Cinema

“Saturno contro”, Ferzan Özpetek (2007)

Ferzan Özpetek è un regista che si staglia nel panorama filmico italiano accompagnato da valutazioni contrastate. È difficile trovare una critica cinematografica compatta nei suoi confronti, nonostante l’uscita di ogni suo nuovo film susciti sempre notevole interesse tra pubblico e giornalisti. A tale interesse non di rado si accompagna la perplessità di trovarsi dinanzi a film non convincenti, e tali dubbi riguardano, indubbiamente, anche la scelta del suo genere prediletto, il melò.
A mio avviso, ma è l’opinione di una cinefila dilettantesca, quindi leggera e inconsistente come una nuvola, Özpetek soffre di un problema tipicamente italico relativamente al cinema: come pubblico, abbiamo rinnegato il genere melò. Nonostante le nostre fiction televisive abbondino in tragedie e patetismi, sul grande schermo, dove il cinema di genere tenta a fatica di risorgere, abbiamo rinnegato il melò, che pure ha avuto una storia di tutto rispetto, in Italia come all’estero. Sui motivi non saprei esprimermi. Forse perché al cinema si va per distrarsi e per ridere, quindi meglio commedie scacciapensieri (scacciacervello?), horror annacquati, filmoni roboanti in CG. Il cinema drammatico soffre, ma ha sempre dalla sua lo zoccolo “intellettuale” del popolo spettatore. Per il melò però è più complesso, perché non si tratta solo di un film drammatico, spesso dai sentimenti trattenuti, come è moda negli ultimi anni, ma di un film drammatico che infierisce sulle ferite, e il dolore, piuttosto che implodere, esplode. E forse all’eccesso di dolore sul grande schermo, in un film, non siamo più abituati. Ci mette a disagio, nonostante l’eccesso caratterizzi molti aspetti delle nostre vite quotidiane.
Il cinema di Özpetek ha indubbiamente un’impronta melò molto marcata, ce lo ricorda proprio lui inserendo, all’interno di “Saturno contro”, dei rimandi a “La mia Africa” di Sydney Pollack, “Femmina folle” di John M. Stahl, e soprattutto “Ludwig” di Luchino Visconti, forse il nostro principale autore in tale genere.

“Saturno contro” è un film dalla forte vena melò. Il film uscì nel 2007, dopo che “Cuore Sacro” del 2004 aveva esposto il regista a critiche e perplessità, e risolleva in parte l’opinione della critica su Özpetek. È la storia di una famiglia di amici trentenni e quarantenni segnata dal dramma che colpisce uno di loro. L’elaborazione del dramma segna la maggior parte del film portando ad una evoluzione per alcuni dei personaggi.
Avevo visto “Saturno contro” all’indomani della sua uscita nei cinema, e l’ho rivisto, a distanza di dieci anni, qualche giorno fa, mantenendo, una volta tanto, lo stesso giudizio perplesso ma non infelice. Il film è riuscito solo in parte, ma il problema della pellicola non mi pare certo nella sua istanza drammatica e melò, che anzi è forse ciò che più ho apprezzato, quanto in una serie di elementi, spesso presenti nei film di Özpetek, che personalmente non amo.

