Da provare almeno una volta nella vita,  Libri

“The Catcher in the Rye”

È il 1951 quando la casa editrice “Little, Brown and Company” dà alle stampe quello che diventerà uno dei romanzi chiave nel Novecento americano, “The catcher in the Rye”. Il suo autore, Jerome David Salinger, aveva fino ad allora pubblicato solo racconti (molti dei quali raccolti dopo poco in “Nine Stories”, altri non più ristampati ma reperibili in rete), e con questo romanzo di formazione segna una svolta nella letteratura e nella cultura americane.

In Italia il romanzo è stato tradotto da Adriana Motti per i tipi di Einaudi con il titolo “Il giovane Holden”, dal nome del protagonista Holden Caulfield, da subito emblema della disperazione adolescenziale, della difficoltà di crescere e di scendere a patti con un mondo riprovevole da cui fuggire e al contempo da amare disperatamente.

Non accade molto nel romanzo. Il sedicenne Holden viene espulso dall’ennesimo college per aver riportato insufficienze in quasi tutte le materie, e, non avendo il coraggio di dirlo ai genitori prima che lo vengano a sapere, trascorre alcuni giorni a New York riflettendo sul da farsi. Il romanzo è la storia degli incontri, dei pensieri e delle continue fughe di Holden da un’umanità che non fa che disgustarlo per la sua ipocrisia e falsità – phony è uno degli aggettivi più ricorrenti nello slang informale e ritmato usato da Holden – e bella ed emblematica è la copertina della prima edizione americana del libro (vedere qui), in cui è rappresentato un cavallo nobile e bardato colto nell’atto di una fuga bizzarra e scomposta, perfetta raffigurazione dell’irrequietezza del giovane Caulfield, principe che tenta disperatamente di non essere sommerso dalla sporcizia del mondo.

“The Catcher in the Rye” è considerato un romanzo sull’adolescenza, ed infatti è quello il target privilegiato dei lettori del romanzo, ma sarebbe scorretto non considerare la storia di Holden come la storia della difficile reciprocità tra il mondo e chi al mondo non è assuefatto e non vuole esserlo. La continua fuga di Holden è una fuga da sé stesso, dalla propria inadeguatezza, dalla paura di essere deluso dagli altri, di cui coglie i difetti con acume a volte spietato per poi lasciarsi accecare da un’improvvisa ingenua fiducia negli altri. Così se il sesto senso gli suggerisce di rimandare l’incontro, quasi prossimo, con Jane, l’amata amica del cuore, perché già avverte dentro di sé la certezza della delusione e la fine di quell’affetto così profondo, è poi con candore assolutamente innocente che rileva i dettagli della vita matrimoniale del professor Antolini senza trarne le deduzioni che per il lettore sono lapalissiane.

L’incapacità di riuscire ad avere un dialogo reale con qualcuno in cui avere una totale fiducia, riempie Holden di un senso di solitudine immenso, e il telefono, così presente in più sequenze del romanzo, diventa l’espressione più chiara della solitudine e della incomunicabilità umana, giacché più volte Holden prova desiderio di telefonare a qualcuno, ma questo desiderio viene perennemente frustrato, e il non avere nessuno da chiamare gli fa avvertire i suoi scrittori preferiti come amici, a cui sarebbe bello telefonare, se si potesse, come nella battuta famosa:

 

What really knocks me out is a book that, when you’re all done reading it, you wish the author that wrote it was a terrific friend of yours and you could call him up on the phone whenever you felt like it.

 

Holden attraversa le esperienze che gli capitano e che cerca mostrando un cinismo espresso dal linguaggio gergale e per l’epoca scandaloso, che di fatto non gli appartiene, giacché sotto le mostre di conoscere i fatti del mondo, il ragazzo mantiene una purezza che inconsciamente riconosce nei bambini, verso cui per tutto il romanzo assume atteggiamenti protettivi, giacché salvare i bambini dalla contaminazione del mondo equivale a salvare sé stesso. Ed è proprio un bambino a risollevargli il morale in un punto della storia, mentre camminando per New York City canta ad alta voce, nell’indifferenza generale, i versi di una popolare poesia di Robert Burns:

 

Gin a body meet a body
Coming thro’ the rye,
Gin a body kiss a body—
Need a body cry?

