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I misteri panici di “Hanging Rock”

On Saturday 14th February 1900 a party of schoolgirls from Appleyard College picknicked at Hanging Rock, near Mt. Macedon in the State of Victoria. During the afternoon several members of the party disappeared without a trace …

Eccolo, l’inizio di “Picnic ad Hanging Rock”; nulla nasconde di quello che è il fulcro del film, l’anima di una pellicola affascinante e da decifrare. Una pellicola che ha reso celebre il suo regista, Peter Weir, nel lontano 1975, e che ha diffuso un’aura di mistero e di culto sull’omonimo romanzo di Joan Lindsay da cui è tratto il soggetto della vicenda.

L’evento arcano attorno a cui ruota la storia è svelato nell’incipit, che anticipa ogni inquadratura. La tensione non consiste in cosa avviene, ma nel come il regista ci conduce per mano nel cuore del mistero di questo film lasciandoci attraversare suggestioni e percezioni che si intersecano in una fitta rete di significati fino a portarci al nucleo centrale della pellicola, quel conflitto tra Natura e Cultura che tanto spazio ha nella poetica di Weir e nel cinema del Nuovo Continente.
È il 14 febbraio 1900, San Valentino, e nel collegio femminile Appleyard si bisbiglia, si leggono poesie d’amore di epoca elisabettiana, si celebra il dio dell’Amore (il dio, non il santo…), si inviano biglietti anonimi pieni di equazioni per l’insegnante di matematica, la rigida Miss McCraw. La silenziosa Sara osserva con gli occhi sgranati d’affetto e d’ammirazione la dolce amica Miranda che si prepara per l’escursione ad Hanging Rock, una formazione rocciosa presso cui le ragazze effettueranno un picnic per poi tornare nel collegio. Sara, per decisione della severa direttrice Mrs. Appleyard, non parteciperà alla spedizione.
Vi parteciperanno però tutte le altre ragazze dell’istituto, accompagnate da Miss McCraw e da Mlle. de Poitiers. E, come recita la didascalia iniziale, alcune di loro scompariranno senza lasciare traccia, inghiottite da questa formazione vulcanica sospesa e incombente, minaccia e fascinazione di una Natura che l’uomo crede di poter esplorare e irreggimentare e da cui invece è attratto, soggiogato, rapito. Ma è veramente un conflitto, quello messo in scena da Weir, tra Natura e Cultura? Non potrebbe invece trattarsi di un felice e dionisiaco matrimonio, celato agli occhi di chi è legato alla materialità del mondo? È forse un caso che a lasciarsi attrarre siano i personaggi che hanno uno sguardo perennemente rivolto all’Oltre, scientifico e filosofico che sia?

Waiting a million years
just for us…

E la professoressa McCraw, l’anima scientifica del gruppo (di cui il personaggio della studentessa Marion è diretta emanazione), è davvero simbolo di una scienza sterile e materialistica che sa guardare solo a cifre e calcoli? Non è piuttosto la perfetta rappresentazione della tensione della Scienza a valicare i suoi limiti affidandosi a ciò che ancora non sa esprimere e riconoscere, ma di cui avverte l’esistenza e l’irresistibile richiamo? Quella della Natura è veramente una vendetta nei confronti della Cultura? Non è piuttosto una valicazione delle “Colonne d’Ercole” da parte di queste fanciulle, novelle Ulisse attirate dalla Roccia verso un volo che poi così folle nemmeno è?

La scomparsa delle protagoniste del film avviene in un’atmosfera di sospensione e mistero, attesa e silenzi, ma anche sensualità, paganesimo ed impalpabile, innegabile, erotismo. Il dio greco Pan, ferino e selvaggio, con il tempo diviene simbolo della compenetrazione tra l’uomo e la Natura, simboleggiato dal flauto che porta il suo nome e che, non a caso, è lo strumento principe di una colonna sonora, quella di “Picnic ad Hanging Rock”, eccezionale per intensità ed evocatività e colpevolmente mai pubblicata, da quel che so (smentitemi però in caso aveste informazioni contrarie al riguardo).
E a fronte di tali tensioni, crollano le barriere sociali, e attorno alla vicenda di queste fanciulle scomparse vivono le storie collaterali di orfani solitari, fratelli separati, cameriere sensibili, amici di ceto diverso, frustrazioni represse o annegate nell’alcol. Lo sguardo di Weir è grande non solo nella maniera in cui inquadra la magnifica Roccia incombente, ma anche e soprattutto nel dettaglio di un’acconciatura sempre più trascurata, di uno sguardo che non riesce ad incrociare gli altri, di una serra di piante che si muovono, amorevolmente curate dal giardiniere Whitehead, a cui segue in montaggio l’immagine di Sara chiamata a colloquio da Mrs. Appleyard… E ancora il dettaglio del nome di Miranda, una bellezza che già dall’etimologia del suo nome deve suscitare stupore, ammirazione, attrazione (in modo perfettamente speculare ad Hanging Rock), e di Sara, piccola principessa che vivrà solo la parte della storia di orfana triste e vittima delle frustrazioni altrui, e mai incontrerà un nobiluomo indostano che la salverà dal suo triste destino. Quella di Weir è un’orchestrazione straordinaria, così minuziosa da risultare evanescente ed evocativa. Ci vuole maestria per ottenere un simile risultato con il rischio di incappare in facili banalità.
Ammetto che, pur non riuscendo mai a rimanere indifferente ad un film di Weir, non considero costante ed omogenea la sua carriera, di cui “Picnic at Hanging Rock” rimane il picco, per quel che mi riguarda.

