Cinema

“Sabrina”, Billy Wilder (1954)

E dopo “Someone like it hot” non poteva essere che la volta di “Sabrina”. Non che cronologicamente ciò abbia senso, visto che “Sabrina” risale al 1954, precedendo quindi la commedia con Jack Lemmon di cinque anni. Ma dopo aver visto all’opera la regia scoppiettante di Wilder e la recitazione esplosiva della coppia Curtis/Lemmon, c’era bisogno di tirare il fiato e rilassarsi con un evergreen della commedia sentimentale, datato sicuramente negli stilemi e nel gusto, molto meno irriverente nelle zampate graffianti di Wilder (poche, ahimè), ma comunque sofisticato nella messa in scena e nelle atmosfere.

Il cast è stata probabilmente la carta vincente di un film che ha comunque fatto storia ed è divenuto un classico del cinema. Audrey Hepburn, Humphrey Bogart e William Holden reggono il gioco di Billy Wilder che, con tra le mani un cast di stelle, cerca di barcamenarsi tra le varie problematiche produttive, prima fra tutte l’assenza di un copione terminato, motivo per cui il regista iniziò a girare quando ancora non vi era uno script definito. Sicuramente ciò inasprì i rapporti con il divo Bogart, che non si sentiva a proprio agio nel film, abituato alle detective stories e ai noir che ne hanno reso celebre il volto amaro e segnato. Bogart peraltro fu la seconda scelta di Wilder, che sperava in “Sabrina” di realizzare l’antico sogno di dirigere Cary Grant, attore da lui particolarmente amato; dovette invece “ripiegare” su Bogart e accontentarsi, qualche anno dopo, di dirigere Tony Curtis imitante Grant. Infine, Bogart aveva sperato che ad interpretare la protagonista potesse essere la moglie Lauren Bacall, mentre non aveva grande stima della giovanissima Hepburn, che pare abbia parecchio strapazzato sul set per l’inesperienza. La Hepburn dal canto suo ebbe un flirt con Holden durante le riprese, ma la relazione ebbe vita breve, anche perché Holden era sposato. In tutto questo caos di intrighi e capricci, Wilder fa l’equilibrista e sfrutta i caratteri di attori e personaggi per creare una commedia forse poco empatica, ma molto affascinante nella confezione.

Sabrina Fairchild, la giovanissima figlia dell’autista di casa Larrabee, ha una passione inguaribile per David, il minore dei fratelli Larrabee, dongiovanni scansafatiche. Invano il padre le ricorda che “La vita è come una limousine: c’è chi si siede dietro, chi si siede davanti. E in mezzo c’è il vetro.” Sabrina non riesce a dimenticare David, per il quale però sembra quasi trasparente; la giovane figlia dell’autista arriva persino a tentare il suicidio per amore, ma l’intervento provvidenziale di Linus, il serioso fratello maggiore di Davis, impedisce lo svolgersi della tragedia. Sabrina parte allora per Parigi, dove l’attende una scuola di cucina che faccia di lei una cuoca, una domestica rispettabile sulle orme del padre, ma dopo due anni torna a Long Island più competente in abiti e maniere che in cucina: quel vetro tra autista e passeggero Sabrina non vuole proprio accettarlo. La trasformazione di Sabrina da adolescente invisibile a giovane donna sofisticata è tale che David Larrabee nemmeno la riconosce, nonostante per istinto primordiale inizi a farle il filo. Non ha fatto però i conti con Linus, i cui piani aziendali verrebbero sconvolti dalla nuova fiamma del fratello…

“Sabrina” è forse il film che più di tutti alimenta il mito della Hepburn come modello di stile e di eleganza. In un ruolo che in fondo non ne esalta le capacità attoriali, Audrey Hepburn incarna la classe innata di un’aristocratica che il fascino lo possiede per natura. Non è in fondo questione di vestiti e di firme. La Hepburn è la Hebpurn sia mentre salta da un’automobile all’altra, unta di grasso e fumi, sia quando attende alla stazione con il suo Givenchy e barboncino al seguito. Il ritorno di Sabrina da Parigi, con conseguente metamorfosi del timido scricciolo in meravigliosa e affascinante farfalla appena uscita dalla boutique è sicuramente il punto di forza del film, il motivo per cui da decenni spettatori e spettatori continuano ad innamorarsene.

