscito a condensare in un agile romanzo nemmeno tanto lungo la vita, la morte, la filosofia, la tradizione letteraria, gli archetipi e gli stereotipi della cultura francese bassa e alta, e questa lingua snella, scattante, diretta e asciutta, colta, ironica, metaletteraria e metalinguistica, che contamina con estrema naturalezza registro specialistico e registro basso… vabbè, la faccio breve; tutto ciò è per me estremamente eccezionale. Il fatto che io mi sbellichi di risate per l’intera lettura del libro e a volume chiuso mi ritrovi con dentro un intollerabile senso di malinconia è qualcosa di cui non mi raccapezzerò mai, e ne sono ben lieta.

I personaggi del romanzo entrano ed escono di scena come attori di teatro, e come tali noi impariamo a conoscerli e ad amarli. Ecco lo zio Gabriel, vittima sacrificale di cotale nipote; ecco la moglie Marceline, dolce e mite ma in grado di fuggire dalle attenzioni maschili indesiderate; ecco il flic di turno, presunto “satiro” ed esperto di mercati delle pulci; e poi la vedova Mouaque, inconsolabile ma solo perché non trova un uomo che la voglia consolare; il taxista Charles, che conosce Parigi meno dei turisti che la frequentano, e via così, in un caleidoscopio di volti e personaggi senza fine.

“L’essere o il nulla, ecco il problema. Salire, scendere, andare, venire; tanto fa l’uomo che alla fine sparisce. Un tassì lo reca, un métro lo porta via, la torre non ci bada, e il Pànteon neppure. Parigi è solo un sogno, Gabriel è solo un’ombra (incantevole), Zazie il sogno d’un’ombra (o di un incubo) e tutta questa storia il sogno di un sogno, l’ombra di un’ombra, poco più di un delirio scritto a macchina da un romanziere idiota (oh! mi scusi).”

(le citazioni sono tratte da Raymond Queneau, “Zazie nel metrò”, Einaudi 2005)

 

 

La mia valutazione: 10/10

 

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

4 Comments

  • Marianna Oscar Francoise

    è davvero un’opera fantastica e densa di contenuti …io poi sono fortunata perchè la mia sorellina in più occasioni ha recitato scorci davvero significativi di questo fantasioso romanzo…ai tempi in cui entrambe credevamo nel futuro e nella forza impetuosa delle nostre scelte…..maldestre….

  • Asaka

    Il “maldestre” dovevi proprio aggiungerlo? 8)
    È una di quelle opere che ti fa tornare a credere in qualcosa di più di quello che ti ritrovi tra le mani (e tra i piedi) tutti i giorni…
    tua sorella del resto è una persona molto colta… :mrgreen:

    PS: ma quanti nomi hai usato? Saluta quel fannullone di Gerard e tira fuori André, piuttosto
    PPS: grazie per essere passata ♥

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