Cinema

“The Bad Seed”, ovvero: come conquistare le medaglie che non si sono vinte

Ho sempre avuto un debole per le ragazzine terribili, ma la Rhoda protagonista di “The Bad Seed” è troppo persino per me.
In pedagogia si dibatte da sempre se le competenze cognitive e la personalità siano innate nel bambino o se siano determinate dall’ambiente in primis. La nostra Rhoda porta decisamente acqua al mulino di chi supporta la prima delle due ipotesi. Pare impossibile dare colpa all’ambiente in cui è cresciuta se la fanciulla si diverte a fare un uso tutto personale delle scarpette da tip-tap o delle rampe delle scale. La madre e il padre di Rhoda infatti sono genitori modello, si amano appassionatamente, sono ben educati e altolocati e adorano la loro perfetta bambina e le sue treccine bionde. La madre invero a volte si chiede come faccia la figlioletta a mantenere un tale self-control da conservare candidi vestitino e scarpette anche quando giuoca, ma la nube di misteriosa inquietudine scompare assai presto e la signora Penmark torna a diventare madre giudiziosa, colta e sensibile, nonché moglie del bel colonnello Penmark, un uomo che renderebbe orgoglioso la propria patria, sempre pronto ad affrontare il rischio e a servire la propria bandiera. Peccato che lo spediscano in missione proprio all’inizio del film, perché ci sarebbe piaciuto assai vedere questo concentrato di virtù alle prese con la scoperta che la propria figlioletta ha qualche difficoltà ad accettare le sconfitte della vita e tende a manifestare il proprio disappunto in maniera poco ortodossa.

“The Bad Seed”, film da me colpevolmente ignorato fin quando non mi è stato segnalato questa estate (sarò riconoscente in eterno), è decisamente un horror; un horror che non punta sul sangue, sugli spaventi o sulle scene splatter, ma mira dritto lì dove c’è la vera fonte dell’orrore: l’animo umano. L’animo umano e il ruolo dell’individuo nella società. Non so per quale motivo, ma per l’intera visione, che pure offre momenti di tensione non indifferenti, ho costantemente avuto l’impressione che il buon Mervyn LeRoy, regista della pellicola, se la ridesse sotto i baffi per tutto il tempo. Come spiegare questa sensazione? Suppongo sia perché, a dispetto di tutti i discorsi che tornano continuamente sul concetto del Male e sulla sua ereditarietà, LeRoy punta il dito su quella che è la struttura sociale ipocritamente difesa ed esaltata per eccellenza: la famiglia. Tutto deflagra alla scoperta che una bambina considerata perfetta sotto ogni punto di vista è un piccolo mostro senza rimorso e senza coscienza della distinzione tra bene e male. Attorno a questo tema portante poi si innestano a cascata pugnalate al senso comune dell’America anni ’50, alla sua costruzione del Sé e al fiume di parole che la coscienza del benessere usa per mascherare dalla propria vista ciò che non va (altro infatti non è l’insistere sulla natura ereditaria del male se non un guardare al dito che indica altro). Non è infatti un caso che la petulante affittuaria Monica Breedlove, una che parla per il gusto di compiacersi del suono della sua stessa voce, e il perfetto colonnello Penmark, così rigorosamente conscio del proprio dovere di uomo, padre e patriota, e quindi finto, non abbiano il minimo sospetto sulla reale natura di Rhoda. Ce l’hanno invece LeRoy, il giardiniere un po’ folle e ambiguo, e, seppure in maniera inconsapevole ma nettamente insistente, Mrs. Daigle, la madre di uno sfortunato compagno di scuola di Rhoda.
Un ruolo straordinario per un’interpretazione eccellente: l’intero cast è meraviglioso ma Eileen Heckart nel ruolo di Mrs. Daigle è la punta di diamante di uno stuolo di attori eccellenti. Forse eccessivamente teatrale la recitazione, secondo alcuni, soprattutto nei tanti apici drammatici raggiunti da Nancy Kelly come colpevole madre di Rhoda. A mio avviso invece è un’impostazione recitativa che equilibra bene il sardonico non detto della pellicola, e un motivo deve pur esserci, se LeRoy ha tanto insistito in fase di produzione per avere quasi interamente lo stesso cast che aveva già portato sui palcoscenici di Broadway la storia.
Dovette invece cedere sul finale, che si discosta da quello originario ma che forse scuote ancora di più.

Visione decisamente consigliata; e Patty McCormack nel ruolo di Rhoda è gelida e inquietante quanto è necessario.

 

Why should I feel sorry? It was Claude Daigle who got drowned, not me!

 

Per approfondire:

– Recensione su “Bright Lights Film Journal”  (in inglese)

 

La mia valutazione:

[rating=9]

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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