Dal canto suo, Humphrey Bogart si ritrova in questo frangente a interpretare il ruolo del cinico uomo d’affari, disposto a messe in scene di ogni sorta pur di preservare i piani finanziari dell’azienda. Sagace e acuto (caratteristica che gli deriva dai personaggi “sporchi” interpretati sino a quel momento), il copione gli lascia spazio persino per un filantropico pistolotto sul libero mercato e sui suoi benefici a favore delle popolazioni povere. Teorie economiche da manuale scolastico rivisto e corretto ad uso dei più forti, insomma. Un passo falso che Wilder, in genere attento al discorso sociale, avrebbe potuto evitare. Rimane comunque uno spasso vedere Bogart flirtare con Sabrina, provare una tenuta da marinaretto, saltare sulle innovative plastiche by Larrabee per testarne la tenuta.

Dei tre, William Holden è quello che sicuramente ha lasciato il segno meno degli altri. Divo a sua volta, non è riuscito però a rimanere, nella gara del tempo, al pari con i due colleghi, divenute vere e proprie icone. Holden aveva già lavorato con Wilder in “Viale del Tramonto”: sua era la voce che raccontava la vicenda del film. In “Sabrina” è un donnaiolo impenitente, per l’occasione biondo ossigenato e ovviamente abbronzato, che può permettersi di trascorrere la giornata correndo dietro ad ogni bella ragazza che incontra, visto che il patrimonio è assicurato e il fratello maggiore Linus guida con tanto scrupolo l’azienda per entrambi.

Si tratta, è evidente, di una commedia brillante, infarcita degli stilemi del genere, primo fra tutti la maturità dei protagonisti maschili, molto più grandi della protagonista (addirittura tra Bogart e Hepburn correvano una trentina di anni di differenza!), in cui non vi è una presenza di reali sottotesti, al contrario di quanto accadeva in “Someone like it hot”. Lo stesso tema del divario sociale tra Sabrina e David non è in fondo che un fatto puramente narrativo, ma non ha quel graffio, quell’amarezza che sono in altri contesti filmici il segno distintivo di Wilder. E la storia d’amore, per quanto elegante e simpatica, non provoca empatia, come non si avverte davvero la sofferenza della giovane Sabrina, che vediamo struggersi e tentare di morire ma senza riuscire a compenetrarci nel suo animo.

Pure, le atmosfere create da Wilder e dai suoi compari (Lehman e Taylor con cui alla scrittura, Frederick Hollander a curare le musiche, la fotografia di Charles Lang) sono affascinanti e suggestive; è un mondo di party, champagne e bei vestiti, che Sabrina inizialmente ammira e ambisce osservando nascosta su un albero, al suono di “Isn’t it romantic?”, un classico del jazz americano anni ’30, e di cui diventa infine protagonista ballando cheek-to-cheek con David prima e con Linus dopo. E questa volta il tema musicale dominante è “La vie en rose” di Édith Piaf, che Sabrina riporta a casa con sé assieme al guardaroba sofisticato e ad un animo più leggero e forte, perché “Parigi non è fatta per cambiare aerei… è fatta per cambiare vita!”.

Ritengo “Sabrina” un film di confezione, più che di sostanza. Una commedia brillante come quelle che amava la Hollywood anni Cinquanta, ma di elevata fattura e raffinatezza. Un classico da vedere almeno una volta nella vita, ma non il film della vita. Non della mia, almeno.

Per chi fosse curioso, segnalo un bell’articolo con molte interessanti curiosità sulla produzione e realizzazione del film:

https://blogfrivolopergenteseria.blogspot.it/2015/11/langolo-dei-film-sabrina.html

 

La mia valutazione: 7,5/10

 

 

“Sabrina”, di Billy Wilder.
GENERE: Commedia, Sentimentale
PRODUZIONE: USA 1954
ATTORI: Humphrey Bogart, Audrey Hepburn, William Holden, Walter Hampden.
DURATA: 112 Min

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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