Cinema

“POLYTECHNIQUE”, storia di una strage realmente avvenuta nella pellicola di Denis Villeneuve

Polytechnique: politecnico, parola che fa venire in mente un tipo di studi, rigorosi e precisi, che generalmente tendiamo ad associare, per inconscia deformazione sociale, al sesso maschile. “Polytechnique” di Denis Villeneuve invece si apre con l’immagine di due studentesse intente a fotocopiare degli appunti nell’apposito ambiente universitario. Ed è subito tragedia. Una tragedia vera, quella raccontata da Villeneuve nel suo film; la tragedia di una follia omicida che il 6 dicembre del 1989 ha preso di mira le studentesse frequentanti il Politecnico di Montreal, Canada. Autore del gesto un giovane studente, poi suicidatosi al termine della strage, che nella sua lettera d’addio chiarisce i motivi del suo gesto; un gesto politico, inevitabile, dettato dalla incapacità di tollerare oltre le “pretese” femministe, che altro non desidererebbero che mantenere i privilegi del proprio sesso inglobando però anche quelli del sesso maschile. Le studentesse di un luogo di conoscenza storicamente deputato all’istruzione maschile come il Politecnico sarebbero il simbolo di questa presuntuosa arroganza.
Motivazioni folli, quelle dell’omicida. Villeneuve non cerca di approfondirle, conscio dell’impossibilità di cogliere le oscurità abissali di un tale gesto; si limita a ricostruire gli ultimi gesti e le ultime parole del giovane assassino. E a contrappuntarli con la storia di una giovane donna, una delle studentesse del Politecnico, una delle menti più brillanti dell’Istituto, che durante il colloquio per uno stage si trova costretta a negare di avere desideri di maternità. Questi sarebbero i privilegi femminili. Questa sarebbero le pretese a cui quotidianamente ambiscono le femministe. Dall’altro lato della scrivania c’è un uomo – il selezionatore dello stage – che evidentemente considera una seccatura il fatto che le donne abbiano questo vizio di rimanere incinte, e per di più di ricercare un posto di lavoro proprio in settori tipicamente maschili. Un’ombra del pensiero dell’assassino, solamente meno esasperato. La mente di chi assiste al film corre al vizio italiano di far firmare – illegalmente – le dimissioni alle lavoratrici neo-assunte, in modo da potersene sbarazzare in caso di gravidanza. Un legame di empatia si crea con le ragazze del Politecnico.

E il cuore del film, una mezz’ora di strage, è una sofferenza pura.
Villeneuve lavora con suoni e rumori ovattati, eco silenziose, macchine da presa riverse, ad inquadrare un mondo inspiegabilmente rovesciato. Lo sguardo di JF, il protagonista che capisce cosa sta accadendo ma inutilmente tenta di fermare la strage, attraversa il film carico di impotenza.
Difficile che “Polytechnique” non richiami alla memoria “Elephant”, la pellicola di Gus Vans Sant ispirata alla strage del liceo di Columbine (ne farò una recensione prossimamente), forse più riuscita nel restituire la vacuità senza nome alla radice dell’inspiegabile strage, laddove qui invece emerge chiaramente una paranoia al confine con la follia. Ma poco importa, il risultato è comunque indicibile e agghiacciante per efferatezza.
Vivamente consigliato per non abbassare mai la guardia su pregiudizi che lungi dal cadere, tendono solo a trasformarsi.

 

 

Per approfondire:

– Recensione e note di approfondimento a cura di Shimamura81 su Asianworld

 

La mia valutazione: 8/10

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 Comments

  • fabiojappo

    Bellissimo film ! Io l’ho preferito a quello Van Sant. Stupende le inquadrature lungo i corridoi, perfetta la scelta del bianco e nero. Un gelido pugno allo stomaco che arriva talmente veloce – il film è breve e lo sembra ancora di più – da non poter essere fermato.

    • Asaka

      Quello di Van Sant voglio rivederlo, sono curiosa di provare che effetto mi fa a distanza di anni dalla prima visione. Questo però ho avuto la sensazione che fosse in parte derivativo da “Elephant”. Comunque è una questione oziosa. Il film merita, è molto bello. E da donna, posso dire di percepire quella sottile frustrazione che caratterizza la protagonista. Veramente un gran film.

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