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“Scritti corsari”, Pier Paolo Pasolini (1975)

C’è molto da riflettere sul senso del titolo di “Scritti corsari” di Pier Paolo Pasolini.

La prima accezione, quella più immediata ed evidente, rimanda al carattere critico, e non polemico, come invece Pasolini stesso lo definisce nell’introduzione all’opera, degli articoli ivi raccolti. La polemica si ha l’impressione che sia altrove, in quelle accuse, talora di squallida e bassa lega, di cui si intravede l’ombra nelle risposte dell’intellettuale che, anziché aggredire e usare violenza verbale, opera una costante e inesausta azione di raziocinio, di scomposizione delle argomentazioni dell’interlocutore, in modo da poter così replicare punto per punto contestando il ragionamento e non di rado smontandolo dalle fondamenta. Tale tensione interlocutoria è presente in tutti gli articoli raccolti nel libro, e risulta una delle cifre dominanti dell’opera.

Vi è però almeno una seconda accezione con cui l’aggettivo “corsaro” può essere interpretato, e va ricercato nella sua etimologia, in quel “currere”, da cui “cursus”, che rimanda ad un’idea continua di movimento (il “servus currens”, ad esempio, è nella commedia plautina il servo che anima l’azione muovendosi su e già per la scena). È Pasolini stesso che suggerisce questo significato del titolo, allorquando nell’introduzione spiega di “pretendere dal lettore un così necessario fervore filologico”, che spinga chi legge a rintracciare rimandi e riferimenti senza i quali la comprensione degli articoli risulta monca. Il riferimento è agli scritti contro cui Pasolini interloquisce, e alle poesie di Pasolini che completano il senso del suo pensiero. Ma soprattutto è un riferimento alla divisione interna dell’opera, costituita dagli “Scritti corsari” in una prima parte e da “Documenti e allegati” in una seconda, in cui però spesso si approfondiscono e si rielaborano temi e riflessioni già presenti nella “prima serie”, in un continuo processo osmotico che rende l’idea della vitalità e assiduità del pensiero dell’autore.

Gli articoli raccolti nella prima parte del libro sono stati scritti tra il 1973 e il 1975, negli ultimi tre anni della vita dell’autore; non si tratta di testi inediti in quanto già pubblicati su diverse testate italiane con cui Pasolini collaborava, tra cui “Il Corriere della Sera” (da cui è tratta la maggior parte di essi) e “Paese Sera”. Gli articoli raccolti nella seconda parte, invece, sono testi considerati dall’autore “umili”, in parte inediti, apparentemente di argomento diverso rispetto ai precedenti (si tratta perlopiù di recensioni di autori contemporanei) ma in realtà legati dalla possibilità, da essi offerta, di sviscerare tematiche affini. È da precisare che, nonostante ciò che si legge su alcune fonti del web, Pasolini è l’autore dei testi della prima come della seconda parte del libro (spesso invece indicata “di autori vari”).

E del resto risulta difficile non riconoscere in quella voce, in quei toni accorati ma estremamente lucidi, il raziocinio critico di Pasolini, la cui riflessione ritorna su tematiche nevralgiche vissute, dall’autore, come emblematiche della fase di passaggio vissuta dall’Italia degli anni Sessanta e Settanta. Esse possono sinteticamente racchiudersi nella mutazione antropologica che egli ravvisa negli italiani degli anni del “benessere”. Il concetto di base che soggiace al pensiero degli “Scritti corsari” è infatti che il consumismo e l’industrializzazione abbiano omologato la massa degli italiani distruggendo le differenziazioni culturali e imponendo un preciso modello culturale a cui si sente costretto ad omologarsi quello che un tempo era il ragazzo sottoproletario così come il ragazzo borghese. Naturalmente la riflessione di Pasolini è estremamente articolata e lucida e non può che risultare banalizzata dal tentativo di esprimerla in maniera sintetica e sommaria; ma è veramente arduo rinunciare almeno ad indicare i principali spunti offerti dalla riflessione dell’intellettuale, e spero pertanto che il lettore si senta invitato ad approfondire e a verificare con i propri occhi la nitidezza e la precisa suggestione del ragionamento pasoliniano.

