Cinema

“Vincent & Theo”, Robert Altman (1990)

È con estrema discrezione che Robert Altman racconta la vita di Vincent Van Gogh e il forte legame con il fratello Theodore in “Vincent & Theo”. Messi da parte gli overlapping, i peculiari movimenti di macchina e i set affollati di attori, Altman opta per uno stile più sommesso, meno ingombrante, lavorando sulla fotografia per ottenere i colori accesi e complementari della pittura di Van Gogh, e realizzare un set quanto più vicino possibile agli ambienti dipinti dal grande artista olandese.

Provocatoriamente il film si apre con la vendita all’asta di un quadro di Van Gogh da Christie’s, e mentre la voce del banditore procede inesorabile nell’aumentare le quotazioni del dipinto a cifre vertiginose, sullo schermo scorrono i due fratelli Van Gogh nell’atto di litigare per problemi economici: Vincent, che ha deciso di diventare pittore, vive da pezzente per potersi dedicare all’arte, e il fratello Theo, che in segreto lo sostiene economicamente, tenta di ricondurlo “alla ragione”.

Le tappe essenziali e note della vita di Van Gogh sono riproposte con una certa precisione: gli inizi da autodidatta, i corsi frequentati a Parigi, la convivenza con una prostituta, il rapporto ambiguo e sofferto con Gauguin, la costante ricerca di un affetto forte e fermo nella propria vita, il taglio di parte dell’orecchio sinistro, il ricovero in manicomio, la perpetua tristezza, la sensazione di essere un peso, il suicidio.

 

Vincent & Theo 4

 

Ma Altman sembra sfiorare con discrezione la vita e la sofferenza di Van Gogh, concentrandosi sulla vera grande passione della vita dell’artista: il colore. Dal colore il Van Gogh di Altman è travolto in ogni scena, rendendolo chiave di lettura dell’intero film. Il pittore lo tocca, lo ingerisce, se ne sporca il corpo, i vestiti, la bocca, i denti; lo usa per disegnare maschere sui volti proprio e altrui. Lo vive fisicamente, ossessionato dall’esigenza di trascinare la realtà nel riquadro di una tela.

Com’è noto, Van Gogh iniziò a dipingere relativamente tardi, quasi trentenne, e la sua vocazione fu fulminante. Non ebbe riconoscimenti dai colleghi e dai fruitori d’arte, e il fratello Theo, che gestiva una galleria d’arte a Parigi, non poteva vendere i suoi quadri perché non confacenti ai gusti dell’epoca. Theo aveva quattro anni meno di Vincent, e fu il suo supporto morale ed economico. Gli forniva il denaro con cui vivere dedicandosi alla pittura, ma anche l’incoraggiamento; le lettere tra i due fratelli testimoniano di un legame stretto; era a Theo che Vincent spediva continuamente le proprie opere, per riceverne il parere e mostrare il livello del proprio lavoro, denigrato dagli altri; a Theo Vincent riusciva a parlare come non poteva fare con altri. Fu Theo a fare in modo che Gauguin potesse raggiungere Van Gogh ad Arles, per realizzare un desiderio del fratello, per cui fu sempre molto preoccupato. Lo stesso Theo tuttavia aveva i propri problemi, in primo luogo la sifilide, e poi le difficoltà economiche che gli rendevano sempre più arduo mantenere Vincent, oltre alla propria famiglia.

Tutti questi eventi sono attraversati dal film come ne è attraversato il genio dell’artista. Altman non esplora, non scandaglia, non offre spiegazioni, ma narra i colori e le suggestioni di un artista incompreso. Qualcosa non funziona nel film, forse la prova di Tim Roth nei panni del protagonista che rimane quasi neutra (ma è una mia personalissima opinione), o forse la natura televisiva del prodotto, che, pur avendo un’alta qualità, a volte offre soluzioni, anche visive, evitabili. In qualche maniera, sia per la discrezione con cui il regista racconta la storia, sia per qualche elemento interno al film, è una pellicola che non brucia come dovrebbe, ma tocca per il legame raffinato tra i due fratelli, per la tensione continua dell’artista ad una istanza di realismo che non sia solo mera riproduzione, bensì ricerca della verità e del cuore dei soggetti rappresentati. Tocca per la musica dissacrante utilizzata all’inizio e alla fine del film, a indicare un’incomprensione inesorabile subìta durante la vita, dura e aspra come note stridenti. Tocca per la timidezza con cui il Vincent di Tim Roth si eclissa dietro una tenda quando si rende conto di essere un involontario peso per la famiglia del fratello.

 

Vincent & Theo 2

 

Punti di forza di un film interessante che non riesce però a restituire la poesia e la sofferenza dell’animo tumultuoso del grande artista. E forse non era nemmeno l’intento di Altman, fermo un passo indietro ad osservare il legame indissolubile tra due fratelli uniti dall’arte e dal mal di vivere.

 

La mia valutazione: 7/10

 

 

 

Vincent & Theo

Durata: 194′ (versione televisiva), 133′ (versione cinematografica).

1990, Francia, Germania, Italia, UK, Paesi Bassi

Tim Roth, Paul Rhys, Jip Wijngaarden, Johanna ter Steege, Jean-Pierre Cassel, Vladimir Yordanoff, Bernadette Giraud, Jean-François Perrier.

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 Comments

  • Antonietta

    Visto e considerato che debbo sorbirmi, sempre e invariabilmente, il rimbrotto della Sig.na Asak-ind-‘o-metrò per i miei commenti, a suo avviso, capziosi e poco pertinenti, non perdo neppure tempo a cercare di agganciarmi a questo film, che, per altro, ho anche visto tempo addietro, e passo subito a scrivere:
    1. il film non fa nemmeno un accenno alla fase da autostoppista di Van Gogh, vissuta nell’estate del 1878, e portata avanti fino a quando Vincent non si rese conto che, nell’estate del 1878, non circolavano molte automobili, quindi, gli sarebbe convenuto optare per una carrozza;
    2. il dipinto battuto all’asta, all’inizio del film, era il famoso ‘Autoritratto della camera da letto’ di Van Gogh;
    3. sono usciti i trasferimenti. E no, non mi hanno mandata ad Arles.

    • Asaka

      Ci sarebbe da chiedersi come mai, nonostante i miei rimbrotti ti arrechino tanta insofferenza, sei sempre qui a scrivere, ma voglio sorvolare.

      Piuttosto:

      E no, non mi hanno mandata ad Arles.

      Peccato. Anche se ormai il web è arrivato quasi ovunque, quindi avresti comunque trovato il modo di fare il troll.

      Il film non fa nemmeno un accenno alla fase da autostoppista di Van Gogh

      Questa non mi spreco nemmeno a commentarla. 😛

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