Libri

Ri-letture#1: “Persuasione”

Ovvero: quando i libri continuano a chiamarti dagli scaffali

E così, passi davanti agli scaffali, osservi tutti i libri cercandone uno che possa farti compagnia in un giorno in cui ti manca quella atavica sensazione di perderti tra le pagine di un buon libro. Niente sembra fare al tuo caso, ti allontani sbuffando e rimproverando la dannata età matura, che stronca l’incanto della simbiosi con le pagine di carta, e la magia di trovare in esse un mondo da scoprire.
Però non fai in tempo ad allontanarti di pochi metri che scopri di avere, in sottofondo alla tua coscienza, un vecchio amico che ti aspetta da tempo. Lo conosci alla perfezione, ricordi come è strutturato e addirittura ricordi alcune frasi a memoria. Sicuramente non è l’effetto sorpresa che potrà avvinghiarti alla tua lettura. Ma niente, è lui che vuoi leggere. Te lo stava chiedendo da settimane, ti occhieggiava ogni volta che gli passavi davanti, ma tu niente, eri insensibile al suo richiamo. Sei diventata un po’ ostile verso le tue vecchie compagnie. Non sei sicura ti possano capire ancora così bene. Ma stavolta forse sei pronta. Lo prendi in mano, inizi a leggerlo e a sorridere. È come indossare un vecchio paio di comode pantofole. Ti senti a casa. Sai già cosa ti attende alle prossime righe ma questo, lungi dal provocarti noia, accresce solamente il tuo piacere. Sai già cosa pregusterai.
Ed eccoli, tutti i personaggi della Austen, che balzano dalla carta come fossero vivi. Ed improvvisamente sì, sembrano davvero vivi.Ti sconvolge quanto sia vero ciò che leggi, pur essendo una storia ambientata due secoli fa, pur vedendo con chiarezza la struttura narrativa e l’artificiosità dell’intreccio. Quei tipi letterari di cui anni fa ridevi pensando che forse la vecchia Jane aveva un po’ calcato la mano nel crearli, ora ti paiono assolutamente verosimili e colti con grande acume. Apprezzi l’equilibrio razionale della scrittrice, la sobrietà con cui si districa nella spiacevolezza dei comportamenti più biechi ed egoistici. Ti stupisci positivamente della ponderatezza e del bilanciato buonsenso con cui lascia dignità a personaggi che, incontrati nella vita reale, lascerebbero profondo disagio e malessere, finendo magari in qualche classificazione da manuale di psicologia.

Tifi per la protagonista, per Anne. Quella Anne che sotto sotto ti è sempre parsa un po’ debole, ma adesso sei sufficientemente esperita per comprendere che la sua presunta debolezza è retaggio di una cultura in cui la donna non ha potere decisionale su sé stessa e il cui prestigio è legato al titolo, all’aspetto e al matrimonio contratto. Anne, calata in quel contesto, in quelle condizioni intellettuali, economiche e culturali, rimane sé stessa e agisce al meglio, con coerenza e rispetto di sé e degli altri, sapendo di poter ambire a poco, di non poter nemmeno concepire l’ambizione. Fine osservatrice e paziente come sanno esserlo le persone molto sagge, Anne è una perla nascosta, invisibile agli occhi dei più, di quei parenti presi dal rimirarsi nel proprio specchio, dal contemplare solo le proprie, a volte inesistenti, sfortune. Con preoccupazione leggi che tra i pochi a restituire ad Anna tutto il suo valore c’è anche chi è affascinato dalla sua empatia e dalla sua intelligenza, e per conquistarla finge di essere come lei. Ma sai che in Anne intuito e ragione camminano assieme di pari passo, e gliel’hai sempre invidiata questa dote. Nella vita reale è più facile che intuito e ragione si mettano in sciopero a tempo indeterminato per poi riprendere le attività con vergognoso ritardo. Ma come si suol dire, meglio tardi che mai.

E poi ti sovviene che si tratta dell’ultimo romanzo di Jane Austen, e nonostante dubiti che l’autrice avvertisse l’avvicinarsi della fine, tuttavia si respira un’aria diversa rispetto alle prime, frizzanti prove. C’è una malinconia, diresti una rassegnazione, che pervade il racconto, e la scommessa letteraria della Austen sembra essere contemperare un romanzo di formazione, tutto sommato alla fine compiuto, nel tono mesto e sobrio che accompagna il lettore dalle prime alle ultime pagine. Se “Emma” (1815) lascia in alcuni passaggi un sapore molto più amaro e disilluso – per qualche motivo lo associ sempre a “Great Expectations” di Charles Dickens, nonostante siano romanzi estremamente differenti e nemmeno coevi – quando leggi “Persuasion” immagini la scrittrice che con un sorriso bonario sulle labbra, deposte le armi dopo averne accertata l’inutilità, pacifica la sua eroina – un palese alter ego di sé stessa – con le limitate possibilità offerte dal suo tempo, offrendole quello che a 43 anni reputava il meglio: un affetto forte e saldo, profondo e irrobustito dal tempo, capace di dare valore a ciò che il resto del mondo è troppo cieco e preso da sé per contemplare. E quindi sorridi, e ti rendi conto che la vecchia Jane ha colpito ancora.
Era quello che volevi leggere, e lo sapevate sia tu che lei.

Link alla recensione di qualche anno fa:

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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