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Polly Jean

Era il Natale del 1998, e costrinsi mio fratello a regalarmi “Is This Desire?”, il quarto album di PJ Harvey. Non sto qui ad enumerare le tecniche di persuasione con cui obbligai quel poveraccio a metter mano al portafoglio per comprarmi il disco. Vi racconto piuttosto dell’ascolto fortuito e inaspettato in una radio commerciale del singolo “A Perfect Day Elise”, e del fatto che da quel momento non ho mai smesso di ascoltare questa artista. Questi artisti, anzi. PJ Harvey dovrebbe essere il nome di una band composta dalla leader Polly Jean Harvey e da altri due musicisti; di fatto, la formazione iniziale è cambiata, si è smembrata, e il nome ha sempre indicato lei, l’artista nata a Bridport, nel Dorset, nel 1969, inizialmente confusa nel calderone delle “Riot Girls” che tanto di moda andavano nei gusti della critica sempliciotta degli anni ’90 (Alanis Morissette, Tori Amos, Liz Phair, Fiona Apple, Bjork… artiste che non hanno molto in comune se non il genere femminile, e tra cui emergono peraltro talenti di grande raffinatezza).

Definire la musica di Pj Harvey è abbastanza complesso. Il suo percorso musicale è ampio e versatile. La sua voce ha acquisito sempre più sfumature e padronanza tecnica, e non ricordo un solo album, da che ho iniziato a seguirla, che non mi abbia in qualche modo spiazzato e poi affascinato. La critica e i fan si dividono. La sua evoluzione dal rock di stampo indie iniziale agli ultimi dischi sempre più essenziali e autorali non è piaciuta a chi amava la Polly Jean iniziale. Quella che con gli album Dry”, Rid of Me e 4-Track Demos si divertiva a provocare con suoni sporchi e aggressivi, ruvidi e disturbanti, voci cavernose, ironicamente cupe o urlanti, accenti da rozzo bifolco della sperduta campagna inglese e testi in cui il sesso è presente in maniera continua, diretta e sarcastica. Ma al di fuori della provocazione non si può non notare lo spessore dei testi, l’immaginazione, le suggestioni letterarie, la padronanza della cantante degli strumenti suonati (chitarra, violino, violoncello) oltre che della voce, il rock trascinante di brani come “Victory” o “Dry”; per non parlare di gemme come “Hardly Wait”, saggiamente ripresa dalla regista Kathryn Bigelow nel capolavoro “Strange Days” mentre la fa reinterpretare da Juliette Lewis, amore perduto del protagonista Ralph Fiennes (l’altro brano cantato dalla Lewis è Rid of Me, title-track del secondo album di PJ Harvey).

O come “Yuri-G, il racconto di un’ossessione amorosa per la Luna…

 

I’d give it all you see
I’d give my sorry eyes
I’d give just everything
She’s got me so mesmerized

 

Il 1995 è l’anno di “To Bring You My Love”: si cambia musica, cambia la formazione del gruppo e in produzione fa capolino quello che da allora diventerà IL collaboratore per antonomasia di Polly Jean, ovvero John Parish. Da diamante grezzo la musica di PJ Harvey si raffina, abbandona i sentieri dell’immediatezza indie e diventa più costruita, più intensa, si arricchisce di chitarre acustiche ed echi folk. Non viene persa la suggestione dei testi, che continuano ad essere ombrosi e cupi, ma anche meditativi e drammatici, quando non tragici (nel singolo “Down By The Water” si adombra l’infanticidio, in “C’mon Billy” l’incesto).

