Cinema

Re-visioni#4 – “Un coeur en hiver”

Il 2020 per me si apre con una “re-visione” di un film che desideravo rivedere da tempo: “Un cuore in inverno” di Claude Sautet. Devastante visione come sempre, nonostante lo conosca a menadito. A questo giro mi ha colpito il senso di ineluttabilità e di solitudine che lambisce i personaggi: non è, come in Antonioni, una impossibilità a comunicare, ma è una inesorabilità dell’essere umano a non poter realizzare i moti del proprio cuore, a dover sempre soffocarli, guidarli, gestirli; un destino esistenziale che ci inchioda a comprendere nel momento sbagliato, alla paura, alla sofferenza, alla confusione su sé e l’altro; alla solitudine.

E niente: una sceneggiatura e una recitazione, una regia, magistrali. Sautet è rigoroso nel suo scandagliare l’animo dei tre protagonisti; rigoroso come il suo liutaio, chiuso e riflessivo. Stéphane è un essere umano, non una macchina: comprendere quali siano le reali potenzialità di un violino e come portarne il suono alla perfezione gli richiede tempo, ascolti, ponderazione. Comprendere il proprio animo poi è tutt’altra faccenda…

Meravigliose le Sonate per trio di Ravel utilizzate come sfondo musicale del rincorrersi dei tre cuori protagonisti di questo film: tre cuori, non due, perché Maxime, Camille e Stéphane hanno eguale dignità nella storia, e, checché ne pensi Stéphane, l’amicizia e l’amore sono presenti in egual misura.

Non vi avevo fatto caso prima, ma il ruolo del mentore dei due protagonisti, il prof. Lachaume, è interpretato da Maurice Garrel, attore francese, nonchè padre del regista Philippe Garrel, che tanto ha dato al cinema d’Oltralpe (da me amato molto anche nel personaggio di Louis Jenssens in “I re e la regina” di Desplechin). Il legame di Lachaume e Stéphane è forse l’apice dello struggimento di una pellicola meravigliosa.

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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