Libri,  Riflessioni personali

A Solitude of Space

There is a solitude of space
A solitude of sea
A solitude of Death, but these
Society shall be
Compared with that profounder site
That polar privacy
A soul admitted to itself –

[Finite Infinity]

Nella numerazione Johnson la poesia sopra riportata è la 1695 del corpus poetico di Emily Dickinson.

Emily Dickinson è la mia poetessa preferita da una mattina in cui stavo recandomi all’università. Ho sempre trovato singolare e anche buffo l’averla incontrata e conosciuta tra le strade della mia città piuttosto che nelle aule della facoltà dove pure mi ingegnavo di studiare la letteratura inglese ed americana il più possibile. Del resto è sempre stato così, quasi tutti i miei scrittori e libri preferiti li ho scoperti nei modi più insoliti e nei periodi in cui dovevo leggerli, dovevo conoscerli. Non si tratta di fatalismo, ma semplicemente del fatto che vi è una maturità per ogni libro, per ogni film, per ogni musica. Ogni esperienza va fatta al momento giusto. In qualche maniera, per i libri ho sempre avuto un istinto particolare nel sapere quando era il momento giusto.

Emily Dickinson la lessi per strada e fu un amore viscerale, non solo per lei, ma per la poesia tutta.

Da tempo ho pensato di dedicare un post a lei, alla sua figura, alla sua poesia. Prima di farlo mi piacerebbe immergermi totalmente nella sua poesia, nella sua completa raccolta poetica e nelle sue lettere. Non lo faccio da almeno due anni, ed ho bisogno di una lucidità speciale per sottopormi ad un piacere dell’animo così intenso.

Tuttavia, sono giorni che ripeto dentro di me i versi sopra citati.

Mi rendo conto che ultimamente scrivo poco, e quel poco non ha nulla di divertente e brillante, che i 5 diavoletti sono scomparsi e con loro la mia verve, e che in sostanza la mia scemitudine è andata a farsi friggere, ma non posso farci niente. Ultimamente sono attratta da determinate storie, determinati autori, determinate riflessioni. Tutte più o meno sepolcrali.

Di Emily ho sempre amato l’estrema semplicità e proprietà lessicale; quando si legge la sua raccolta completa, più si va avanti e più le sue parole si asciugano, diventano pregne, essenziali, e oscure. Risuonano nell’animo di chi legge, ma a profondità talmente siderali da non poter essere riportate su un piano razionale.

Un’altra caratteristica della sua poesia che amo particolarmente sono gli incipit. Diretti, chiari, senza giri di parole. Come questo, che introduce il grande tema della poesia, il grande tema della sua poesia, che è probabilmente il grande tema della vita di ogni uomo: la Solitudine.

Eppure non riesco ad immaginare una solitudine dello spazio. Non credo che la solitudine appartenga al cielo, credo che appartenga alla terra. Dei miei viaggi dello scorso anno mi manca tanto il tempo passato al finestrino ad esplorare le gradazioni di azzurro del cielo, ore ed ore trascorse ad ammirare il sole che si levava, il celeste che si estendeva, le stratificazioni del grigio che annunciava pioggia, a volte anche il calore della luce nel tornare la sera. Né mi è possibile pensare alla solitudine dinanzi al cielo della notte, davanti a cui l’animo umano torna a respirare anche se fino a poco prima soffocava.

Nemmeno il mare mi evoca solitudine; l’energia, l’eterna immutabilità dell’acqua e al contempo il suo perpetuo rinnovarsi non fanno che indicare vita. Il mare è l’elemento che preferisco, forse anche più del cielo. Lo scorso anno lavoravo in una località di mare e le poche volte in cui avevo qualche minuto veramente libero per sgattaiolare e fare due passi, correvo a chiacchierare con il mare e a tentare di estorcergli il segreto della sua forza e dei suoi colori.