Uno degli argomenti su cui Pasolini riflette più attentamente, ad esempio, è il confronto tra i valori contemporanei e quelli precedenti. In modo particolare Pasolini concentra la sua attenzione sulla Famiglia (iniziale volutamente maiuscola) prepotentemente tornata, negli anni Settanta, al centro della società, in quanto “la civiltà dei consumi ha bisogno della famiglia. Un singolo non può essere il consumatore che il produttore vuole.” L’addio alla società contadina, intrisa di una religiosità di altri tempi, è sancito quindi dal passaggio alla Famiglia in quanto nucleo consumista per eccellenza. È dietro questo diktat a cui rispondiamo strenuamente senza nemmeno rendercene conto – produrre e consumare – che per Pasolini si nasconde un nuovo Potere, a cui l’intellettuale ammette di non saper dare né volto né nome; ed è questo nuovo Potere che, a suo avviso, rende i giovani del suo tempo tutti uguali, indistinguibili. Che cambia la natura della gente, manipola le coscienze nel profondo. Un fascismo vero, più vero di quello italiano guidato da Mussolini; più devastante di quello portoghese conclusosi con la Rivoluzione dei Garofani. Queste parentesi, spiega l’autore, non hanno inciso nel profondo le coscienze di un popolo; terminata la fase dittatoriale, il popolo è tornato ai propri valori culturali e sociali. Il fascismo consumista, invece, muta la natura delle coscienze, e pone fine a ciò che era prima. Pone fine anche alla libertà, perché libertà e ricchezza, secondo Pasolini, sono possibili solo ove vi sia una cultura propria:

 

Una cultura povera (agricola, feudale, dialettale) “conosce” realisticamente solo la propria condizione economica, e attraverso essa si articola, poveramente, ma seconda l’infinita complessità dell’esistere. Solo quando qualcosa di estraneo si insinua in tale condizione economica (ciò che oggi avviene quasi sempre a causa della possibilità di un confronto continuo con una condizione economica diversa) allora quella cultura è in crisi.

 

I media, la televisione, i giornali, la pubblicità, non fanno che bombardare in maniera trasversale il loro target (ogni individuo) e porre la pressione costante di un confronto culturale che porta la fine delle singole specificità culturali, porta l’imborghesimento dell’intero popolo italiano. Porta la fine dei dialetti, testimoni ed emblemi delle particolarità culturali italiane. Porta quella che Pasolini definisce “la scomparsa delle lucciole”. Il fenomeno naturale, conseguente all’inquinamento dell’aria e delle acque in campagna, diviene simbolo della scomparsa del mondo contadino e dei suoi valori ancestrali. La transizione a un mondo in cui le lucciole stavano scomparendo ha degradato gli italiani, li ha resi, nell’ottica di Pasolini, “un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale”; perché ha compiuto un genocidio, ha eliminato il ricco quadro culturale che animava l’Italia in favore di un’unica cultura, quella consumistica borghese. E tutto ciò è accaduto nella totale indifferenza del ceto intellettuale, mentre il mondo politico lasciava un vuoto di potere: i democristiani al governo da decenni sono stati sostituiti, nella loro azione, dal nuovo potere del consumismo. La Chiesa stessa, secondo Pasolini, stava per essere liquidata dal nuovo Potere il quale, avendo come propria bandiera l’edonismo consumistico, non necessitava dei valori clericali tradizionali (e qui sarebbe interessante aprire una riflessione per tentare di comprendere se il poeta avesse avuto l’occhio lungo e in quali misure, con quali cambi di rotta e strategie, la Chiesa potrebbe aver tentato di mantenere salda la propria posizione).

Nel ritornare e ribadire le proprie idee, nel motivarle e argomentarle, Pasolini non esita a ribattere a chi lo trascina in controversie a volte sterili, né esita a chiamare in causa quegli intellettuali che non hanno voluto o saputo adempiere al loro ruolo culturale all’interno della società italiana; prende spesso posizione all’interno del dibattito politico italiano, spesso a favore dei Radicali e della protesta non violenta, a base di digiuni, portata avanti da Marco Pannella, ed espone opinioni che all’epoca come oggi, in una società che ha fatto dell’individualismo, del materialismo e del consumismo le proprie bandiere, scandalizzerebbero e sarebbero bollate come conservatrici e reazionarie senza indugio alcuno. Mi riferisco alla posizione contraria all’aborto e all’elogio della povertà che spesso ritorna sulle pagine del poeta. Credo sia il caso di approfondirle per mostrare che nemmeno in tali frangenti la posizione del poeta, condivisibile o meno, manchi di lucidità e spunti critici da non sottovalutare.

