Cinema,  Da provare almeno una volta nella vita

“Ritratto della giovane in fiamme”, Céline Sciamma (2019)

Nell’attuale panorama cinematografico europeo, due registe francesi osservo con particolare ammirazione: Claire Denis e Céline Sciamma. Se l’ultimo tratto della carriera della Denis suscita in me alcune perplessità (l’ispirazione e la lucidità di “Beau Travail” sembrano molto lontane), trovo invece sempre più interessante e stimolante la filmografia di Céline Sciamma, la cui ultima opera, “Ritratto della giovane in fiamme“, è da poco transitata per i cinema italiani. Opera molto stratificata, per la quale forse sono necessarie più visioni, il film della Sciamma utilizza la storia d’amore tra le due protagoniste per riflettere sul ruolo della donna nella cultura e nell’immaginario.
Céline Sciamma ha spesso frequentato con le sue opere il mondo dell’omosessualità femminile, tanto che inizialmente ho ceduto al pregiudizio di inquadrarla in un cinema ben incasellabile, dopo le visioni dei pur ottimi film “Naissance des pieuvres” (2007) e “Tomboy” (2011): un cinema militante, realistico e asciutto. La visione di “Bande de filles” mi aveva lasciato invece immersa nelle dure emozioni di un’adolescente delle banlieu mirabilmente filmate dalla Sciamma, che scoprivo così fine regista e profonda osservatrice delle dinamiche umane e sociali. Con “Ritratto della giovane in fiamme” la cineasta compie un ulteriore salto in avanti nella sua idea di cinema, interrogandosi non solo sulla nascita e ineluttabilità del desiderio, ma anche sul potere del ricordo e dello sguardo. A distanza di giorni dalla visione, infatti, permane l’idea che il film sia un’ode alla potenza dell’immagine, con Marianne alter ego e sodale della regista Sciamma nel dare vita a questo rincorrersi di sguardi che strutturano non solo una storia d’amore impossibile, ma anche e soprattutto il ruolo sociale e convenzionale della donna, e la visione culturale ad esso sottesa. Nell’epoca del “me too”, queste parole possono apparire banali e in sintonia con una moda politically correct e ambigua che, dietro l’ipocrita caccia alle streghe, conferma senza variare tali modelli culturali. L’operazione della Sciamma è invece di tutt’altro spessore, sedimentata e ragionata, inesorabilmente collegata all’arte e alla sua funzione salvifica e rigenerante: non proprio i cavalli di battaglia dello pseudo femminismo in voga da qualche anno.
Vincitore del premio come Miglior Sceneggiatura al Festival di Cannes 2019, in realtà “Ritratto della giovane in fiamme” è un film di regia: accurata, elegante, evocativa, in confronto alla quale il premio alla Sceneggiatura pare quasi un premio di consolazione.

