Cinema,  Da provare almeno una volta nella vita

“Toutes nos envies”, Philippe Lioret, 2011

Claire, giovane giudice dalla vita piena e soddisfacente, scopre di avere poche settimane di vita. Spende i suoi ultimi giorni per preparare la sua famiglia a vivere senza di lei, e tentare di far giustizia in un processo avverso una giovane madre indebitatasi con più istituti di credito.

Difficile parlare di questo film senza renderlo ciò che non è. Non è assolutamente un dramma superficiale, strappalacrime e ricattatorio come potrebbe parere dalla sinossi.

È invece un intenso dramma, civile e umano, narrato con asciuttezza e sobrietà.

Philippe Lioret del resto è regista i cui film hanno spesso mostrato sensibilità verso gli squilibri sociali del benessere occidentale (“Welcome”) e verso le relazioni interpersonali, soprattutto famigliari (“Mademoiselle”, “Je vais bien, ne t’en fais pas”).

In “Toutes nos envies” (in Italia distribuito come “Tutti i nostri desideri”), la storia di Claire si intreccia con quella di Céline, una ragazza madre che per sopravvivere ha dovuto contrarre prestiti presso istituti di strozzinaggio legalizzato, e con quella di Stéphane, un maturo magistrato apparentemente indurito da anni di esperienza, ma animato, sotto un apparente cinismo, dalla stessa tempra combattiva ed equanime della giovane collega. Stéphane diviene l’alleato di Claire nella lotta legale contro gli interessi di un’economia che si insinua in ogni settore della vita civile, incluso quello giudiziario, nonché l’amico che allevia la sofferenza della donna, la quale è consapevole, nella sua maturità, che sia meglio tenere tutto dentro per sé fin quando sarà possibile.

Pubblico e privato si intrecciano, come sempre nella vita quotidiana. Gli ingegnosi ragionamenti di Claire e Stéphane per portare la loro lotta da un piano etico ad un piano economico, consapevoli che una battaglia può avere luogo solo se ha il suo risvolto economico che leda gli interessi di qualcuno, e gli espedienti dei due magistrati per rispedire le accuse alle banche e ai loro opuscoli informativi di impossibile lettura e decifrazione, rendono la pellicola animata da un senso di civiltà così sincero e genuino da essere veramente raro.

Il legame tra Claire e Stéphane, senza mai tingersi di alcuna banale sfumatura erotica e amorosa, è, molto più profondamente, legame tra due persone ispirate dallo stesso modo di sentire. Un legame in cui l’intimità procede senza confidenza, senza perdere una conveniente distanza sociale che non è però distanza emotiva, essendo Stéphane, per Claire, l’amico a cui sostenersi negli ultimi giorni di vita, non potendo affidarsi ad un marito innamorato ma immaturo; ed essendo Claire, per Stéphane, la leva per recuperare il desiderio di cambiare il mondo, che il mondo stesso gli aveva fatto credere irrealizzabile.

Senza mai, per nessun istante, cadere nel pietismo e nel patetico, la storia, nel suo aspetto giudiziario, rimane ancorata ad un sano, solido e concreto realismo. E solo riflettendo dopo la visione lo spettatore si rende conto che la vicenda ordinaria a cui ha assistito è in realtà la vicenda straordinaria di qualcosa che pare impossibile realizzare fino a quando qualcuno va e la realizza.

Nella scrittura non è del tutto perfetto, ma sono difetti marginali. I due interpreti principali sono eccellenti. Vincent Lindon lo è sempre – uno dei miei attori francesi preferiti. Marie Gillain, dai tempi di “Marie” (1993), ha acquisito una grande maturità recitativa, ed è una protagonista davvero intensa.

Da vedere assolutamente.

 

La mia valutazione:

[rating=9]

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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