Quanto al libro del 1969 firmato Joan Lindsay da cui il film è tratto, lo lessi diversi anni fa rimanendo però immune dall’attrazione esercitata su altri lettori, a quel che leggo in giro; forse sono così persa nel fascino del film da non riuscire a considerare una trasposizione su carta di quelle immagini. Naturalmente sia la Lindsay che Weir hanno giocato molto sull’ambiguità di una storia che viene presentata come storia vera – ma non lo è, sia chiaro – e il libro è stato volutamente privato di un finale che ha aumentato l’attrazione anche morbosa di lettori e spettatori sulla vicenda – la stessa attrazione che il sopraffino Weir bellamente deride nel film mentre la scatena in chi guarda la pellicola. Non si può sfuggire dal fare ricerche al termine della visione e dal cercare informazioni sulla veridicità della storia e sul fatidico ultimo capitolo pubblicato dopo la morte della Lindsay, che personalmente non ho voluto leggere (vedere link riportati di seguito, a vostro rischio e pericolo).
Del film esiste una versione Director’s Cut che non si discosta molto da quella iniziale (anche qui, fate riferimento ai link di seguito).

Il mio consiglio è naturalmente quello di recuperare un film meraviglioso e splendidamente riuscito, e lasciarsi immergere dalle atmosfere oniriche ed arcane di un regista che parla del mistero Uomo in maniera acuta, affascinante e penetrante.

What we see
and what we seem
are but a dream
a dream within a dream.

La mia valutazione: 10/10

 

Per approfondire:

– Recensione su Offscreen

– Traduzione italiana del finale del libro della Lindsay sul sito di Roberto Mengoni

Recensione del Director’s Cut a cura del buon Polpa che ringrazio della segnalazione di alcuni mesi fa 😉

– Titoli della colonna sonora del film qui

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

4 Comments

  • Ximi

    Ciao Asaka,
    vengo sempre rapita dalle tue recensioni e mentre mi stavo chiedendo quale fosse il libro originario eccoti sciorinare titolo e informazioni. Mi risulta difficile pensare che il film sia migliore delle pagine scritte. Di solito accade l’esatto contrario, il film riduce a pezzi il libro o almeno è la mia sensazione, in quasi la totalità dei casi.
    Il libro lascia aperta l’immaginazione, le immagini si susseguono in silenzio seguendo un proprio percorso, dettato da esperienze e colori tutti personali.. ma sarà che vivo per immagini e quindi sono quasi 2irritata” perfino delle sensazioni che un film forza in una direzione univoca..
    A presto,

    • Asaka

      Be’, sono modi personali di concepire libri e cinema; io amo le reinterpretazioni dei libri su pellicola, ma la piatta e semplice trasposizione la trovo fredda e arida. Esempio: difficile trovare una resa dignitosa dell’ironia di Jane Austen su film; la maggior parte delle trasposizioni hanno un accento perfetto ma sono fredde e aride.
      In questo caso a mio avviso è il libro ad essere scritto in maniera piatta; il film in questione non forza verso nessuna direzione univoca, anzi…è questo il motivo del suo fascino…
      Poi si sa, son gusti 🙂

      Grazie, a presto 😉

  • Lucia Neri

    È un film che conosco e amo da tanti anni….per la prima volta ho cercato una recensione e quella che ho letto adesso è ESATTAMENTE quello che io ho sempre provato. Cosa dire?….grazie di aver dato voce ai miei pensieri..

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