È da questa collaborazione che nasce il raffinatissimo “Dance Hall at Louse Point” (1996), musiche composte da John Parish, testi scritti e cantati da Polly Jean. Abbandonata la vena provocatoria, subentra quella ironica, esistenziale, sentimentale. I due fanno a gara a chi è più tenebrosone (per averne prova, ecco il video di “That Was My Veil”, impossibile non avere la ridarella davanti alla convinzione con cui Parish suona la chitarra tentando di dare espressività al suo volto e Polly finge di struggersi cantando), ma il disco è composto da brani che fanno a cazzotti per avere una menzione. Dal dolore forse fatale per un amore finito di “Rope Bridge Crossing” alla cupa “City of No Sun”, dalla splendida “Civil War Correspondent”, che anticipa il tema della guerra sentitamente sviscerato nell’ultimo disco “Let England Shake”, alla cover di “Is There All There Is?” (cantata da Peggy Lee, autori Jerry Leiber e Mike Stoller) che con il suo andamento pacato e uniforme diviene l’ironica presa di coscienza di quanto al mondo sia tutto perituro e relativo. L’impronta di Parish si avverte profondamente sul disco; ogni volta che i due collaborano la musica di Polly Jean si colora di venature blues, perde aggressività a favore di energia ed emotività.

Ma senza il sodale PJ Harvey continua ormai a sperimentare in maniera anche più fantasiosa e sfrenata di quando è presente Parish a irreggimentare con compostezza e sobrietà la sua ispirazione. È il 1998 e siamo arrivati appunto a “Is This Desire?”, un album di svolta, forse il più sperimentale per l’amalgama di generi e per ispirazione. Nasce da una forte tensione creativa, e si sente; la cantante dichiarò di considerarlo il suo album migliore, perché realizzato in un periodo per lei intensamente difficile, e questa difficoltà si traduce in una musica che ad un primo ascolto può parere ostile, difficoltosa appunto, sperimentale. Il singolo di lancio, “A Perfect Day Elise”, che tanto mi prese in quell’anno, riascoltato oggi si rivela l’anello debole di un album che mescola folk e rock, jungle e industrial, e in cui la sua voce acquista uno splendore diverso rispetto ai precedenti lavori. SI accentua nei testi la tendenza a trasfigurare la forte narratività in lirismo, di modo che non si capisce mai dove finisca la narrazione e dove inizi la rappresentazione dell’Io.  Le figure di donna campeggiano, sono abbandonate, prostitute, affascinanti, vittime, avide, belle, assassine, tenebrose, impaurite, diafane. Il cielo continua a far capolino nell’animo esplosivo del suo cantato (“The Sky Lit Up”), il vento è la suggestione di una donna ormai votata alla morte (“The Wind”), il giardino è testimone di un amore simbolico e misterioso restituito da una batteria elettronica intrecciata ad una vibrante ossatura di basso, come nella drum’n’bass inglese all’epoca in piena sperimentazione (“The Garden”). Ma l’apice del lavoro è l’ultima traccia, la title-track, “Is This Desire?”, introdotta da quasi venti secondi di silenzio sospensivo e poi costruita con un’essenzialità scarna che esalta il testo, la storia di una coppia, Joseph e Dawn, che si interroga sull’amore e sulla possibilità che il desiderio possa farli sublimare. Nel booklet la cantante è fotografata dinanzi ad un pannello rappresentante Giuseppe e Maria nelle loro peregrinazioni, e la tentazione di collegare l’immagine al Joseph del brano è forte.

Nel 2000 Polly Jean impazzisce. :mrgreen:
Innamorata di New York City, realizza “Stories from the City, Stories from the Sea”, e Asaka pensa seriamente di scrivere una lettera di protesta alla regina Elisabetta II per chiedere il rimpatrio forzato dell’artista nelle campagne del Dorset. Prevale però l’avversione per la monarchia.
L’album si distingue per una maggiore orecchiabilità, nelle composizioni come negli arrangiamenti e nel sound. Oltre che di orecchiabilità per taluni casi si può parlare anche di furbizia. Asaka salva pochi brani (praticamente nessuno :mrgreen:) e nemmeno Thom Yorke, che duetta con P.J. in “This Mess We’re In”  e si lamenta per il mal di stomaco in “Beautiful Feeling”, riesce a salvare la baracca. La baracca del mio cuore, intendo. L’unico brano che amo si trova nella b-side di “A Place Called Home”, ed è “As Close as This”; non sono l’unica a chiedersi come mai l’abbiano relegato nel lato b di un singolo visto che è probabilmente il migliore, il più autentico, rispetto all’intero album.

