Cinema

“Vier Minuten” e tutto il resto è noia

È bizzarro come con gli anni cambino i nostri giudizi. Sei anni fa vidi il film “Vier Minuten – Quattro minuti” di Chris Kraus e non la trovai una visione sgradevole – potremmo dire che mi piacque tra l’abbastanza e il molto. Sei anni dopo mi trovo a pensare d’aver perso due ore della mia vita. Ma procedo con ordine.

Traude Krüger è un’anziana e severa insegnante di pianoforte nelle carceri. Nonostante le resistenze che incontra, è determinata a continuare con quel lavoro per cui investe tutte le sue energie ed anche i suoi risparmi, visto che paga di tasca sua i materiali e gli strumenti (si suppone quindi sia suo anche quel meraviglioso pianoforte a coda su cui gettano acqua e sgombri all’arrivo nel penitenziario femminile). Questo perché Frau Krüger è una vera amante della musica… della musica vera, intendo, la classica; perché tutto il resto dell’universo musicale è per lei musica negra. Delle poche detenute che le fanno da allieve, una, Jenny, è dotata di talento meraviglioso; peccato che aggredisca il secondino e stia per scannarlo come farebbe Hannibal Lecter solo perché la Frau Krüger le ha impedito di suonare il pianoforte con le mani sporche.

Direi che gli ingredienti del film sono chiari: dramma carcerario + scontro tra genio ribelle tormentato e maestra rigida e missionaria che deve salvare l’anima della sua allieva prediletta. Storia nota e stranota, a cui si aggiungono un paio di sottotrame di dubbio gusto narrativo, giacché di una si poteva veramente fare a meno per il funzionamento della storia e per l’eccesso di patetismo (mi riferisco a quella del padre di Jenny, storia tremenda trattata con ipocrisia e superficialità), mentre l’altra è talmente prevedibile e scontata che un minimo di profondità gliela potevano pur dare, insomma (non si parli di affresco della coscienza collettiva europea, perché sono veramente parole incaute). Ogni tanto poi viene aggiunta qualche scena violenta, giusto per ricordare che siamo in carcere, qualche secondino frustrato (e giustamente, mi verrebbe da dire, visti gli accadimenti di cui sopra) che mette i bastoni tra le ruote, e tanto per gradire qualche strimpellata di pianoforte qua e là, senza però sprecarsi più di tanto nella varietà e selezione dei brani. L’esibizione finale dovrebbe essere geniale e liberatoria. Dovrebbe.

Per tutti questi motivi sostengo che sia un film ampiamente sopravvalutato (anche dalla scrivente, qualche anno fa), che usa tutti i cliché della storia di formazione e del dramma carcerario con furbizia e con poca originalità, e su cui non reputo opportuno spendere altre parole. Salvo le interpretazioni delle due protagoniste, Hannah Herzsprung nei panni di Jenny e soprattutto Monica Bleibtrau, scomparsa quattro anni fa, nei panni di Traude Krüger.

 

La mia valutazione:

[rating=6]

(e solo perché la prima volta m’era piaciuto)

 

Per approfondire:

– Recensione de “Gli Spietati”

– Recensione di “FilmTV”

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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