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Re-visioni#2 – “La vie d’Adèle”

Ho rivisto “La vie d’Adèle” di Abdellatif Kechiche a distanza di quattro anni.

La prima recensione che scrissi a quei tempi potete trovarla qui.

L’ho riletta, e sebbene mi senta ancora di confermarla, mi sento anche di aggiungere molte altre cose.

Penso che sia importante sottolineare le diverse modalità di fruizione del film. La prima volta l’ho visto al cinema, in seconda serata con palpebra calante; naturalmente era la versione doppiata in italiano. Inoltre, inutile negarlo, il clamore relativo alle scene erotiche del film rendeva noi spettatori guardinghi e un po’ a disagio; ricordo un gruppo di adulti che abbandonarono la sala durante la sequenza tanto vituperata, e alcune ragazzine che ridevano sguaiate e spavalde all’inizio del film, forse per la bravata di assistere ad un film per adulti, e che poi non fiatarono più.
Giorni fa invece ho potuto rivederlo a casa, in lingua originale; non voglio fare la radical chic della situazione, ma con le voci doppiate il film perde molto spessore. La visione domestica, la compagnia giusta, nonché il conoscere già la vicenda, mi ha permesso di seguirlo molto più concentrata e rilassata.

Perché mi sono dilungata in questa premessa? Perché durante la seconda visione mi sono resa conto di quanti dettagli mi fossero sfuggiti la prima volta e di quanto essi, lungi dall’essere orpelli di abbellimento, siano funzionali alla costruzione di un’architettura filmica di grande accuratezza e direi pignoleria.
Ne parlerò nel dettaglio e per far questo dovrò toccare scene relative alla seconda parte e al finale, quindi chi non volesse anticipazioni può fermarsi qui.

Quattro anni fa scrissi che “La vie d’Adèle” è un film sull’amarezza e delusione di crescere. Ora mi pare una definizione corretta ma incompleta. “La vie d’Adèle” è un film sulla solitudine. Adèle è una giovane donna irrequieta che cerca sé stessa dall’inizio alla fine del film; cerca sé stessa nei libri, negli amici che le dicono cosa fare, negli uomini che la corteggiano, e finalmente in Emma. E quando Emma la lascia, Adèle perde tutto, anche se apparentemente tutto continua.

Rivedendo il film, mi sono tornati in mente questi versi di Emily Dickinson:

There is a solitude of space
A solitude of sea
A solitude of death, but these
Society shall be
Compared with that profounder site
That polar privacy
A soul admitted to itself –
Finite Infinity

Mi sembra che sia questo che il regista abbia filmato per tre ore: l’infinita solitudine di un’anima al cospetto di sé stessa. La crescita, l’amore, l’omosessualità, sono multiformi variazioni di un’unica esigenza: trovare sollievo da una solitudine esistenziale che Adèle, adolescente propensa all’introspezione e alla riflessione, avverte in maniera intensa. L’esigenza di trovare un senso e una narrazione compiuta si rivela nell’interesse di Adèle per i romanzi. Ed il film stesso è costruito come un romanzo classico, contrappuntato da rimandi e simmetrie, suggestioni e presentimenti. La vita raccontata come un romanzo, in un film che ha il realismo della vita stessa. E non c’entra nulla il fatto che ad amarsi siano due donne. Quella raccontata nel film è una storia d’amore in termini assoluti. Non è la storia di una presa di coscienza omosessuale, e non è la storia di una omosessualità rifiutata o vissuta male. È una pura storia d’amore, che inizia nel momento in cui lo sguardo di Adèle incontra quello della ragazza dai capelli azzurri, e ne rimane disorientata. Una situazione da romanzo, appunto. Eppure raccontata con un naturalismo di ascendenza letteraria che è tanto più incisivo quanto l’adesione alla realtà, nella seconda parte della pellicola, diviene crudelmente mimetica.