Ambientato in un imprecisato Settecento francese, su un’isola bretone solitaria e desolata, il film mette in scena una storia d’amore tra due giovani donne in un’epoca in cui il ruolo femminile, soffocato dal patriarcato culturale ed intellettuale, si muoveva tra convento, cucina e matrimonio, e l’omosessualità tra donne non poteva semplicemente esistere. In questa vicenda sentimentale le due protagoniste hanno entrambe un ruolo di eguale importanza sulle spalle, eguale e complementare: Marianne, la pittrice incaricata di realizzare in incognito un difficile ritratto, ed Héloïse, il soggetto del futuro ritratto, restia a farsi osservare e riprodurre. Il ritratto ha un valore più che simbolico e commemorativo: esso è lo strumento che permetterà alla madre di Héloïse di maritare la figlia ad un ricco e, per Héloïse, sconosciuto signore milanese, qualora egli dovesse trovare gradevole l’immagine della fanciulla. Héloïse rifiuta questo matrimonio, e pertanto si sottrae al dovere di lasciarsi ritrarre.
In questa storia, oltre all’amore, l’amicizia e la solidarietà tra donne sono presenti con uguale importanza: accanto a Marianne ed Héloïse c’è infatti Sophie, la servetta, rimasta incinta di una gravidanza non desiderata, che le due giovani aiuteranno a gestire.
La sinossi spiega da sola la ragione per cui la Sciamma ha compiuto una apparentemente singolare scelta di casting, realizzando un film in cui non recita quasi alcun uomo. In maniera affatto banale, la regista ha inteso mostrare la presenza e l’impronta di una egemonia culturale maschile in cui gli uomini sono presenti anche senza entrare in scena ed agire: la loro assenza rende l’evidenza di una cultura plasmata sulle loro necessità, sui loro desideri, sul loro punto di vista. Al ricco milanese basta l’immagine di Héloïse per decidere se prenderla in sposa o meno: il carattere, i gusti, le affinità, sono elementi superflui e per lui “controllabili” rispetto all’avvenenza dell’aspetto. Per lo stesso motivo Héloïse vorrebbe rifiutare un matrimonio in cui lei non ha alcun ruolo, alcuna voce in capitolo. Nulla di drammatico per l’epoca, la pura e semplice normalità.
Allo stesso modo Sophie, incinta suo malgrado e sola a gestire la situazione, deve attendere che la padrona parta per poter affrontare il problema, contando solo sull’aiuto di figure femminili che comprendano e che intervengano in segreto; perché “in segreto è tollerato”, come racconta Marianne quando spiega che, in quanto donna, le è impedito studiare nudi maschili.
I dettagli nel film si affastellano per contribuire a costruire questo microcosmo ad altezza di uomo in cui la donna non gode di uguale dignità: un bracciale di perle inesistente aggiunto dall’autore del primo ritratto; un quadro di argomento mitologico che necessita di essere firmato dal padre dell’autrice; un brano suonato con le mani nascoste da un lenzuolo che ricopre la spinetta; e quello stesso mito di Orfeo ed Euridice, che di tanti significati si carica nel film, su cui Marianne ed Héloïse dibattono, assieme a Sophie, chiedendosi tacitamente perché, per un errore evitabile di lui, debba perire lei.
La presenza maschile, dunque, è fin troppo palesata anche in mancanza di attori uomini; e del resto ne basta uno, colui che traghetta la tela bianca e poi la tela finita: entra in scena con un’immagine di chiara metafora, mentre, a gambe ben piantate, tiene saldamente in pugno il timone della barca su cui viaggia Marianne: esattamente così il genere maschile tiene il timone delle vite di Héloïse e Marianne, e per sineddoche il genere femminile.
In questo mondo oppressivo e a misura d’uomo, Héloïse rimpiange la vita in convento sino a quel momento condotta; in convento è possibile cantare ed ascoltare musica, anche se solo quella solenne dell’organo: un’altra scelta densa della regista, che ha lasciato il peso del film sulle spalle delle immagini, della recitazione e delle parole, scegliendo come colonna sonora per quasi l’intera pellicola i suoni naturali e il silenzio. Perché se oggi la musica è ovunque ed è diventata così facile da reperire da essere anche sottostimata e privata di valore, sino a qualche decennio fa ascoltarla era un privilegio riservato a chi poteva permetterselo, in ogni senso, e la scelta della Sciamma quindi non si rivela solo naturalistica, ma anche metaforica, in quanto contribuisce a creare quella sensazione di oppressione esistenziale a cui nulla poteva offrire consolazione, nemmeno la musica. Il medesimo senso di oppressione che forse ha fatto storcere il naso a parte del pubblico e della critica, non più abituato ad un suono così rigoroso al cinema, oltretutto in un film sentimentale, dove la musica per convenzione sottolinea le emozioni più intense.
Ma soprattutto, Héloïse rimpiange il convento perché, qualora fosse necessario ribadirlo, “l’uguaglianza è un sentimento piacevole”. Ed è proprio un rapporto di uguaglianza che, lasciate sole per alcuni giorni, creano fra loro Marianne, Héloïse e Sophie; un rapporto in cui non contano le classi sociali, non conta chi è aristocratica, chi è una lavoratrice borghese e chi è popolana. La padrona cucina; la borghese versa il vino; la popolana realizza uno splendido ricamo – una vera opera d’arte – osservando (ancora lo sguardo!) un vaso di fiori disposti sul tavolo. Si prendono cura l’una dell’altra come tre eguali e sodali; giocano a carte divertendosi genuinamente; e leggono le favole tragiche di Ovidio dinanzi al fuoco, stupite, come bambine, per tanta bellezza e tanta crudeltà.

