Cinema

Un fascista e un professore in sidecar: “Il federale” di Luciano Salce

Nel cortile di un pio monastero di frati in preghiera, irrompe un’orda di donne appassionate, e una formosa giovinetta salta al collo di uno dei devoti monaci…
“Papà!!!”
(Lo guarda meglio)
“Ah, mi scusi… L’avevo scambiata per mio padre!”
È l’esilarante inizio di “Il federale” (titolo internazionale ancora più eloquente: “The fascist”), commedia di Luciano Salce girata nel 1961 ed ambientata nel 1944, in un’Italia spaccata in due (sì, più del solito, perfino) fra zone “liberate” dagli alleati e dai partigiani, e zone ancora occupate dai presidi fascisti e tedeschi. Un pavido comitato antifascista si è mimetizzato tra i monacelli del convento, e lì designa l’esimio professore Erminio Bonafé quale primo Presidente della futura Repubblica italiana. Il prof. Bonafé è un colto studioso la cui mitezza pare renderlo facile bersaglio del manipolo fascista che ha il compito di catturarlo. Siccome però le alte gerarchie romane delle Camicie Nere non ci pensano minimamente a rischiare la pellaccia recandosi nel pericoloso Abruzzo per recuperare il Bonafé, pensano bene di affidare la missione a Primo Arcovazzi, uno che per ottenere la divisa di federale sarebbe capace di gettarsi nel fuoco (e non è un modo di dire).
Arrivare in Abruzzo e recuperare quella mite pecorella di Bonafé è una sciocchezzuola di poca fatica, per Arcovazzi; molto più problematico, invece, è tornare a Roma sani e salvi.
L’intero film diviene un confronto tra il fascistone Arcovazzi, uno che alle domande ribatte in automatico con i motti del regime, e il professore Bonafé, uomo dalle mille risorse (utilissima la sua edizione portatile su carta pregiata dei “Canti” di Leopardi) che rappresenta il futuro, la democrazia, la capacità di un politico illuminato di essere sopra le parti e di usare la testa, e non i muscoli.
Ma l’Arcovazzi ha la testa dura, e i perigli del viaggio in sidecar, e i numerosi confronti con il professore, e il crescente rapporto di rispetto, lungi dall’insinuargli il dubbio sulla fede di cui è tanto convinto, la rafforza, ed è con amarezza e incredulità che sarà infine costretto ad assaporare il gusto acre della libertà.
Si parla spesso (anche a sproposito) della gloriosa “commedia all’italiana”, e questo film sicuramente rientra a pieno titolo tra i migliori prodotti del genere. Trattasi di una commedia ironica, graffiante, che punta sull’ottima interpretazione di Tognazzi nel suo primo ruolo seriamente considerato dalla critica; il suo fascista, sulla carta a rischio macchiettismo, acquista spessore e drammaticità, senza perdere mai di vista la comicità di cui è pervasa l’intera pellicola. Adeguato il resto del cast, a partire da Georges Wilson, un pacato prof. Bonafé che anche nelle situazioni più disperate non dimentica mai di soddisfare i languori dello stomaco. Il suo personaggio permette tra le righe di leggere l’eccessiva passività di un’alternativa politica poco pronta alla lotta, troppo persa in elucubrazioni intellettuali, troppo attenta a non alzare la voce, e rassegnata a farsi divorare in un sol boccone al ripresentarsi del prossimo lupo. Messaggio estremamente attuale da parte dei lungimiranti sceneggiatori.

 

PER APPROFONDIRE:

– Scheda tecnica e rassegna stampa dell’epoca a cura del sito ufficiale di Ugo Tognazzi

 

La mia valutazione: 8/10

 

 

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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