È strano ma in qualche modo credo che spazio e mare evochino la solitudine per opposizione, e avendo letto più volte le poesie della Dickinson sono convinta che fosse anche lei dello stesso parere, che spazio e mare siano pienezza, e la pienezza evochi la solitudine quanto il pieno evoca il vuoto. E qui Montale è indispensabile…

Tu sola sapevi che il moto
non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.
(Eugenio Montale, da “Xenia – Satura”)

È quando si parla di morte che il concetto di solitudine torna in tutta la sua pienezza. La solitudine della morte, a cui io aggiungerei quella della nascita. Per quanto se ne possa parlare, proprio perché esperienza solitaria per eccellenza, della morte non sapremo mai nulla finché non la vivremo, ed allora non sarà più possibile condividere nulla con nessuno. Eppure in qualche maniera forse per noi il concetto della morte è ancora più tabù che nell’Ottocento americano; la morte è un tema ricorrente nel corpus della Dickinson, e se ricordo bene la sua biografia, è ricorrente anche nella sua vita privata. Forse noi la viviamo con maggior paura, con meno familiarità. Forse è questo che permette alla poetessa di affermare che persino la solitudine della morte non è la maggiore delle solitudini, perché sconfitta da quella di un’anima che si ritrova al cospetto di sé stessa. That polar privacy… quanto gelo nel rimanere soli con sé stessi. L’ultimo verso, l’ossimorica infinità limitata dai confini umani, è assente in alcune versioni del testo, e forse aggiunta editoriale, per quanto in totale linea con il pensiero e il modo di esprimersi dell’autrice, una natura in espansione e in eterna lotta con la finitezza umana. In eterna lotta con il proprio Io. In eterna solitudine.

Michelstaedter in fondo sosteneva esattamente la stessa cosa (se ne è parlato qui). E Oblomov, nel suo cercare un senso per abbandonare il divano, non aveva pietà a riconoscere nell’eterno fuggire umano per locali e svaghi una fuga da sé stessi (qui). Come pure il principe Myskin (pareva strano che non l’avessi ancora nominato, vero? :)) non fa che mettere gli altri perennemente, e anche spietatamente, seppur in maniera involontaria, di fronte alle loro paure più profonde… chiamarlo idiota è un gesto di difesa necessario (qui). Ed è strano, e foriero di riflessioni, che gli autori maggiormente ostinati nello scavare l’animo umano tornino sulle medesime suggestioni, i medesimi concetti, le medesime paure… un perpetuo inarrestabile riflettere sul mistero più crudele, ma anche più vitale (come direbbe la mia scrittrice preferita) dell’esistenza umana.

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

12 commenti

  • Altair

    “a chiacchierare con il mare e a tentare di estorcergli il segreto della sua forza e dei suoi colori.”

    E hai provato anche a corrompere un uccello di passaggio… ? 😛

    “Non credo che la solitudine appartenga al cielo, credo che appartenga alla terra.”

    In che senso? A mio avviso non appartiene nemmeno alla terra… più in generale non credo appartenga alla Natura, ma all’Uomo…

    “persino la solitudine della morte non è la maggiore delle solitudini, perché sconfitta da quella di un’anima che si ritrova al cospetto di sé stessa. That polar privacy… quanto gelo nel rimanere soli con sé stessi.”

    … sai quanto comprendo fin nel midollo questa riflessione…

    • Asaka

      E hai provato anche a corrompere un uccello di passaggio… ? 😛

      No… non ne passavano… Che è, mi prendi in giro perché chiacchiero con il mare? Non lo perdi il vizio di venire a fare la sfacciata su questo sito? 😛

      In che senso? A mio avviso non appartiene nemmeno alla terra… più in generale non credo appartenga alla Natura, ma all’Uomo…

      Sì, appartiene all’Uomo… Ciò che intendevo è che la dimensione terrestre lega e soffoca l’uomo, lo fa sentire solo. Osservare il cielo, osservare il mare, l’allontanamento dalla terra lo fanno respirare meglio, stare meglio. Quando parlo di terra intendo non la crosta terrestre, ma la vita quotidiana, razionale, con i suoi valori, le sue convenzioni, il suo annullare ogni personalità. Ascendere un monte… il Fuji, per esempio, tendere verso orizzonti lontani, anche solo con lo sguardo, per me è sinonimo di liberazione dalle catene della corporeità sociale.
      Non so se si sia capito qualcosa di ciò che ho scritto. 😛

