Cinema

“Rebel without a Cause”, Nicholas Ray

James Dean era da poco scomparso nel fatale incidente d’auto che pose fine alla sua vita a soli 24 anni, quando “Rebel without a Cause” venne proiettato nelle sale americane. Correva l’anno 1955, e James Dean, ormai leggenda, divenne icona del malessere giovanile e di un atteggiamento da duro sofferente. Nicholas Ray centra il colpo e pur non firmando il proprio capolavoro (è per “Johnny Guitar” che Godard disse “Le cinema, c’est Nicholas Ray.”), affonda nell’immaginario collettivo iI giubbetto rosso, i jeans impolverati, i capelli pettinati a banana e gli stivali pronti a scattare di James Dean, ribelle pur non avendone motivo, come nell’omonimo titolo del saggio dello psichiatra Robert M. Lindner che tentava di cogliere e spiegare un malessere generazionale per taluni versi nuovo ed inaspettato. E Jim Stark non è l’unico adolescente inquieto, a giudicare dalla notte difficile che tocca al commissario Ray, costretto a dividersi tra Jim, trovato a dormire per terra mezzo ubriaco, Judy, fuggita di casa dopo l’ennesima burrascosa lite con il padre, e Plato, un solitario ragazzino dagli occhi tristi portato al commissariato per aver sparato a dei cuccioli con la pistola del padre.

Jim, ragionevole e pacato, cambia improvvisamente atteggiamento se gli viene rivolta l’offesa di “chicken”, vigliacco, appellativo che racchiude l’intero mondo interiore del protagonista, le sue burrascose esperienze nelle scuole precedenti, la sua inquietudine di adolescente che non accetta il mondo adulto, la paura di diventare come il padre, mite e passivo perché inetto. Dopo l’ennesimo trasferimento ha un unico bisogno, quello di sentirsi accettato nella nuova scuola. Poco importa se per ottenere ciò dovrà fare un po’ il bulletto nel Planetario che ospita la scolaresca, seguito fedelmente dal defilato Plato, che cerca inconsapevolmente una famiglia mentre sguiscia nell’ombra per non attirare l’attenzione della gang di teppistelli della scuola. Più che ribelli senza motivazione, Jim, Plato e Judy sono bambini privi di guida nel crescere, che procedono a tentoni nello scontrarsi con il muro della stolidità e dell’ipocrisia adulta, in una ricerca di autenticità che crea uno strano legame con l’Holden salingeriano (anche Jim utilizza “phony”, durante una discussione con i genitori). La risata infantile e nervosa di Jim non ha nulla di ribelle, né lo ha la timidezza camuffata con cui tenta di fare amicizia con Judy e con la gang di Buzz. Il ribellismo del titolo e dell’alone dannato che circonda il film appartiene più alla costruzione pubblicitaria e al labile confine tra Dean attore e Dean personaggio che non ai caratteri dei protagonisti. Ciò che i tre ragazzi cercano è una famiglia, di sangue o meno, in cui essere se stessi senza dover indossare alcuna maschera, una famiglia che ponga fine al loro senso di solitudine, concreto o percepito. Ma non è destino che tutti e tre trovino una propria serenità; paradossalmente, il più sofferente di loro sarà il capro espiatorio dell’intera vicenda e degli sceneggiatori.

La regia di Ray trasmette questo senso di vuoto, di inquietudine e di distorsione della realtà normalmente accettata piazzando la macchina da presa straordinariamente in basso, ad inquadrare rasoterra Jim che, sdraiato a pancia in giù sull’asfalto, copre con una busta uno scimmiotto giocattolo come fosse un bambino addormentato, appagando così il proprio senso di protezione. Ed è nelle sequenze più intense che la macchina da presa di Ray torna ad assumere posizioni inconsuete, sbilenche, storte, diagonali, rendendo le stanze un immenso spazio incerto riempito dalla presenza scenica di Dean, del suo fisico nervoso e dei suoi occhi imploranti e carichi di disperazione. Una recitazione da Actor’s Studio che ha fatto storcere il naso a parte della critica ma che, se può apparire eccessivamente istrionica, a Dean, paradossalmente, calza alla perfezione, raggiungendo il suo apice in “East of Eden” di Elia Kazan.

Né Dean è l’unico pezzo da novanta del cast; se Sal Mineo non diventerà mai stella di prima grandezza, lo stesso non si può dire di Natalie Wood, esponente di punta della propria generazione attoriale assieme a Warren Beatty, con cui reciterà in “Splendor in the grass”, ancora di Kazan, affrontando una tematica per molti versi affine a quella di “Rebel without a Cause” e riuscendo ad incidere ancora di più nel cuore dello spettatore.

Ad un’ennesima visione, il film di Ray lascia una punta di delusione, rivelando di essere entrato nel mito per una serie di fattori non del tutto legati alla qualità della pellicola stessa. A parte sequenze perfette come quella della sfida automobilistica o il confronto drammatico tra Stark padre e figlio, vi sono alcuni punti in cui il film tenta di volare ambiziosamente senza riuscirvi (la sequenza del Planetario vorrebbe alludere ad una dimensione esistenziale ed universale del malessere dei protagonisti, che però è più ostentata che tentacolarmente trasmessa), e soprattutto, l’essenza tragica del film viene elusa nel modo in cui esce di scena l’unico personaggio veramente solo, Plato, i cui genitori non sono presenti ed immaturi, come quelli di Jim e Judy, ma lo hanno abbandonato del tutto: Plato, il vero cucciolo fastidioso da affogare alla nascita come quelli da lui uccisi all’inizio del film, il ragazzino di cui ridere perché ha i calzini di colore diverso, da compatire e da abbandonare, a cui Dean affida il suo giubbetto rosso simbolo di ribellione e rifiuto di crescere. Il sorriso finale di maliziosa intesa dei genitori di Jim è uno schiaffo alla tragedia esistenziale appena consumatasi e un evitabile trionfo di ipocrisia hollywoodiana.

Film culto ma non capolavoro, la ricerca del sé è altrove.

 

La mia valutazione:

[rating=7]

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 Comments

  • Carmen

    Sai che mi ero ripromessa di vederlo finito Utahime? XD
    Poi non lo feci perché ero in Utahime-blues e avrei pensato soltanto a James… (e Taro, e Suzu…).
    Il tempo è passato e ancora non ho rimediato! XD
    Ricordo di averlo visto da giovane al cinema, in una serata di film “vintage”, ma non ne ho memoria… che vergogna! ._. Devo rimediare!

    • Asaka

      Ricordo di averlo visto da giovane al cinema, in una serata di film “vintage”, ma non ne ho memoria…

      E beh, certo che non ne hai memoria, alla tua età! XDD

      Non ti facevo ottuagenaria pure te, Carmen! 😛

      Ci avrei scommesso che dopo Utahime avresti pensato a rivederlo…

      È stata un po’ una delusione, sai? È incredibile come cambi la percezione dell’arte in base al proprio vissuto.

      Se lo rivedi mi fai sapere?

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