 

Holden ascolta quei versi e li fraintende, immaginando di salvare ragazzini in un campo di segale acchiappandoli mentre rischiano di cadere dall’orlo di un dirupo. Il desiderio di Holden è diventare quel “catcher in the rye”, proteggendo l’innocenza dei bambini incontrati nel suo percorso, ma vi è una contraddizione insita in quel desiderio, in quei versi, che sono i versi di una donna che si sta recando ad un incontro erotico. E pertanto il desiderio di purezza, di non scendere a compromessi, come l’alter ego James Castle, a cui Holden aveva prestato il maglione, è destinato a non essere appagato, come si rende conto lo stesso Holden cancellando disperatamente scritte oscene dalle mura della scuola pur consapevole dell’inutilità del gesto. L’incapacità di accettare qualcosa, qualsiasi cosa, del mondo, nel delirio della malattia trasmette a Holden la chiara sensazione di stare scomparendo – di stare cioè autodistruggendosi – ed è ancora il mondo infantile a salvare il protagonista, nelle fattezze della sorellina Phoebe, il cui affetto disinteressato infrange la disillusione di un adolescente che si sente pensare fin troppo bene, come la Franny di “Franny & Zooey”.

Quasi inutile sottolineare la naturalezza e la perfezione delle sequenze con Phoebe e Holden, che non possono non richiamare i dialoghi tra Seymour e Sybil in “A perfect Day for Bananafish”. Una relazione particolare, quella tra “The catcher in the Rye” e il resto dell’opera “ufficiale” di Salinger, se si pensa che il resto dell’opera salingeriana costruisce una sorta di storia della famiglia Glass imperniata sulla figura di Seymour e sui suoi fratelli, mentre nella storia di Holden manca qualsiasi riferimento alla famiglia Glass, ma permangono comunque i temi del legame intenso tra fratelli e del lutto famigliare di un componente geniale (Allie e il suo guantone da baseball). Vi è un’altra grande differenza tra “The catcher in the Rye” e il resto del corpus salingeriano; Holden è voce narrante e protagonista del romanzo, mentre nelle altre opere il narratore è in terza persona oppure in prima ma non assolve al ruolo di protagonista, bensì a quello di testimone e coprotagonista (è il caso di Buddy, biografo “ufficiale” di Seymour Glass). Il fatto che Holden viva e racconti ciò che ha vissuto permette a Salinger di restituire con maggior efficacia l’ingenuità del ragazzo, la sua rabbia mista a candore, la sua confusione, il suo essere lacerato dall’insanabile dissidio tra l’essere deluso da tutti e il sentire la mancanza di tutti, e il racconto del proprio passato in questo riveste un ruolo fondamentale, giacché raccontare vuol dire rivivere, e rivivere una seconda volta un’esperienza  vuol dire avere una seconda occasione per imparare a non essere più solo. O avvertire la propria solitudine in maniera ancora più mortale.

 

I felt so lonesome, all of a sudden. I almost wished I was dead.

 

 

La mia valutazione:

[rating=10]

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

4 Comments

  • CONNIEBOO

    Holden-Phoebe, Seymour-Sybil: il mondo salvato dai ragazzini, per utilizzare il titolo di una raccolta di liriche di un’altra grande sostenitrice della purezza dell’infanzia, Elsa Morante. Ma Holden non è Seymour, però. Holden è ancora così tremendamente e fortunatamente vicino al mondo dell’infanzia, mentre Seymour è uomo fatto e disilluso; e infatti Sybil Carpenter non riuscirà a salvarlo dall’assolutezza di un destino necessario: non si fugge da ciò che è inevitabile. Non così Phoebe. Non è Holden il vero catcher, alla fine del romanzo:

    “E allora lei fece una cosa che per poco non mi lasciava secco: mi infilò la mano nella tasca del soprabito, ne tirò fuori il mio berretto rosso da cacciatore e me lo mise in testa.
    – Non lo vuoi tu?- dissi.
    – Per un po’ puoi portarlo.
    – D’accordo. Però adesso sbrigati. Finisce che perdi il giro. Non troverai più il tuo cavallo né niente.
    Ma lei continuava a esitare.
    – Lo pensavi proprio quello che hai detto? E’ vero che non vai in nessun posto? E’ vero che dopo vai a casa? – Mi domandò.
    -Sì – dissi. E lo pensavo davvero. Non le stavo dicendo una bugia. Andai a casa davvero, dopo. ”

    La vera catcher in the rye, alla fine del romanzo, è proprio la piccola Phoebe. E il cavallo in attesa sotto il cielo plumbeo è l’immagine del principio di realtà: non si fugge, non si va da nessuna parte, ognuno ha il suo giro di giostra che lo attende. E’ doloroso accettarlo, ma necessario. Phoebe non sale sul primo cavallino che trova: cerca il “suo” destriero, un vecchio stallone scuro dall’aria malandata. Il desiderio di acchiappare l’anello è grande. “Il fatto, coi bambini, è che se vogliono afferrare l’anello d’oro, uno deve lasciarli fare senza dire niente. Se cadono, amen, ma è un guaio se gli dite qualcosa”.