Un altro aspetto che questa seconda visione ha per me rimarcato inesorabilmente è quello sociale. La vita di Adèle, in una Francia in cui si manifesta per l’amore libero e per i tagli all’istruzione, è una vita manipolata dal conflitto di classe. Apparentemente inserite in un unico calderone borghese, Adèle ed Emma in realtà appartengono a due sfere socio-culturali diverse, situazione che sulla lunga distanza logora il loro rapporto. È Kechiche a ricordarci quanto la pretesa di una morte del conflitto di classe sia inverosimile; ce l’ha ricordato nei film precedenti, ce lo ricorda qui, in una maniera molto più sfumata e sottile ma forse per questo più incisiva. Adèle non è immigrata, ha la pelle bianca ed appartiene ad una famiglia piccolo-borghese. Eppure nello svolgersi della sua relazione con Emma rimane imprigionata nel suo ruolo di musa e moglie devota così come l’attore mediorientale, incontrato alla festa allestita per Emma nel loro giardino, rimane imprigionato in quello del potenziale terrorista che grida “Allah Akbar”; a pochi passi da loro, Emma celebra il proprio successo artistico e la propria sicurezza. Dopo i festeggiamenti, in una scena quasi banale ma rivelatrice, Emma è sdraiata a letto sfogliando un libro su Schiele, mentre Adèle termina di lavare le stoviglie della festa, per cui lei stessa ha cucinato. Non c’è nervosismo in Adèle come non c’è sollecitudine in Emma: l’una è a letto a rilassarsi e l’altra lavora, come fosse scontato, come fosse nell’ordine sociale. Ed è nell’ordine sociale che quegli spaghetti alla bolognese preparati da Adèle per la festa, pasto quotidiano quando viveva con i genitori, diventino un piatto quasi esotico per gli ospiti di Emma, distanti dal mondo di Adèle. L’unica persona con cui la protagonista potrà davvero parlare quella sera è ovviamente l’attore mediorientale, l’altro elemento fuori posto della serata.
E prima ancora, prima di iniziare una relazione con Emma, prima di conoscere Emma, la manipolazione sociale si esprime attraverso il gruppo, le amiche, che giocano con Adèle come una bambolina, spingendola a letto con il fidanzatino di turno, pretendendo ogni dettaglio intimo, dando per scontato che lei debba fare come fanno tutti, appiattendo l’individuo ad una massa informe e acritica. Quando è palese l’interesse di Adèle per Emma, la protagonista è aggredita verbalmente dalle amiche, con una durezza e violenza che fanno il paio con quelle di Emma quando sbatterà Adèle fuori casa.
La questione sessuale diviene così sociale nel momento in Emma, figlia di alto-borghesi della sinistra bene parigina, può vivere la propria omosessualità con naturalezza e fiducia, appoggiata dalla famiglia e forte di un mondo artistico, a cui appartiene, in cui la diversità è ostentata come pregio e vanto. È lei a scandire realmente l’inizio e la fine della storia. È lei a mandare via Adèle da una casa che dovrebbe essere di entrambe. Per Adèle invece si intuisce che il mondo è più ostile: accusata di essere lesbica dai compagni di scuola, la sua adolescenza si chiude con una allegra festicciola a sorpresa organizzata dai genitori e dai pochi amici rimasti, che però scompaiono nella seconda parte del film. Adèle è sola, nasconde la propria relazione con Emma e rimane isolata da tutti. Kechiche non ci spiega cosa sia successo durante l’ellissi narrativa del film, ma la sensazione restituita da questo improvviso vuoto è quella di un dramma esploso in sordina, al termine del quale Adèle, perdendo in Emma il suo unico punto di riferimento, perde anche quell’irrequietezza adolescenziale foriera di vita, ora soffocata dal dolore per l’abbandono.

La rottura ha il sapore del lutto. Emma, che già da tempo ha perso il suo lato ribelle privilegiando il successo artistico e la stabilità domestica borghese, sbatte fuori casa Adèle all’evidenza del tradimento in una sequenza violenta e drammatica. Ma la fine della storia era nell’aria. È la fine del “periodo blu” dei quadri di Emma: il blu che simboleggia l’amore per Adèle, un blu che richiama i capelli della spensierata studentessa d’arte del tempo che fu, ma che rievoca anche Picasso, il pittore nominato durante la conversazione che ha sancito la loro storia d’amore, e forse, con un po’ amara ironia, il Maestro a cui Emma, nella sua arte manierata e borghese, sembra paragonarsi per l’uso del colore ma da cui è inesorabilmente distante. Di blu è vestita Adèle nell’ultima sequenza, quando ancora una volta si sente fuori posto nel mondo di Emma, ed uscendo da quel mondo si lascia alle spalle le tele impregnate di blu e dei propri ritratti. L’attore prezzemolino, nuovamente presente, prova per la seconda volta a stabilire un contatto con lei, ma Adèle non cerca la propria identità affettiva, non cerca uomini e non cerca donne. Cerca solo Emma, per l’intero film. Ed è probabilmente questa la vera tragedia ineluttabile.
Ma forse, chissà, da questa morte potrà nascere un’altra svolta, come suggerisce il motivo musicale di hang che accompagna la figura di Adèle mentre si allontana, lo stesso motivo che aveva esaltato la tensione del suo primo incontro con Emma, della sua prima svolta.

Davvero memorabile l’interpretazione di Adèle Exarcopoulos che aderisce all’insicurezza del suo personaggio con una mimesi eccezionale, e chapeau a Kechiche che è stato in grado di tirare fuori da una attrice così giovane, e probabilmente destinata a non bissare un successo simile, una mirabile adesione al personaggio.

E le tanto scandalose scene erotiche? Le trovo ancora parte stonata della pellicola, assieme alla scena del bar, perché, paradossamente, meno realistiche e appassionate del resto del film. Tuttavia esse passano in secondo, terzo, ultimo piano rispetto all’emotività trascinante di una visione che continua a macerare nell’animo dello spettatore e a restituire suggestioni ed emozioni sulla vita, sull’amore, sull’essere.

In definitiva la mia valutazione attuale è: 9/10.

 

 

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Published in Cinema

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