Cinema

“The History Boys”, di Nicholas Hytner (2006)

Si parla di film sulla scuola e in genere vengono in mente ragazzi insofferenti ma talentuosi, bulli che vittimizzano il debole di turno, docenti controcorrente che riescono lì dove tutti gli altri avevano fallito, nerd in cerca di riscatto. Eccetera eccetera eccetera. È questo campionario di storie ad animare la maggior parte delle pellicole di ambientazione scolastica, prive di ciò che invece dovrebbe essere il fulcro di una istituzione come la scuola: la formazione. Questo termine, di cui così spesso si abusa, indica il lento sviluppo morale, mentale, psicologico di un individuo, il prender forma in conseguenza dell’accettazione, della messa in discussione, dell’appropriazione, del rifiuto degli stimoli da lui vissuti.

Solo per aver incentrato il proprio film su questo aspetto così presente e così assente nella nostra cultura, e in quella cinematografica in particolare, il mio giudizio su “History Boys” non può che essere positivo. Ma naturalmente c’è anche dell’altro. Come il fatto che il soggetto del film trasponga su pellicola una pièce teatrale di Alan Bennett (il quale da essa trae il copione), che lo stesso regista teatrale, Nicholas Hytner, sia anche regista della versione cinematografica, e che, a dispetto di quanto si potrebbe pensare, il film non risente minimamente dell’impalcatura teatrale né risulta congelato, come spesso accade alle riduzioni da teatro; anzi, l’aver trasposto sul grande schermo una storia più volte diretta e rappresentata ha meglio sviscerato gli stimoli proposti allo spettatore, che risultano così più incisivi. Lo stesso cast è quello utilizzato durante la prima messa in scena teatrale, e gli attori sono così già rodati per i loro ruoli, seppur magari un po’ più grandi dei sei studenti interpretati.
I sei, appena diplomatisi in una grammar school di Sheffield con ottimi voti, frequentano un trimestre aggiuntivo di preparazione all’università, con l’obiettivo di entrare ad Oxford o Cambridge per studiare Storia. Il preside, molto ambizioso ma poco fiducioso sulle effettive possibilità dei ragazzi per la loro estrazione sociale, assume un insegnante temporaneo, giovane e da poco laureato, che affiancherà i veterani docenti di letteratura e di storia.

La storia è ambientata nel 1983. Il cinema britannico ambientato negli Eighties torna spesso sulle politiche economiche thatcheriane, sulla disoccupazione, sulla working class e i suoi problemi,  sugli scioperi, sulle difficoltà economiche, sul tessuto sociale degradato e disperato. Questo mondo rimane completamente estraneo al film, di cui non individueremmo il periodo d’ambientazione se non ci informassero una didascalia iniziale e sprazzi di Cure e Clash in colonna sonora (nemmeno molto pertinenti dato l’impianto della storia). Eppure non possiamo considerare il film come disinteressato alla propria epoca, anzi. Non si parla dei minatori in sciopero, ma si parla di come è cambiato il modo di considerare la cultura e di trasmetterla alle nuove generazioni. Mrs. Lintott, insegnante di Storia, ed Hector, insegnante di letteratura e “cultura generale”, secondo la definizione del preside, sono il vecchio, l’antico. Irwin, il neolaureato cinico e colto, è il nuovo che avanza; l’idea di una cultura che deve produrre, servire a qualcosa. Le citazioni sono ottime per chiudere un testo ad effetto, e su Hitler e Stalin non importa che si dica la verità, importa che si trovi un punto di vista originale che non risulti noioso per gli esaminatori e sbaragli i concorrenti.

Il cuore di “History Boys” è nel confronto tra due diversi modi di concepire la cultura e, pertanto, la vita, la società, gli altri. Uno, in cui la storia è responsabilità, e le parole sono qualcosa con cui giocare e vivere con pienezza; l’altro, in cui la cultura è un modo di porsi, di mostrarsi brillanti, intelligenti, cinici, senza che vi sia un solo argomento da cui non si possa tenere un distacco sufficiente. Sono essenzialmente Hector ed Irwin i latori di due differenti ideologie. A Irwin il preside chiede di produrre risultati, e tutto il lavoro condotto dall’insegnante è finalizzato a raggiungere quell’obiettivo: scalette, strategie, schemi, dialettica quasi sofistica. Ad Hector invece il preside assegna un corso di “cultura generale”, ben sapendo Hector che la cultura generale non esiste. Le sue lezioni sono siparietti teatrali, messe in scena di sequenze cinematografiche famose, giochi di ruolo boccacceschi in lingua francese; declamazioni di versi raffinatissimi di poesia. È la cultura non come conoscenza generale da usare per annichilire l’altro, ma come bagaglio di vita, conoscenza di sé, rapporto giocoso con le parole, divertenti o struggenti che siano, mai algide porcellane da temere e venerare di lontano, senza poterle toccare. E in questo scontro tra due differenti modi di concepire la cultura, il finale è ovvio; le ore di Irwin finiranno per inglobare anche quelle di Hector, le cui lezioni sono ritenute dai ragazzi inutili perdite di tempo di un uomo idiota.

I sei studenti protagonisti del film sono estremamenti moderni, pur senza vestire in jeans e smartphone alla mano. Non si azzuffano in classe e mantengono sempre un rispettoso “Sir” nei confronti dei loro insegnanti, ma le loro domande sono domande di oggi. A cosa serve una cosa inutile come la poesia? Perché la studiamo? Perché perdere tempo con l’incomprensibile Keats, anziché studiare ciò che è “utile”?
Ci prova, Hector, a dare una risposta; ma la risposta migliore è la sua vita, e la maniera in cui “passa la palla” al più giovane degli studenti, Posner. Non è perfetto, Hector; omosessuale frustrato, ha il vizio di palpare gli studenti che accompagna a casa in motocicletta. Ciò è sgradevole, ma anche profondamente umano, e la sua lezione a Posner su “Drummer Hodge” di Thomas Hardy è straordinariamente intensa, e dona la vera pienezza a questo personaggio.
Alan Bennett fa dell’omosessualità maschile uno dei temi principali dell’opera; senza banalismi, essa diventa veicolo di crescita e conoscenza, richiamando in qualche modo la concezione antica per cui l’amore era parte della paideia, della formazione. La pulsione omoerotica muove le azioni di diversi personaggi, e paradossalmente forse la sconcezza di Hector finisce per essere più innocente di altre ambiguità perpetrate dal preside in primis, da Inwin poi. Senza prese di posizione manichee, si naviga sul filo sottile del dubbio e della precarietà.
Il copione è acuto, profondo, pungente. La macchina da presa non è statica, e si allontana dalle assi del palcoscenico. Gli attori sono in parte, i tre insegnanti sopra tutti (Richard Griffiths come Hector, Frances de la Tour come Mrs. Lintott, e Stephen Campbell Moore come Irwin).

Alcune recensioni ne hanno parlato di un film noioso, non riuscito e piatto. A me ha invece lasciato una grandissima voglia di leggere poesia, e mi ha fatto percepire, per usare le parole di Hector, la sensazione di una mano che si avvicina per prendere la mia.

Davvero un bel film.

 

 

La mia valutazione:

 

[rating=8]

 

 

 

Un film di Nicholas Hytner.

Soggetto e sceneggiatura di Alan Bennett.

Con Richard Griffiths, Frances de la Tour, Stephen Campbell Moore, Samuel Barnett, Dominic Cooper.

Produzione. Gran Bretagna 2006, 106 minuti.

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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