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Re-visioni#1 – “Le temps qui reste”

Ci pensavo da tempo, che sarebbe molto bello comparare l’impressione che una visione lascia di sé dopo anni dalla precedente. Così ho pensato di inaugurare un nuovo tag, e, visto che sono in un periodo di ennesime visioni, lasciare qualche riflessione che integri o modifichi le recensioni scritte anni fa di alcuni film (potrei farlo anche per i libri, non so).

 

Inizio con “Le temps qui reste” di François Ozon.

Trovate la prima recensione qui.

A distanza di quattro anni, ho poco da aggiungere a quanto già scritto. La visione riconferma ogni sensazione.

Ho notato con maggiore chiarezza uno stacco tra la parte iniziale del film e la seconda. Il Romain/Melvil Poupaud dei primi minuti è un giovane uomo viziato dalla vita, che forse non ancora realizza appieno quanto gli sta accadendo. Così il suo interprete si districa tra le solite smorfie e facce imbronciate tipiche del campionario degli attori francesi, a volte anche insopportabile nella sua manieratezza. Sarà che Poupaud non era ancora in parte, sarà che Ozon ha volutamente rappresentato un uomo che vive superficialmente in cerca esperienze forti, saranno forse entrambe le cose.

Di certo più ci si inoltra nella visione e maggiore è il livello di intimità tra lo spettatore e Romain, tra Romain e sé stesso. Si entra in empatia con questo fotografo che forse con la morte ha, paradossalmente, l’occasione di vivere veramente: il tempo che gli resta è una sfida a mettere da parte il resto e concentrarsi davvero, per una volta, su di sé, non con l’atteggiamento egocentrico che ci caratterizza in quanto borghesi alla ricerca del materialismo d’evasione, ma affrontando il proprio Io senza più cercare rifugio nella fuga. Colpisce la sequenza dell’ultima visita di Romain alla nonna, una intensa Jeanne Moreau commossa dalla sorte di quel nipote che avverte tanto simile, ma ancora così attaccata alla vita da sobbalzare quando lui le ricorda che la morte arriverà presto anche per lei. Non ci risparmia le asprezze, Ozon, nelle parole e nelle azioni di Romain. Eppure lo spettatore vive il film sperando che qualcuno offra affetto e calore al giovane, sempre più consunto dalla malattia.

Romain però non ne ha più bisogno. Quel gelato senza sapore è consumato con il sorriso; il telefono che squilla viene gettato in un cestino. Romain non ha più bisogno di nessuno, perché ha finalmente trovato sé stesso.

Riconfermo pertanto il mio giudizio sul film, struggente, che rimane a macerare nello spettatore donandogli ben più di un’evasione di 141 minuti.

 

 

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Published in Cinema

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