La favola di Orfeo ed Euridice, che le tre giovani leggono con passione e su cui discutono animatamente, diventa il centro del film. Le tre ragazze si interrogano su quello sguardo proibito che Orfeo getta ad Euridice dopo che gli Dèi dell’Ade le hanno concesso una seconda vita, commossi dal canto struggente di lui, poeta innamorato. Quello sguardo nel film occupa un ruolo nevralgico, in molteplici sensi, e tramite gli occhi di Marianne, novella Orfeo, artista e amante, diviene lo sguardo della regista Sciamma, anch’ella artista ed amante.
La centralità dell’immagine è esibita sin dall’inizio del film, in cui le allieve di Marianne guardano la loro insegnante, che si lascia osservare e le invita a farlo con attenzione. Marianne insegna loro ad analizzare, a ricoprire cioè quello che è il proprio ruolo centrale nel film. Per tale ruolo la Sciamma ha evidentemente scelto un’attrice, Noémie Merlant, di cui valorizzare lo sguardo: l’occhio vigile e attento di Marianne attraversa il film, restituendo un personaggio deciso, autonomo ed indipendente. Lo intuiamo sin dallo sguardo che lancia, a inizio film, al timoniere della barca: nessuno dei marinai la aiuterà a recuperare la cassa finita in mare. Comprenderlo e gettarsi in acqua da sola è un tutt’uno; Marianne sa come funziona il mondo, ha imparato a cavarsela da sola, è realistica e pragmatica: sa nuotare nella vita, e si trova certamente più a suo agio dipingendo a memoria che giocando a fare la dama di compagnia. Marianne è sola ed è libera; ma Héloïse, a cui insegna che in solitudine potrà godere della libertà, la spiazza rivelandole candidamente che dalla solitudine ha anche compreso di soffrire la mancanza di Marianne.
Se Marianne è un personaggio già esperito, sfaccettato ma ben consolidato, Héloïse, nella sua nuova esistenza fuori dal convento, ha l’opportunità di aprirsi alla vita, scoprire il mondo e scoprire sé stessa. Di scoprire se sa nuotare o, almeno, galleggiare. Ne viene fuori un personaggio indimenticabile, degno delle migliori creazioni letterarie: magistralmente interpretato da Adèle Haenel, la Sciamma, nel suo doppio ruolo di regista e sceneggiatrice, ha lasciato che in Héloïse confluisse il passato che attrice e regista hanno condiviso sia a livello professionale (Haenel era tra le protagoniste di “Naissance des pieuvres”) che a livello sentimentale (sono state compagne di vita per alcuni anni): Héloïse è il frutto di una regista che conosce benissimo la sua attrice, di un’amante che ricorda ogni sfumatura del viso della propria amata di un tempo: novella Orfeo, la Sciamma lascia che Héloïse diventi monumento del proprio legame con la Haenel, e ne mostra la bellezza e il carattere tramite i dettagli che ella stessa conosce a memoria, e che nel film Marianne coglie minuziosamente, osservando fugacemente il proprio soggetto e trasferendo subito su carta e carboncino quanto appreso. Lo spettatore scopre Héloïse assieme a Marianne: i riccioli biondi irrequieti, l’orecchio roseo e in parte nascosto, le labbra sfuggenti. Marianne ha difficoltà a cogliere la vera essenza di Héloïse, per quanta vitalità e complessità si cela in questa giovane donna diffidente eppure pronta all’amore, testarda e generosa, matura nel suo desiderio di esperire la vita. Il volto contraddistinto dalle rughe della collera, Héloïse si trasforma repentinamente quando la felicità da bambina e la semplicità di una curiosità genuinamente infantile le strappano via l’algida indignazione di doversi difendere dal mondo. Realizzarne un ritratto non è semplice per Marianne, che deve vivere davvero Héloïse per coglierne la “présence”, quei sentimenti profondi che permangono nell’essere umano e non sono transitori come gli stati d’animo.
Questa esperienza è speculare ad un’altra, che Marianne vivrà sempre per incoraggiamento di Héloïse: assistere ad un aborto. In quella scena, Marianne distoglie gli occhi per umana empatia, ed Héloïse la esorta invece a guardare: qualche ora dopo riprodurrà con Sophie la scena dell’aborto chiedendo a Marianne di fissarla su tavola tramite colori e pennelli. Marianne/Sciamma, nel ruolo di Orfeo, questa volta guarda più in là del proprio vissuto individuale, ricordando al mondo un momento così sentito e presente, così drammatico nell’esistenza femminile, e così assente dall’arte e dalla Storia che ci è stata tramandata. La Sciamma raggiunge il suo scopo rendendo l’immagine fortemente potente tramite la presenza di un bambino che, durante il doloroso momento, accarezza il viso di Sophie, mentre gli occhi di Marianne ed Héloïse testimoniano di una sincera compartecipazione al destino della donna, di tutte le donne; un’alleanza tacita che era emersa già nella splendida scena del raduno di donne bretoni attorno al fuoco, di notte, quasi ad evocare un sabba di presunte streghe che, guardandosi con intesa l’una con l’altra, intonano un suggestivo canto in latino. “Non possum fŭgĕre”. Non è possibile fuggire, da questo mondo, dalla sua cultura, dalle sue convenzioni. Ma non possiamo nemmeno fuggire dai sentimenti profondi, e gli sguardi tra Marianne ed Héloïse accendono definitivamente quel fuoco che non può essere più celato, e che si manifesta concretamente sulla gonna di Héloïse nella splendida inquadratura che diviene poi la locandina del film: il ritratto della giovane in fiamme. Portrait de la jeune fille en feu.
Diversi commentatori hanno notato l’assonanza con “À l’ombre des jeunes filles en fleurs“, titolo del secondo volume dell’imponente “À la recherche du temps perdu” di Marcel Proust, il testo letterario per eccellenza sulla memoria e sul ricordo, e non è forse un caso, dato che il film della Sciamma vive di ricordi: i ricordi di Marianne relativi ad Héloïse, i ricordi di una Storia femminile cancellata e distorta, e probabilmente anche i ricordi della regista verso la donna amata, in un simbiotico rincorrersi di dimensione privata e collettiva.