In molti dei suoi film si aspira ad una dimensione corale che riesce, poi, solamente in parte. È spesso caratteristica del copione l’assenza di una famiglia vera, che se presente magari non è un’interlocutrice positiva, sostituita dal gruppo di amici che divengono famiglia elettiva, comfort zone in cui i protagonisti possono esprimere liberamente sé stessi. Una famiglia di amici rigorosamente borghesi, benestanti, in cui se si festeggia il compleanno di uno di loro e manca lo champagne, è un problema. Gli amici di “Saturno contro” non conoscono i problemi di portafoglio; lo scrittore famoso, la psicologa che pare lavori più per altruismo che per necessità, il pubblicitario che può permettersi di cambiare lavoro perché il precedente non lo soddisfa. Certo, la tragedia incombe anche per loro. Certo, anche loro hanno i propri dolori nascosti con cui convivono e che temono di affrontare. Ma dov’è l’Italia, dov’è la contemporaneità?
Il film è girato a Roma in luoghi riconoscibilissimi, ma usare come sfondo via Nazionale o il Tempio di Adriano non aiuta poi molto a innervare il film nel cuore di un’Italia che ha perso le coordinate, anzi, ne emerge un’Italia patinata e pulita, priva di problemi e sporco delle coscienze, in cui si ride di una mazzetta come fosse una marachella, in cui il dramma sembra quasi la crudeltà di un autore sadico che ha voluto guastare una favola. Non è questo il melò che io ricordo… Ricordo piuttosto la vergogna di Sarah Jane per essere figlia di una madre nera, in “Lo specchio della vita” (1959), o l’amore fra Bud e Deanie spezzato dai pregiudizi e dalla crisi in “Splendore nell’erba” (1961), o ancora l’amore impossibile tra una nobildonna italiana e un tenente austriaco nelle guerre risorgimentali in “Senso” (1954). Un altro spessore, un’altra complessità.
Vi è un altro importante difetto, che in molti hanno rilevato. La dimensione corale fallisce perché i numerosi personaggi sono, per la maggior parte, privi di caratterizzazione. Al di fuori della coppia omosex Davide/Lorenzo, tiene banco la coppia Antonio e consorte, a cui è dedicata buona parte del film, con Stefano Accorsi e Margherita Buy a tentare la replica del successo ottenuto con “Le fate ignoranti”. Accorsi, che un decennio fa sembrava rimpallarsi lo stesso eterno ruolo da Muccino ad Özpetek, e la Buy, altra attrice che raramente si discosta da certi tipi di ruoli, danno vita ad una sottotrama che oscilla tra momenti di riuscita empatia ed altri decisamente meno felici. Ma oltre loro è il nulla: gli altri coprotagonisti sono relegati a comparse quasi ridicole (vedi Filippo Timi) o macchiettistiche (Lunetta Savino), la cui dignità di personaggio, seppur secondario, è assolutamente calpestata. Fa eccezione forse il personaggio di Ambra, che porta negli occhi la tristezza di chi è stato sconfitto in partenza dalla vita: sebbene nulla ci spieghi e ci lasci intuire cause e conseguenze di questa mestizia, essa colpisce in qualche modo lo spettatore.

Nel film sono presenti momenti più “leggeri” che allentano la tensione drammatica e che non si distinguono per ilarità o per umorismo brillante, in media con la commedia italiana contemporanea un po’ piatta e macchiettistico, qualunquismo che fa spesso capolino nel cinema di questo autore (la Savino in “Mine vaganti” riusciva ad essere addirittura volgare). A mio avviso nemmeno la recitazione degli interpreti si lascia notare; si leggono buone recensioni dell’interpretazione di Favino ma personalmente forse ho apprezzato più quella di Accorsi, seppur discontinua (di sapore troppo mucciniano), e di Ambra.

Probabilmente si sarà compreso da quanto ho scritto ma ritengo “Saturno contro” un film dalle buone potenzialità ma dall’esito altalenante e non riuscito. Un film in cui i dialoghi soffrono di una qualità discontinua, in cui le dinamiche tra i personaggi sono risapute e poco approfondite, in cui la presenza stessa del dramma manca di quell’affondo che è tipico del melodramma. E forse, per affondare davvero nel melodramma, le storie e i personaggi di Özpetek dovrebbero avere il coraggio di sporcarsi nel contesto di un’Italia reale, che conosce il dolore, la sofferenza e la contraddizione, e saprebbe guidare il regista nel cuore di un genere da riscoprire. Comunque sufficiente.

 

 

La mia valutazione: 6/10

 

“Saturno contro”, di Ferzan Ozpetek.

Italia 2007.

Con Stefano Accorsi, Margherita Buy, Pierfrancesco Favino, Luca Argentero, Ambra Angiolini, Serra Yilmaz, Ennio Fantastichini, Isabella Ferrari, Filippo Timi, Michelangelo Tommaso, Milena Vukotic, Luigi Diberti, Lunetta Savino.

Durata: 110 minuti.

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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