      … sai quanto comprendo fin nel midollo questa riflessione…

      Quando scriverò tutto il post su Emily Dickinson mi ripeterai questa frase allo sfinimento…

  • Alice

    Non ho studiato la letteratura straniera, ma mi hai fatto riflettere sulla solitudine.
    Credo anch’io che sia difficile immaginare la solitudine dello spazio. Forse perché la natura è così travolgente che in qualche modo “ti fa compagnia”.
    E dopotutto temo di più la solitudine in mezzo alla gente, quando non ti senti a tuo agio, piuttosto che la solitudine del trovarsi a tu per tu con la propria anima.
    E’ sempre una lotta, ma forse, e lo dico per me stessa, bisogna anche imparare a perdonarsi. Io cerco di farlo, soprattutto nei periodi in cui ho la sensazione di avere tutti contro (come in questo periodo…che sia un’ossessione?).
    Che ne sarebbe di me se non mi dessi una possibilità e non mi “facessi compagnia”?
    Io e la mia anima, lì sedute una in fianco all’altra, “companionable”.
    Con la morte si chiude un cerchio. Non abbiamo coscienza alla nascita e se ne avremo alla morte, in effetti non potremo condividerlo. Se non si può essere soli quando si nasce, mi piace pensare che quando mio papà se ne è andato, abbia “sentito” la nostra presenza e non si sia sentito solo.
    E sarebbe bello che fosse così per tutti.

    P.S. Se cercando la tua “scemitudine”, trovassi anche la mia, puoi girarmela via mail? Grazie.

    • Asaka

      E dopotutto temo di più la solitudine in mezzo alla gente, quando non ti senti a tuo agio, piuttosto che la solitudine del trovarsi a tu per tu con la propria anima.

      Avevo volontariamente omesso questo aspetto, approfittando del fatto che nella poesia non era menzionato.
      C’è poco che possa dire al riguardo. Tra le due sensazioni, non so quale sia più distruttiva. Ho sempre pensato quella con gli altri, come te… ma ultimamente ho imparato a non sottovalutare nemmeno l’altra…
      Certo, perdonarsi… ma la cosa, per quel che mi riguarda, è complessa. Non ci si perdona a parole, né ci si perdona convincendosi di volersi bene in modo da provare un sollievo momentaneo. Non è perdono vero. Sono palliativi. Il perdono vero richiede l’azione, un cambio di marcia, sempre più personale… l’anima è esigente. Non le basta sentirsi dire che non è colpa sua e non è nel torto. Vuole anche che glielo dimostriamo con i fatti. Una vera rompiscatole.
      Il momento della morte è forse il più intimo e privato nella vita di un essere umano. Ognuno di noi ha speranze e convinzioni proprie al riguardo, proprio perché nessuno può tornare indietro a raccontare. Io l’ho sempre vista come un momento di intensa solitudine, e questo senza alcuna accezione negativa (nel mio egoismo, sento che è chi rimane ad avere la peggio, si tratta però appunto del mio egoismo, e lo riconosco); ma ciò non vuol dire che sia così, e che lo sia per tutti.

      P.S. Se cercando la tua “scemitudine”, trovassi anche la mia, puoi girarmela via mail? Grazie.

      Non mancherò… mi pare un po’ di cercare il Sacro Graal, per quanto sta diventando difficoltosa e ambiziosa questa ricerca, ma sta’ tranquilla che in caso positivo non mancherò di farti avere notizie.

      P.S. conosco la sensazione di avere tutti contro… e conosco anche la soddisfazione di scandagliarsi per bene e rassicurarsi d’aver fatto la scelta giusta, anche se contro il parere degli altri. A volte è così, non può che essere così. Sicura che non sia il tuo caso?

  • Alice

    Al di là delle scelte, che rivendico e gli altri pensino quello che vogliono, è il mio atteggiamento in determinate situazioni che è diverso da quello di tutti gli altri e questo sì mi provoca una tremenda solitudine, oltre alla consapevolezza che altre mille volte mi sarei comportata allo stesso modo, perché è scritto nel mio DNA. Cocciuta e recidiva, eh?