Ho letto con stupore su alcune recensioni che il film sarebbe freddo e poco passionale. Ritengo invece che sia emozionante e intrigante proprio perché costruito su quell’aspetto dell’essere umano che da sempre, nell’arte e in poesia, è veicolo di amore: gli occhi. La prima parte del film è intrisa di seduzione, sin da quel primo incontro fra le due giovani teso e suggestivo in cui il desiderio di libertà prende il sopravvento sulle presentazioni e sulle convenzioni. La fuga di Héloïse verso il mare è un pezzo di cinema davvero suggestivo e vitale, preparato con un’accurata suspense che lascia un forte senso di attesa al primo apparire della giovane. Allo stesso modo ho trovato intrigante e appassionata la seconda parte, quella in cui il desiderio domina le due protagoniste portandole a vivere una passione fugace che le segnerà per tutta la vita. All’erotismo esplicito e rasente, a mio avviso, la pornografia di “La vie d’Adèle” (film che ho molto amato ma che ha un innegabile, fastidioso, sguardo maschile, proprio in quelle scene), la Sciamma preferisce un erotismo più sottile e suggestivo, più seducente, basato, ancora una volta, su sguardi ed immagini. La fotografia di Claire Mathon, curatissima e piena di calore, realizza dei fotogrammi suggestivi ed estremamente pittorici, memori dei grandi cineasti francesi (Truffaut, Rivette, Rohmer…) e forse di suggestioni derivanti da Ruiz. Le mani di Hélène Delmaire, la pittrice che ha realizzato i quadri del film, con paziente dedizione sommano tratto su tratto, pennellata su pennellata, colore su colore. La sensualità della vicenda passa per la resa naturalistica e pittorica della messa in scena: la concreta pesantezza e matericità dei tessuti, le mani sporche di colore, la luce calda, quasi caravaggesca, che illumina il castello, la violenza delle onde che si infrangono sulle coste rocciose dell’isola, i tratti di carboncino decisi ma umani, a volte errati, un ritratto che prende fuoco all’altezza del cuore; un sorriso nascosto dietro una sciarpa, un braccio che si tende e che viene afferrato, due paia di occhi che si cercano senza sosta… Con pudore, la regista si ritira quando Marianne ed Héloïse, colei che osserva e colei che viene osservata, divengono una cosa sola. Una scelta esattamente contraria a quella di Kechiche, che invece insiste sull’atto sessuale mostrando immagini fredde e anatomiche, prive di vero sentimento. La regia di Sciamma dissolve in quell’abbraccio bergmaniano ispirato a “Persona”, preferendo distogliere lo sguardo dalle due amanti.
Il tempo per vivere questa passione sarà breve, ma intenso. I fiori in cucina appassiscono, mentre il ricamo di Sophie prende vigore e imperitura vita. Il ritratto, come il ricamo, viene infine compiuto, con Marianne ed Héloïse una accanto all’altra; il soggetto diventa esso stesso partecipe del quadro che lo ritrae, e rimarrà, negli occhi e nel cuore di Marianne, “un’immagine riproducibile all’infinito”. Nello splendido finale, la distanza e i ruoli delle due donne si ricompongono: l’una torna ad osservare, l’altra ad essere osservata.
Il nostro punto di vista coincide con quello di Marianne, e con quello di Sciamma, ed il cerchio è concluso: nel doppio intrecciarsi di riflessione individuale e collettiva, della regista verso Adèle e il ruolo femminile, di Marianne come donna e come artista, si compie la magia di un cinema che sa prendersi i propri tempi, credere nel proprio messaggio, ed eternare i sentimenti profondi tramite l’arte.

  • Titolo originale: Portrait de la jeune fille en feu
  • Regia: Céline Sciamma
  • Cast: Adèle Haenel, Noémie Merlant, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel
  • Fotografia: Claire Mathon
  • Dipinti: Hélène Delmaire
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 119 minuti
  • Produzione: Francia, 2019

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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