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“The Shadow Line”, Joseph Conrad

Fu veramente capitano di una nave, Joseph Conrad. Accadde nel 1888, quando aveva 31 anni. Si potrebbe pensare che “The Shadow Line” sia una rielaborazione mitica di quella fase della sua giovinezza, ma non è così. Il racconto non è che un ulteriore tassello del percorso di allontanamento dal senso della vita e della comunicazione verbale che contraddistingue gran parte dell’opera dell’autore polacco.

Al di là della patina romantica di cui paiono essere impregnati i suoi testi, in particolar modo quelli di ambientazione marina, per via della trama avventurosa che si prefigura quasi sempre come sfida dell’uomo contro il proprio Io più nascosto, il cuore della sua scrittura risiede nella riflessione sulla possibilità di comprendere la verità, ed in particolare di poterla comprendere tramite le parole ed il racconto. All’inizio di “Heart of Darkness” il narratore del romanzo, Marlow, viene descritto per la caratteristica di raccontare storie quasi costruendo un gheriglio di noce la cui sostanza però rimane fumosa e inaccessibile. Perfetta immagine di quella che è per Conrad l’arte della parola.

La qual cosa pare quasi una contraddizione per un autore così minuzioso e attento nell’uso della lingua. Polacco, cresciuto amando la lingua e la poesia francese (Flaubert e Maupassant in particolare), Conrad redigeva le sue opere prima in francese e poi in inglese. La narrativa di Conrad pare quella di un autore che ha cieca fiducia nel potere esplicativo delle parole. E in un certo senso è così, è così anche quando smonta il senso della storia, intuendo ed evocando l’inafferrabilità del senso che l’uomo testardamente ha necessità di trovare.

In “The Shadow Line” il giovane protagonista abbandona improvvisamente l’ambito ruolo di primo ufficiale, egregiamente svolto, senza saperne il motivo. Una scelta di insofferenza, pur non essendovi alcuna causa di insofferenza. Un colpo di follia di quelli che accadono nella giovinezza, nella seconda giovinezza, come la definisce Conrad. Quando si è ancora coraggiosi abbastanza da seguire le scelte che ci fanno più paura, come consiglierebbe Emerson, ma non abbastanza ciechi da non temere, a posteriori, le conseguenze di un tale gesto. Esattamente quanto accade al protagonista del racconto: insediatosi in albergo mentre attende di tornare a casa, aggredisce furibondo chiunque osi chiedergli delucidazioni sul suo gesto, e mentalmente si rimprovera da solo per un colpo di testa compiuto senza motivo, e anzi, con la certezza di dovere, da allora in poi, penare molto per trovare un nuovo lavoro. Personaggi bizzarri e insensati paiono accrescere la confusione del protagonista, che, in un crescendo di assurdità, all’improvviso si ritrova capitano di una nave. Una nave solo sua, la sua prima nave. Ecco l’esperienza vagheggiata senza saperlo, l’occasione che pareva aspettare solo lui, la svolta che dà senso ad una scelta coraggiosa e folle. Una nave solo sua, da gestire, comandare, in totale autonomia; su cui maturare, crescere ed imparare. Su cui varcare la shadow line che segna il confine tra giovinezza ed età adulta, e prendere finalmente in mano le redini del proprio carattere e del proprio destino.

E invece no. La nave pare stregata… un’epidemia di colera sfianca l’equipaggio, il primo ufficiale Burns, nel delirio della malattia, non smette di ripetere che si tratta di una vendetta del defunto precedente capitano, e il mare tempestoso mette a dura prova gli uomini privi di forze. Ad offrire conforto al capitano, sempre più fragile psichicamente, è Ransome, il tuttofare della nave, marinaio eccellente ma costretto a salvaguardare il cuore malato.

Il romanzo diventa un bildungsroman al contrario. Il giovane capitano, influenzato dai deliri di Burns e provato dalle sventure che si susseguono una dopo l’altra, fatica a mantenere i nervi saldi, ripete le parole del primo ufficiale, ed è sempre più lontano da quella maturità inizialmente agognata.

“Faber est suae quisque fortunae”, ciascuno è autore della propria sorte, scrisse Appio Claudio Cieco. Conrad non condividerebbe la sentenza, troppe sono le forze che agiscono sull’uomo, la cui voce a volte difficilmente può emergere. Conrad non crede al destino, ad una sorte prestabilita, ma al caso, inteso come caos, disordine, che confonde e disorienta l’uomo. Come non crede alla comunicabilità tra gli uomini, tema che ricorre in maniera ossessiva nella sua opera letteraria. Nel delirante capitolo secondo di “The Shadow Line”, il dialogo insensato tra il protagonista e il capitano Giles ne costituisce un chiaro esempio, senza che la portata del messaggio sia inficiata dall’effetto comico, generato da equivoci, incomprensioni e anche, diciamocelo pure, dal sospetto che il protagonista sia un po’ ottuso (si sarà compreso come un’altra caratteristica di Conrad sia l’ironia).

Possiamo dire addio al romanzo di formazione classico, il cui protagonista matura in maniera costante e graduale, prova dopo prova. Il capitano di “The Shadow Line” si abbatte sempre di più, e professa la sua incapacità, il suo non essere all’altezza. La tempesta passa, ma quale insensatezza è crescere…

La linea d’ombra è alfine attraversata, e con essa è arrivato nell’animo del protagonista tutto il carico di dubbi, insicurezza e senso di colpa dell’età adulta.

 

Rimasi in attesa per un poco, lottando contro il peso dei miei peccati, contro il senso che provavo della mia indegnità…

 

 

La mia valutazione:

[rating=8]

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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