    Non è forse questa la vita? Salire sul proprio destriero, avere l’illusione di scegliere il da farsi e cercare di dare un senso al giro, sforzandosi, caparbiamente, di afferrare il proprio tesoro? Sembra questa la lezione di Phoebe al fratellone sbandato. Ognuno ha il suo giro di giostra. E il cavallo di copertina è l’immagine della saggezza della bambina, non l’irruenza irrefrenabile dell’adolescente smanioso. Guardala meglio quell’immagine, Asaka: è il cavallo di una giostra. Si vede bene l’asta che inchioda la pseudo-vita al dolore dell’esistenza.

    E l’operazione di salvataggio riesce:

    “Il berretto da cacciatore mi riparava davvero, e molto, in un certo senso, ma ero fradicio lo stesso. Me ne infischiavo però. Mi sentivo così maledettamente felice, tutt’a un tratto, per come la VECCHIA Phoebe continuava a girare intorno intorno.”

    Perdona la lungaggine. Che voglia di Salinger che mi hai fatto venire…

    • Asaka

      Ma perché mi dovete sempre contraddire tutti?! Dannazione! Ce l’avete tutti con me!

      Va bene, la smetto di fare la Vittima.

      Hai ragione, è il cavallo di una giostra, ma guarda il tratto espressionista con cui è rappresentato il cavallo, quel colore che lo avvolge come una nuvola di fuoco, il profilo di NY City che si staglia in fondo anonimo e incolore…
      Cosa possiamo desumerne?
      Che è una copertina dannatamente bella e pregnante…

      La vera “catcher” è Phoebe, e prima di lei il ragazzino che canta nell’indifferenza generale newyorkese, e prima di lui Allie con le poesie del suo guantone.
      Il guaio dei ragazzini è questo: che poi crescono. In men che non si dica ti ritrovi come Seymour a non tollerare che qualcuno ti fissi i piedi.
      La prima volta che ho letto qualcosa di Salinger fu in una delle famose antologie, e il brano era quello di Phoebe e Holden nella cameretta di lei. Fu innamoramento totale e immediato. C’è qualcosa di eccezionalmente perspicace e acuto nella maniera in cui Salinger riesce ad esprimere la naturalezza, la saggezza e l’ingenuità infantile. Phoebe è un personaggio così vero.

      Che voglia di Salinger che mi hai fatto venire…

      Non dire fesserie, sei tu che l’hai fatta venire a me! Hai iniziato tu a rileggere Salinger! 😛

      Quando abbandoni la vita mondana per darti all’arte e alla filosofia dimmelo, che divento tua discepola.
      Ave atque Vale, Sensei. Vale soprattutto.

  • Ximi

    … se e’ il cavallo di una giostra, non ci sto che stia inchiodato e giri nel suo imponderabile destino, sempre intorno, mi scelgo il “mio destriero” e lo sgancio dal suo destino, come Mary Poppins quando fa qualche giro nella giostra dorata ma poi si stacca definitivame te diventando padrona della sua vita a prescindere dall’insondabile! Perdonate i miei soliti riferimenti fuori dalla norma. In fondo basta crederci e di fronte al bivio delle scelte crearsi il proprio percorso… Asaka, Connie che bello!

    • Asaka

      Ximi! Sei l’unica persona cbe conosco che se telefonasse a Salinger gliene canterebbe quattro di protesta! 😀

      Mary Poppins è un altro personaggio che ultimamente fa spesso capolino nelle mie discussioni. 😉

      Io al destino non credo, ma ammetto di non credere nemmeno che sia sempre possibile sganciare il proprio destriero.
      Se vuoi darmi qualche ripetizione privata, t’assicuro che sarei un’allieva diligente… XDD

      P.S. “fuori dalla norma”? La norma ai miei 5 (6) diavoletti non piace, quindi nemmeno a me. 😉

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