Con “Uh Huh Her” (2004) Polly Jean inizia a rinsavire. Il sound è più genuino ed autentico, meno commerciale, sia nei momenti più orecchiabili (“The Letter”, “Cat on The Wall”), che in quelli più pacatamente aspri (“The Life & Death of Mr. Badmouth”) o ricercati (“Pocket Knife”). C’è anche un breve estratto acustico di “No Child of Mine”, brano scritto per Marianne Faithfull nell’album “Before the Poison” (sono cinque i brani che Polly Jean scrive per la Faithfull, alla cui interpretazione partecipa anche come accompagnamento vocale ed esecutrice di quasi tutti gli strumenti: praticamente fa tutto lei :mrgreen: ).

Con “White Chalk” (2007) resuscita definitivamente. Si diverte a farsi fotografare come una poetessa ottocentesca con tanto di verginale abito bianco, vedere qui e qui (difficilmente non salta fuori il nome di Emily Dickinson nelle recensioni dedicate all’album); le chitarre elettriche scompaiono, rimangono quelle acustiche. Ma lo strumento principe è il pianoforte, con cui detta i tempi e la struttura dei brani, affiancato dall’arpa, dalla cetra, dal banjo, dall’optigan, dal mellotron, dal sintetizzatore minimoog… È da quest’album in poi che pensando a Polly Jean in uno studio pieno di strumenti la immagino come una bambina che abbia carta bianca in un negozio pieno di giocattoli. Il canto diventa più delicato, la voce più cristallina. I testi sempre più densi e riflessivi, le atmosfere tenebrose, ma non più della cupezza piena e quasi ostentata dei primi album, bensì di un’oscurità crepuscolare, meditativa, che guarda alle tenebre portandole dentro di sé anziché lottarci. Sensazione trasmessa da tutti i brani di un album mai così compatto per suoni, canto e testi, come fosse un unico discorso meditato da una poetessa affacciata di notte alla finestra della sua solitaria casa, iniziando da “The Devil” e finendo con “The Mountain”. Un discorso criptico, dalle molteplici interpretazioni, come in “When Under Ether”, che allude a figli non voluti o a sogni indotti dall’etere, o come in “The Piano”, l’oscuro racconto di una violenza subita e ineludibile narrata con una pacatezza che diviene sempre più tragica. Il video, spiazzante, è un collage infinito di fotografie di nudo perlopiù pornografico, disturbante per taluni versi (qui); anche se non quanto la schiavitù da esso rivelata. Il testo, con quel crudele imperativo iniziale da lei sussurrato quasi con gentilezza, rimanda davvero agli incipit diretti della Dickinson.

A “White Chalk” segue il secondo album realizzato in collaborazione con John Parish (comunque quasi sempre presente in ogni produzione di Polly Jean), “A Woman a Man Walked By” (2009). Qui lei si limita a scrivere i testi e a cantarli; il jolly suonatutto lo fa lui. È un album che condensa le due anime della cantante, quella più rock (“Black Hearted Love”) e quella più lirica (“Leaving California”, di cui parlai qui, e “Passionless, Pointless”). Ma in qualche maniera, è come se non fosse pienamente suo.

È pienamente suo l’ultimo album, “Let England Shake” (2011). Torna la sensazione di ascoltare un unico ininterrotto discorso per omogeneità di stile e di intenti. Il suono cambia, il pianoforte lascia nuovamente il posto alle chitarre, anche se permane la ricchezza e poliedricità strumentale. Il senso della guerra invade l’intero disco, integrandosi con il sound che, pur non avendo nulla di aggressivo, in qualche maniera si amalgama alla tensione e al senso di precarietà della civiltà trasmesso dai testi. Per qualche oscuro motivo non ho ancora metabolizzato bene questo album. È come se stessi aspettando il momento giusto per innamorarmene.

