Cinema

“Rois et reine”, Arnaud Desplechin (2004)

La regina del titolo è Nora, giovane e bella vedova con bambino a carico, curatrice di una casa d’aste.

I re del titolo sono i quattro uomini della sua vita: il padre, il marito defunto, il figlio, il secondo (ex) compagno Ismaël.

La narrazione di “Rois et reine” del regista francese Arnaud Desplechin si giostra tra questi cinque personaggi, quattro dei quali ruotano attorno alla regina Nora, splendida creatura hitchcockiana che, un po’ donna che visse due volte, un po’ Marnie, determina il destino del padre malato, del marito morto giovanissimo mentre lei era incinta, del figlio innamorato della madre, dell’eccentrico suonatore di viola Ismaël.

Fino a quando il personaggio di Ismaël prende il largo e, svincolandosi dall’influenza di Nora, diventa la vera regina del film, il vero mattatore e protagonista, catalizzatore delle simpatie del pubblico, che lo adora mentre balla la breakdance durante una seduta collettiva di psicoterapia o quando va in giro esagitato indossando un mantello da moschettiere. A interpretarlo non poteva essere che Mathieu Amalric, uno dei migliori attori francesi degli ultimi vent’anni. Amalric ha un dominio fisico e spaziale della scena, un mimetismo e una espressività, che gli consentono quasi di prendere le redini del film al posto del regista e di virare il registro dal picaresco al tragicomico, dal drammatico all’introspettivo, donando fiato allo spettatore altrimenti oppresso dalla tragicità della vicenda di Nora e dal cuore del film, quel virtuale confronto di un padre con la figlia impegnata a leggere le sue ultime parole, un momento di cinema crudele, ma splendidamente girato, che colpisce e scuote l’animo di chi guarda.

Desplechin ha molto del cinema francese post nouvelle vague; mantiene un certo compiacimento autoreferenziale, ambientazioni alto-borghesi, malesseri intellettivi da eccessivo benessere, segreti e scandali che si compiono in silenzio. Ma lavora anche su percorsi che sono suoi dalla pellicola d’esordio “La vie des morts”, a partire dal confronto con una morte prematura, per arrivare al confronto con la morte stessa, tramite cui si scandagliano i rapporti all’interno di una delle strutture culturali e sociali primarie della società, la famiglia, penetrando nella quale si toccano i lati oscuri dell’essere umano stesso. E questa volta, proprio nella vicenda di Nora, la sempre brava Emmanuelle Devos, Desplechin riesce a compiere in maniera più profonda e acuta la sua indagine; le sequenze in cui Nora si confronta in sogno con il marito, o legge la lettera del padre, sono teatrali, nel senso di messe in scena che riproducono da un lato la realtà, e dall’altro la rielaborazione della donna, la sua personale e interiore drammatizzazione dell’accaduto.

Il contraltare di Nora è proprio Ismaël, uno le cui drammatizzazioni non hanno nulla di interiore: viene fatto internare non si sa da chi perché ogni tanto va in giro travestito con un poncho e adotta comportamenti anomali; ha una irrequietezza d’animo che sa tradursi alternativamente in fascino irresistibile o delicatezza estrema verso chi è da proteggere. È lui che trascina e compatta una narrazione volontariamente sfilacciata, che sembra toccare tante tematiche in realtà solo innestate per rendere più sfaccettato il quadro della narrazione, mescolare le carte, arricchire la pietanza e renderla inconfondibile, come ricca e inconfondibile è la vita umana.

Nonostante i difetti da cinema francese, dunque, un film da vedere.

 

La mia valutazione:

[rating=8]

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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