Cinema

“Rushmore”, di Wes Anderson (1998)

Quando anni fa dicevo di amare Wes Anderson, prima di venirmi a noia il suo snobismo incapace di rinnovarsi, era per questo film (e per “I Tenenbaum”“Steve Zissou”). “Rushmore” è stato il secondo film di Wes Anderson, scritto con il fidato sodale Owen Wilson (il fratello di questi, Luke Wilson, figura come attore in un ruolo di comparsa) e ha lanciato l’universo poetico ed estetico di Anderson.

Il titolo, mutuato dal celeberrimo monte recante i volti dei presidenti americani, è il nome di un istituto superiore privato americano, frequentato da rampolli di ricche famiglie, in cui imperversa il quindicenne Max Fischer, il peggiore studente della scuola ma anche il vero animatore di ogni attività extrascolastica del college. Tra tanti viziati figli di papà, Max è figlio di un onesto barbiere (come Charlie Brown) e nonostante sia completamente negato per lo studio, la “Rushmore” è la sua vita, il suo interesse assorbente. Fin quando non conosce l’insegnante di scuola elementare miss Cross e il signor Blume, uno dei finanziatori dell’istituto, e la vita di Max cambia.

Sostanzialmente “Rushmore” è la storia di un adolescente geniale in crisi, come tanti personaggi di Anderson, condannati alla malinconia e al fallimento dai loro talenti. Mi chiedevo cosa ai miei occhi renda riuscito questo film e fallimentare una pellicola pur discreta (dal punto di vista formale) come “Grand Budapest Hotel”, e l’ho compreso rivedendo “Rushmore”. Sono i personaggi. Non basta avere una storia da raccontare. La storia è vuota, se i personaggi sono vuoti. E i personaggi degli ultimi film di Anderson non brillano per caratterizzazione, mentre ai personaggi di “Rushmore” ci si affeziona. Non solo a Max (Jason Schwartzman), il leader delle attività studentesche, brillante, creativo e pieno di interessi, aristocratico a suo modo ma al contempo bisognoso di amicizia e riconoscimento da parte dei compagni; non solo a Blume (Bill Murray), il ricco imprenditore dallo sguardo ironico e rassegnato, la cui vita triste e desolata si riaccende dopo l’incontro con Max; non solo a miss Cross (Olivia Williams), la giovane vedova che affascina i suoi piccoli studenti leggendo loro “Kidnapped” di Robert Louis Stevenson. Ma anche alla miriade di personaggi secondari che affollano il set di Anderson, dall’anziano papà di Max ai marmocchietti che, a vario titolo, finiscono per seguire l’uno o l’altro dei protagonisti principali come fedelissimi fan adoranti dei loro adulti preferiti. Adulti che portano dentro di sé, in qualche modo, un carico di innocenza e dolore che non può non incrociare il mondo dell’infanzia, ma che sanno poi diventare modelli di vita, incarnati nelle figure di genitori od insegnanti, e affascinare per le proprie persone e per il proprio ruolo.

 

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L’originalità di Anderson e Wilson nello scrivere questo film consiste nel peculiare modo di raccontare una storia eterna. La storia di un adolescente in crisi, del suo perdere i punti di riferimento, della sua crescita che vuol necessariamente dire sacrificio di qualcosa. Così è Max, per cui la vita consiste nell’istituto in cui è ripetente ad oltranza, che diventa la sua vera casa, la ragione per cui alzarsi dal mattino, il motivo per cui esistere, oltre il quale è il vuoto. Concetti sempre validi nel vivere dell’uomo, e in genere esasperati a 15 anni.

Rushmore3Ma è la maniera in cui questa vicenda è raccontata a far la differenza. È nella composizione dell’inquadratura, centrata e fotografata come un quadro in cui ogni dettaglio sia inserito con cura maniacale e gusto del retrò, all’eterna ricerca di un passato forse mai esistito che restituisca la malinconia di fondo della pellicola. È nella scelta del soundtrack, dalle musiche originali di Mark Mothersbaugh dalle sfumature barocche ai brani del rock anni ’60 e ’70 scelti dopo numerosi ascolti dallo stesso regista; una colonna sonora che ascoltata dopo la visione del film vi rimane indissolubilmente legata.

Ma è soprattutto nell’eccentricità, genialità, caratterizzazione dei personaggi del film. In quel Max che con disinvoltura passa da esperto calligrafo a scrittore di drammi teatrali di sapore cinematografico e sicuro successo di pubblico. Tali denotazioni di alterità ed eccentricità diventano la cifra del cinema di Anderson; non semplici ornamenti bizzarri con cui nascondere la banalità di un personaggio o di una scrittura, bensì modi di essere sé stessi e di confrontarsi, ineluttabilmente, con un mondo meno creativo e colorato in cui è difficile inserirsi davvero anche quando si pare vincenti. La difficoltà di essere sé stessi nel mondo senza perdersi è ciò che, a mio avviso, rende così interessante il primo cinema di Anderson, e, paradossalmente, più di ampio respiro, pur raccontando piccole storie particolari, rispetto all’ultimo film che tenta quasi l’assalto (fallito) alla Storia, e che non lascia sul viso dello spettatore l’affettuoso sorriso di chi ha riconosciuto un amico.

 

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“Rushmore” di Wes Anderson.

Con Bill Murray, Jason Schwartzman, Luke Wilson, Olivia Williams, Brian Cox.

USA 1998, durata 93′.

 

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Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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