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“Prenditi cura di lei”…

L’anziana Park So-nyo si smarrisce nella calca della stazione di Seul dopo aver lasciato la mano del marito. I figli, disperati, la cercano in ogni modo.

PIù che una narrazione sulla ricerca di una persona scomparsa, “Prenditi cura di lei” è la rievocazione di una figura femminile che per l’intera vita ha lavorato ostinatamente e in silenzio nell’indifferenza delle persone a lei più vicine, così abituate alla sua devozione da accettarla in maniera scontata. L’improvvisa scomparsa costringe i figli e il marito a mettere finalmente a fuoco la sua figura, fino a quel momento talmente pervasiva e presente da divenire invisibile.

Parte della critica ha interpretato Park So-nyo come una figura di santità, con riferimento anche alla parentesi “romana” del libro. Ma a mio avviso il tentativo della scrittrice Shin Kyung-Sook è quello di far emergere dal racconto l’annullamento di una figura materna che dà voce a tante figure materne reali.

Il mosaico di frammenti e voci vicendevoli che si alternano a volte anche spiazzando il lettore, è un riuscito espediente narrativo con cui l’autrice permette alla figura della protagonista di emergere in tutta la sua pienezza e, cosa non banale, naturalezza. Ogni rivelazione e scoperta sulla donna è priva del piacere voyeuristico del colpo di scena, e condotta con discrezione, pudore, come discreta e pudica è stata la vita di Park So-nyo.

 

 

Non potevi più dire di conoscere mamma.

 

Le parole che la prima voce narrante rivolge a Chi-hon, la figlia maggiore, scrittrice e ribelle (tra i quattro figli, quella rappresentata con maggior personalità perché evidente emanazione dell’autrice), segnano il distacco inevitabile eppure non per questo meno struggente tra figli e genitori, un destino ineluttabile che si consuma nella dimensione del rimpianto di non aver amato con totale pienezza e dedizione, come si è stati amati, come nei versi di Ferdinand Freiligrath posti a introduzione del romanzo (“O lieb, so lang du lieben kannst” – “Oh, ama, finché puoi amare”). Il ricordo della madre lascia emergere la storia di una famiglia di campagna colta nella transizione da una società rurale ad una società metropolitana; l’umiliazione di non saper leggere, sempre accuratamente dissimulata dalla madre, è una spinta continua a dare ai propri figli la possibilità di studiare ed istruirsi. La campagna viene presto abbandonata dai quattro figli a favore della grande metropoli, e la madre continuerà a lavorare per loro, a seguirli di lontano, a preparare le conserve e le salse da donare ai figli ormai cresciuti.

Le storie dei figli emergono nel ricordo della madre, ma è la figura di lei a campeggiare: il lavoro incessante, la testardaggine, la capacità di saper curare le piante e ridare loro vita, la stessa vita che riesce ad infondere con il cibo monotonamente preparato giorno dopo giorno, con gesti ripetitivi e pochi ingredienti a disposizione. La capacità di ingegnarsi, di non arrendersi mai, di sacrificarsi. Ciò che a parole pare prerogativa di donne eccezionali e fuori dalla norma, nella vita quotidiana invece appartiene all’essere madre e spesso all’essere donna. L’intero romanzo coglie, sotto la luce dell’abbandono, il divario incolmabile tra ciò che si dà e ciò che si prende, tra la sensazione insopportabile di aver sprecato la propria occasione di ricambiare ed offrire, e la lacerante consapevolezza che non potrebbe essere altrimenti, che certe dinamiche si perpetuano anche se gli anni passano, le generazioni cambiano e gli stili di vita si modificano. E che la perdita è parte integrante della vita.

Poco convincente nella scelta del finale, anche se narrativamente condotto bene in porto, l’intrecciarsi di voci narranti sobrie e pacate assume uno spessore sempre più lirico e meditativo, quasi che la semplicità delle parole sia la chiave per addentrarsi negli indistricabili grovigli dei rapporti umani e famigliari.

 

Non capisci perché hai impiegato tanto tempo ad afferrare una cosa talmente ovvia. Per te mamma era sempre mamma. Non avevi mai pensato che anche lei un tempo aveva mosso i suoi primi passi, che anche lei aveva avuto tre, dodici o vent’anni. Mamma era mamma. Era mamma da sempre. Finché non l’avevi vista correre verso lo zio in quel modo, non avevi mai immaginato che fosse un essere umano che provava gli stessi sentimenti che provavi tu per i tuoi fratelli. Quella constatazione ti aveva fatto comprendere che anche lei era stata bambina…

 

La mia valutazione:

[rating=8]

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

3 Comments

  • Ximi

    Che suggestive immagini mi hai evocato leggendo questo “stralcio di mamma”. In un certo senso e’ cosi..sono figure, si trasformano in ‘figurine’ malinconiche. Bisogna proprio ribellarsi! 😉 Ti sto leggendo prima di andare a dormire, ti rendi conto… 🙂
    Notte.

  • Carmen

    Ho amato molto questo libro, mi ha fatta commuovere ma anche riflettere più volte. L’ho trovato anche ben scritto, in particolare ho apprezzato l’incrociarsi dei vari punti di vista… adoro le storie così. Molto toccante, l’ho consigliato a molte persone e non ha mai deluso finora. 🙂

  • Asaka

    @ Carmen

    Ricordavo in effetti di aver letto tanto tempo fa qualche tuo commento positivo sul libro, anche se non saprei ricordare dove.
    È molto ben scritto… la semplicità cui accennavo consiste nell’utilizzare un linguaggio e una sintassi semplici, eppure non banali, nel riuscire a ricreare l’atmosfera della famiglia e della profondità dei legami di una vita.

    @ Ximi
    Forse non ho saputo rendere l’idea di questa madre così devota, e ne ho reso un’immagine banale, ma credimi, dal romanzo fuoriesce un personaggio a tutto tondo, sfumato e definito, con una vita interiore di immane profondità.

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