Della Harvey ci sarebbero da dire altre centinaia di cose… l’attenzione alle immagini, alle provocazioni visive, tentativo anche di esorcizzare un rapporto forse complesso con il proprio corpo, ai video, le collaborazioni musicali, i continui richiami (spesso in aria di blasfemia :-P) all’Antico Testamento, alla letteratura, le suggestioni che coglie e reinterpreta, rendendole talmente personali da non riuscire più ad individuarle. Ci vorrebbero almeno altri dieci articoli…

 

What formerly had cheered me
Now seems
Insignificant
Insignificant

(da “The Devil”, in “White Chalk”)

 

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Published in Musica

4 Comments

  1. Diego Diego

    C’è che ieri sono andato a vederla (e ad ascoltarla) dal vivo a Torino 😛
    Uno spettacolo. Un concentrato di energia. Oggi sono tornato a leggere quell’articolo in cui parlavi di lei: mi era piaciuto un sacco. Ti immagino nervosa stringere una penna in mano e cercare la frase d’esordio: “Elisabetta cara, dobbiamo parlare di una faccenda importante …” 🙂

    • È una scena che non si discosta molto da quella reale. 😀
      Ma piuttosto, questo concerto? Com’è stato?
      E soprattutto, cosa ne pensi di “The Hope Six Demolition Project”? Ammetto di aver ascoltato con piacere e nostalgia, negli ultimi mesi, molti live anni ’90 di Polly… L’ultimo album non riesco ancora a digerirlo e gli arrangiamenti dei live recenti mi sembrano meno originali che due decenni fa…

      [fa impressione dirlo… due decenni fa!!!]

      • Diego Diego

        Polly non la conosco a fondo come la conosci tu, ma alla fine del concerto, la sensazione è quella di aver assistito a qualcosa che mica tutti i giorni 🙂
        The Hope Six Demolition Project l’ho ascoltato poco.
        Volevo ascoltare The Words That Maketh Murder e me l’ha fatta. Qualche volta ho provato a chiudere gli occhi: tempo – voce – suono perfetti, sembrava girasse un disco (Parish e gli altri stoccafissi, in collaborazione con i tecnici audio: talento in abbondanza). A riaprirli però, lei è lì, calamita, magnetica, è proprio lì davanti.
        I cd che ho ascoltato di più sono Let England Shake e Rid of Me. Raramente traduco i testi (pigrizia? ignoranza? paura di rimaner deluso? Miscelare bene il tutto e aggiungere un pizzico di sale) quindi so di essermi perso qualcosa per strada.
        Dopo il concerto continua a ronzarmi in testa Shame: l’avevo sempre considerata poco. Decido di ascoltarla su per giù all’infinito. Con Uh Huh Her Polly inizia a rinsavire, ma di Shame non scrivi. Aspetto chiarimenti 🙂

        • Non ho scritto di “Shame” perché anche io l’ho sempre considerata poco. Non mi ha ancora colpita veramente. 🙂
          Ecco, la sensazione che descrivi è proprio quella che mi lascia perplessa. La sensazione che giri un disco. Ho visto sul Tubo dei live recenti in Russia, o i live dei precedenti tour, e la sua musica dal vivo sembra la riproduzione pedissequa della registrazione in sala d’incisione. Che da un certo punto di vista è notevole (voglio vedere quanti artisti riescano a raggiungere quella qualità musicale dal vivo). Però io ricordo la Polly che riarrangiava i brani degli anni ’90 in maniera più libera durante i live… Ricordo che il live sembrava “completare” il disco, dare qualcosa in più… E questa sensazione credo sia ormai persa.
          Sono contenta che ti sia piaciuto il concerto. Grazie per i tuoi commenti. 🙂

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