A proposito dell’aborto, nonostante il poeta si dichiari favorevole al referendum richiesto dal partito dei Radicali, si mostra però “traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto”, che ritiene “una legalizzazione dell’omicidio”, in nome di una “felice immersione nelle acque materne”, in cui l’essere umano, seppur ancora in formazione, è già esistente; immersione testimoniata dal desiderio di recuperare quella sensazione del feto immerso nel liquido amniotico, che ogni uomo vive durante la propria esistenza. Ma oltre ciò, il poeta lancia sul piatto un altro grande argomento di riflessione critica, ovvero la libertà sessuale, a cui il poeta guarda come ad un dovere sociale, un obbligo a cui, soprattutto i giovani, ci si sente costretti. Una falsa libertà, dunque, imposta, di cui bisogna usufruire, e nella cui ottica l’aborto non mira che a rendere ancora più comodo e facile il coito eterosessuale. E proprio in tale passaggio Pasolini rileva una grande contraddizione, che cioè a fronte di una legalizzazione dell’aborto, e pertanto della discussione mediatica dell’aborto, si tace sempre su ciò che precede l’aborto: il coito. Il rapporto sessuale continua pertanto a rimanere un tabù di cui non si può parlare.
La posizione dell’intellettuale, dunque, lungi dall’essere dogmaticamente chiusa, si inserisce invece in un ragionamento critico di un certo acume, che qui è stato brutalmente sintetizzato ma che si invita a recuperare per intero.

Oltre all’aborto, altre considerazioni pasoliniane che desterebbero certo scalpore sono quelle relative al benessere. Pasolini è chiaro nel sostenere la sua posizione:

 

[…] i beni superflui rendono superflua la vita […]

 

Il concetto, come spesso in Pasolini, è molto sottile e ci vuol poco per fraintenderlo per il solito reazionario “si stava meglio quando si stava peggio”. In realtà non si può smentire la constatazione dell’intellettuale secondo cui il benessere raggiunto è diventato qualcosa a cui gli italiani non sanno e non vogliono rinunciare. Constatazione valida in questi tempi, a distanza di oltre quarant’anni, che chissà come doveva parere amaramente illuminante al poeta che si era reso conto del radicale cambiamento occorso in pochi anni; un “boom economico” che aveva portato un popolo abituato al sacrificio e alle ristrettezze a non poter fare a meno del benessere, e in cambio di quell’agiatezza aveva ceduto, secondo Pasolini, la felicità. Il discorso è strettamente collegato alla scomparsa delle varietà culturali e sociali. Cultura e libertà sono state barattate in cambio di comodità materiali, e ciò non può essere considerata felicità, bensì fonte di angoscia, che si esprime con la nevrosi, termine che il poeta utilizza con una certa frequenza in riferimento ai giovani del suo tempo, le cui facoltà intellettuali e morali sono “rattrappite”, intorpidite, destinate a non svilupparsi.

“Scritti corsari” è un testo che merita di essere letto e sviscerato con un’attenzione e una cura che una recensione non potrà mai offrire, ma si è comunque scelto sollevare l’attenzione su un’opera, su un autore e su un pensiero intellettuale di cui si discute poco, sebbene sembri che se ne parli tanto, soprattutto in questo anniversario dalla sua morte.

 

Pasolini era un intellettuale. Un intellettuale vero.

Se qualcuno conosce intellettuali viventi che possano meritevolmente attribuirsi le seguenti parole, vi prego di scriverlo nei commenti a questo post.

 

Io non ho alle spalle nessuna autorevolezza, se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla e dal non averla voluta; dall’essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non essere fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io considero del resto degno di ogni più scandalosa ricerca.

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 Comments

  • Altair

    Hai pubblicato questo articolo con un tempismo perfetto, visto che proprio ieri c’è stato il Black Friday.
    Edonismo consumistico? Nel vedere questo video ci si rende conto del livello di crudeltà, stupidità, inciviltà, bestialità che hanno raggiunto gli individui della società dei consumi.

    https://www.youtube.com/watch?v=5qNzh5b42bg

    Mi riprometto di lasciare un commento più articolato appena avrò la dovuta calma per riflettere e discutere su una recensione così bella e sul pensiero di un intellettuale di cui nutro profonda ammirazione.

    • Asaka

      Pur senza arrivare ai livelli di stupidità del video, mi sono domandata più volte se fosse coerente, da parte mia, scrivere questa recensione, e con quale coraggio, visto che sono la prima ad essere immersa nel consumismo attuale, nella ricerca del superfluo, del benessere, della comodità. Il mio tempismo, quindi, non è stato affatto voluto; semplicemente ho impiegato diverse settimane a scrivere l’articolo non avendo la sfacciataggine di continuarlo…

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