    P.S. Mi dai l’indirizzo di quella rompiscatole della tua anima che avrei un paio di cosette da dirle?! La scemitudine! Ecco, a sprazzi ricompare….credo ci siano buone speranze anche per la tua! 😉

    • Asaka

      P.S. Mi dai l’indirizzo di quella rompiscatole della tua anima che avrei un paio di cosette da dirle?! La scemitudine! Ecco, a sprazzi ricompare….credo ci siano buone speranze anche per la tua! 😉

      Per la mia…? Chissà… ne dubito fortemente in questo momento.
      Te lo darei volentieri l’indirizzo della rompiscatole, ma temo che abbia traslocato, non so più dove sia.

  • Altair

    “Che è, mi prendi in giro perché chiacchiero con il mare? Non lo perdi il vizio di venire a fare la sfacciata su questo sito?”

    Certo che ti prende in giro su questi Lidi, Altair.
    Soprattutto se una poetessa sovversiva ti incita alla corruzione di volatili… :mrgreen:

    “Quando parlo di terra intendo non la crosta terrestre, ma la vita quotidiana, razionale, con i suoi valori, le sue convenzioni, il suo annullare ogni personalità”

    Ora ho capito che intendi, posta in questi termini assume tutto un altro significato. Un significato legato all’Uomo, e alle relazioni o non-relazioni tra le persone (e qui si riaprirebbero altre riflessioni sulle strutture sociali trattate dagli autori che hai citato in fondo al post)…

    “Quando scriverò tutto il post su Emily Dickinson mi ripeterai questa frase allo sfinimento…”

    Posso iniziare già da adesso? 😀 Intanto pensa a goderti la full immersion nella sua opera omnia, ne riparliamo quando pubblicherai una monografia approfondita. 😉

    • Asaka

      Certo che ti prende in giro su questi Lidi, Altair.

      Lidi e Altair sono parole che non puoi più accostare… Lo vedi? Anche tu hai nostalgia di certi cartelloni pubblicitari. 😛

      Ora ho capito che intendi, posta in questi termini assume tutto un altro significato.

      In qualche modo, nel mio astruso modo di pensare, “terra”, in maniera metaforica, mi fa pensare a chi è avvinghiato alle cose umane e sociali, lo collego a “terragno”, “mondano”. “Cielo” e “mare” mi fanno pensare a fuga, evasione, ricerca, libertà.

  • Carmen

    Che bei commenti! Io non connetto, quindi mi limiterò a dire che questo è proprio un bellissimo post…
    Scoprii le Sue poesie per caso, durante un’irruzione estiva a casa di una zia, come sempre cercando qualcosa da leggere. Da allora, mi è rimasta nel cuore, anche se ammetto che non è la mia preferita. 🙂

    • Asaka

      “… un’irruzione estiva a casa di una zia…?” 😀

      Per me è proprio la preferita. È stata rivelatrice; in un certo senso, la poesia per me non esisteva, prima di leggere lei. Persino Giacomo (Giacomo, perdonami!) non era veramente inmiato, prima di lei. Le devo davvero tanto.

      Grazie, Carmen.

  • Carmen

    Sìsì le chiamiamo così. XD
    Le irruzioni estive. 😀
    Le ho rubato libri per anni (poi restituiti, al massimo li ricompravo). Andavo da lei qualche giorno in estate…

    Il mio preferito è un “certo” Charles, da sempre.
    Non ricordo nemmeno quando lo scoprii, ma cominciò l’amore con lui e i suoi amici maledetti… 😀 Amore che dura tutt’oggi!

    • Asaka

      Le irruzioni estive. 😀

      Non so perché, immagino voi nipoti che assediate il fortino della casa di tua zia, e lei con la scopa che tenta di ricacciarvi via. 😛

      Il mio preferito è un “certo” Charles, da sempre.

      Ah, capisco… Charles Darwin, giusto? 😛

      Sono poeti da cui è difficile non essere suggestionati, ho attraversato anche io una fase di forte attrazione per lui, e soprattutto per alcuni suoi amici maledetti. La poesia è così, si finisce per esserne toccati e per portarsi dentro tutto, più o meno intensamente.

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