Cinema,  Da provare almeno una volta nella vita

“Sunrise”, una nuova Aurora per F.W. Murnau

Ha goduto di recente riscoperta, questo capolavoro di Friedrich Wihelm Murnau. “Aurora”, prodotto nel 1927 negli Stati Uniti, nel 2004 è stato nuovamente distribuito nei cinema in edizione restaurata, anche in Italia.

Murnau è uno dei maestri del cinema espressionista tedesco, e la sua opera più celebre è probabilmente “Nosferatu”, opera seminale per molti film sui “non-morti” successivi. Quasi la metà delle sue pellicole sono andate perdute, ne rimangono solo 11, ma anche così Murnau si pone come un maestro indiscusso del cinema. La grandezza di “Aurora” non è opera esclusiva dello sguardo di Murnau, ma anche della penna di Carl Mayer, altro importante esponente dell’espressionismo cinematografico tedesco, sceneggiatore de “Il gabinetto del dottor Caligari” diretto da Robert Wiene, e poi fidata penna per Murnau, con cui, prima di “Aurora”, aveva già realizzato, tra gli altri, “L’ultima risata” e “Tartufo”.

Le musiche originali di Hugo Riesenfeld sono state in parte riprese nel nuovo score composto da Timothy Brock, già autore del restauro delle musiche dei film di Chaplin, di altri lavori del cinema muto, come “Cabiria” di Giovanni Pastrone, oltre che autore di diverse recenti colonne sonore originali per film muti di autori come Buster Keaton o proprio il Murnau di “Nosferatu”.

“Sunrise” fu il primo esperimento del regista negli Stati Uniti, che scelse come protagonisti George O’Brien e Janet Gaynor, attori non eccelsi ma all’epoca piuttosto conosciuti negli Stati Uniti, la Gaynor in particolare, futura Vicki Lester nel primo “È nata una stella”; il titolo originale, “Sunrise: A Song of Two Humans”, allude sia al carattere universale della storia, una vicenda di persone qualunque, anzi, di “tipi” qualunque, sia alla estrema sensibilità con cui la vicenda è trattata (“Song of Two Humans”, non “of Two People”), sia alla poesia di cui la storia è intrisa, quasi una celebrazione lirica dei più forti sentimenti umani, della vita, “a volte amara a volte dolce”, come recita una delle didascalie iniziali dell’opera. Una vicenda come tante, quella di un giovane sposo ossessionato dall’amante, per cui ha perso la testa e per la quale trascura l’amatissima moglie. I due sposi, felici genitori di un piccolo, frutto del loro amore intenso, semplice e agreste, vedono il proprio idillio rovinarsi per l’arrivo della femme fatale di turno, una bruna arrivata dalla città che non esita a circuire, con i propri poteri seduttivi, l’ingenuo marito, convincendolo addirittura ad assassinare la sposa.

È nero l’inizio di “Aurora”:  la tensione cresce assieme al deformarsi del protagonista, spalle sempre più curve, passo sempre più pesante, sguardo sempre più cupo e occhi sempre più svaniti, mentre le scritte dei cartelli si deformano sciogliendosi come con acqua, l’amante appare in sovrimpressione a tormentare l’uomo che tenta di rinsavire, e le lusinghe delle city lights vengono da lei mostrate in maniera così convincente da parere proiettate su uno schermo cinematografico. Ma non è destino che sia con lei che l’uomo vivrà l’ebbrezza di un giorno in città…

Cosa significhi “cinema” non lo si potrebbe capire meglio se non vedendo questo film, che inizia con una tensione sempre più densa, più vicina al dramma nero che alle atmosfere gotiche, una recitazione in cui la fisicità assume un ruolo preponderante, in confronto all’arida apatia delle prestazioni attoriali odierne; e poi si rilassa toccando la commedia in toni non solo umoristici ma anche quasi bucolici, in un tripudio di registri, generi e variazioni che tengono lo spettatore avvinto alla poltrona dall’inizio alla fine per tutti i 97 minuti. Il cuore favolistico della storia dei due sposi priva di insidie ogni lusinga della grande metropoli, ogni malizia diviene ingenua e innocua, e un maialino ebbro è il più grande pericolo che possa rovinare quella che pare un’eterna festa. I due sposi divengono archetipo della necessità di rinascita, di avventura e di riscoperta, di gioia e di sofferenza, di gioco e di stupore necessari all’essere umano per vivere senza lasciarsi morire e distruggere da se stessi.

La regia di Murnau, la sua costruzione dell’inquadratura, i suoi primi piani significativi, le luci, i colori contrastati, la naturalezza della macchina da presa, avvinghiano chi guarda, lo scuotono, lo divertono, lo commuovono; lo fanno vivere. Gli donano la benedizione della catarsi; il giorno successivo sarà una nuova aurora.

 

La mia valutazione:

[rating=10]

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 Comments

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *