Cinema

“White Material”, Claire Denis (2009)

Claire Denis, figlia di un amministratore coloniale d’Oltralpe, crebbe nell’Africa “francese”, dove visse fino ai 14 anni, l’età del ritorno in Europa. L’esperienza di quell’infanzia spesa tra Camerun, Somalia e Senegal si riversa nella sua produzione filmica, che non può avere il ritmo narrativo del racconto occidentale, non può guardare alle tematiche e alle focalizzazioni europee, ma rimane sempre sospesa nell’atto di cogliere l’interazione tra dominatore e dominato, la discesa nella “wilderness” di chi si ritiene privilegiato e superiore ed è suo malgrado affascinato da una cultura che rimane inaccessibile, ed infine distrutto da sé stesso.

“White Material” è la storia di una donna francese, Maria Vial, che, in un Paese africano sull’orlo della guerra civile, si ostina a mandare avanti la produzione di caffè della propria azienda rifiutando di accorgersi dell’emergenza della situazione. Il Paese in cui la vicenda è ambientata non è definito, ma le riprese sono state effettuate perlopiù in Camerun – la Denis è spesso tornata a girare le sue storie nei luoghi della propria infanzia.

Sin dall’inizio la pellicola è dominata dalla presenza della protagonista, dalla sua ostinazione ad andare contro la Storia, contro la guerra civile e contro il pericolo della morte, mentre lei è sempre lì, centro dell’inquadratura, a fermare una corriera per le strade deserte e polverose, a viaggiare su una moto, ad affannarsi per tentare di raggiungere la sua meta. Sempre in movimento, sempre dinamica. Contro il flusso di persone in fuga, di eventi che si affastellano, di percorsi e direzioni non definiti, spinta da un unico obiettivo: continuare a produrre caffè. Maria, nel suo andare in direzione ostinatamente decisa, finisce per essere l’unico punto fermo tra spinte centrifughe presto ingovernabili. Il magma di un Paese che cerca riscatto sociale e liberazione dagli oppressori europei in maniera cieca e violenta diventa il magma dello stile registico della Denis, fatto di un montaggio che scardina la cronologia temporale e confonde lo spettatore, lo disorienta mentre cerca di trovare la strada del film tra i vestiti diversi della Huppert, le ellissi narrative, le sospensioni e le reticenze. Modi registici per rendere il caos di una popolazione spaccata, in cerca di libertà ma forse ancora più di possesso, scombussolata ed estremamente arrabbiata, che tenta la coordinazione attraverso una radio di musica reggae, ma finisce per sbandare rovinosamente. Il “Boxeur”, l’eroe della liberazione, giace per tutto il film disteso e sanguinante; la liberazione dall’oppressione prende il segno del furto e della sopraffazione; i metodi subìti diventano i metodi applicati. L’ellissi di cui la Denis si serve è allusione ad un’oscurità che la sua discrezione di cineasta preferisce non mostrare crudamente, ma suggerire in tutto il suo orrore. Lontano dalle suggestioni esotiche e quasi fuori dal tempo del bellissimo “Beau Travail”, “White Material” si concentra in maniera indiscussa sulle “cose dei bianchi”, e sebbene di “bianchi” non se ne vedano poi molti per tutto il film, è tutto impregnato del loro dominio, della loro arroganza, della loro legge di sopraffazione. Si legge su molte recensioni che questo sarebbe un film minore della Denis, ma mi chiedo se tale giudizio non provenga proprio dalla sgradevolezza della ribellione mostrata, sensazione che evoca nello spettatore la latente consapevolezza di stare guardando il proprio dominio ripreso e rovesciato; di assistere alla terrificante introiezione della violenza del dominatore su chi l’ha subìta. E la fatica che la Denis ci chiede nel seguire il film e ricomporne la narrazione frammentaria è necessaria per meglio avvertire il colpo allo stomaco delle nostre responsabilità, che distruggono e frammentano ben altro che la sceneggiatura di un film.

L’ipnotica colonna sonora dei Tindersticks accompagna la storia di questa protagonista indefinibile per lo spettatore, giacché se durante le prime battute il suo pare l’atteggiamento del colonizzatore che ha l’arroganza di pretendere che il mondo ruoti attorno ai suoi interessi, più avanti inquadrare il personaggio diventa sempre più complesso, per l’ostinazione quasi da eroina tragica che esso mostra, rendendo Maria impossibile da odiare come da stimare. Forse vittima del mal d’Africa, forse “bianca” che mette la propria azienda al primo posto, forse donna che tenta di difendere l’unica cosa in cui crede; impossibile definirlo, come impossibile da definire è la follia del figlio abulico, perdita di sé nel cuore di tenebra dell’inappartenenza (il riferimento a Joseph Conrad non è casuale; la suggestione di “Heart of darkness” è palpabile in questo ed altri film della Denis); e impossibile da definire rimane la terra in cui vive, lava resa incandescente da secoli di colonizzazione e falsa decolonizzazione. I bambini che usano violenza con il fucile sono lì a ricordarcelo. Ma anche i ribelli sbagliano e sono vittime di un’illusione; quelle cose da “bianchi”, da “stupidi bianchi”, ormai appartengono anche a loro. Come una Fanta bevuta da una bambina, come una collanina rubata e prontamente indossata.

L’Africa raccontata dalla Denis è uno spazio arido e polveroso in cui tutti sono alla ricerca della propria identità e nessuno sembra trovarla. Una sola legge è universalmente valida: la sopraffazione.

Opera disturbante di una grande regista. Da vedere.

 

La mia valutazione:

[rating=8]

 

“White Material”, di Claire Denis.

Con Isabelle Huppert, Nicolas Duvauchelle, William Nadylam, Christopher Lambert.

Drammatico.

Francia 2009.

Durata: 100′.

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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