Libri,  Riflessioni personali

Sylvia…

… sono diversi anni che non mi riesce di terminare il tuo unico romanzo. L’ho letto tante volte, dopo l’università, prima dei trenta, subito dopo i trenta, ma poi ho iniziato a bloccarmi nella lettura. E ogni estate, ogni anno, lo riprendo in mano, con l’entusiasmo di sempre, per quella tua scrittura evocativa e nitida, quel tuo modo di raccontare l’essere giovane ed essere donna nella New York degli anni ’50; ogni anno ti rileggo e penso a Holden Caunfield ma anche a Therese Belivet, e penso ai film con Doris Day, non chiedermi perché, quelli con le schermaglie amorose su un sottofondo di vita sofisticata e lussuosa. Sarà forse per quella frivolezza che la tua Esther cerca, lì a New York, borsista rampante nel bel mondo della moda.

Né so spiegarti perché da anni non mi riesca più di andare avanti nella lettura quando arrivo al punto in cui la tua Esther fa cadere lo specchio. Generalmente funziona così: procedo felice e spedita nelle prime pagine, inizio a rallentare quando Jay Cee la rimprovera, quando emergono i ricordi relativi a Buddy, quando la vedo gettare al vento i vestiti. E poi c’è il letto, il lento perdere le forze e l’iniziativa, l’acqua che lambisce le caviglie…

Non lo so, Sylvia, perché non riesca più a terminare il tuo romanzo, sebbene ricordi molto bene come finisca. Forse perché dietro Esther c’eri in realtà tu, con quel viso che mi sembra così familiare.

E forse perché dietro di te c’è la complessità di una “normalità” che cela solo dolore e angoscia. Quelle cose che non fa piacere sapere.

Ci riprovo l’anno prossimo.

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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