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“Persuasion”, Jane Austen (1818)

Ogni volta che riapro un libro di Jane Austen mi chiedo per quale motivo non lo faccio più spesso. Come ho raccontato in altro post, la Austen è stata una delle mie letture fisse per anni, prima che il lavoro mi stancasse da tanto da privarmi della fame di libri che mi ha caratterizzato da che iniziai a leggere. E sebbene ami tutti i suoi libri, quando rileggo “Persuasion” provo la stessa calma e la stessa sensazione di consolazione provata da Sir Walter Elliot nello sfogliare il volume “Baronetage” nella prima pagina del romanzo.

Si tratta di un romanzo che ha su di me un effetto balsamico. Ed è sempre stato così, sin dalla prima lettura che suppongo risalga ad almeno quindici anni fa. Come ho spesso raccontato, non trovo che i romanzi della Austen brillino per romanticismo, o comunque, se dovessi indicarne il tratto caratterizzante, non ritengo sia quello. Piuttosto credo che la sua forza sia nella prosa briosa, articolata ed estremamente studiata, in quel tono che sotto la parvenza di serietà cela un’insopprimibile ironia sardonica compresa la quale si fa fatica a resistervi. Nelle opere centrali della Austen, inoltre (“Mansfield Park” ed “Emma”) mi è sempre parso di notare un’amarezza di fondo, un certo scetticismo, che rendono più drammatica la sua opera.

E poi scrive “Persuasion”, l’ultima fatica, pubblicata postuma nel 1818, un anno dopo la sua morte. E qui, a mio avviso, diviene più sentimentale, più sognatrice forse, e più attenta nell’indagare i sentimenti e i moti del cuore. E scrive una storia di riscatto in cui chi legge finisce inevitabilmente per immedesimarsi.

La protagonista di questo romanzo, Anne Elliot, è una giovane di 27 anni che otto anni prima si era lasciata convincere dalla famiglia a interrompere la relazione con l’amato Frederick Wentworth. L’insicurezza della giovane età unita al timore di dare un dispiacere ai propri cari avevano fatto sì che Anne cedesse alla persuasione esercitata su di lei e lasciasse andare un amore profondo e solido. Così solido che a distanza di otto anni non ha ancora dimenticato Wentworth, anche se, quando il caso vuole che si reincontrino, non può essere certa che questo sentimento sia contraccambiato, nonostante non dubiti di altrettanta profondità nel sentire di lui.

Anne Elliot è forse il personaggio austeniano che più amo. Non è astuta (e con calcolatrice alla mano) come Lizzy di “Pride and Prejudice”, non è sciocchina e ingenua come la Catherine di “Northanger Abbey”, né capricciosa come Emma. È una sorta di evoluzione della Elinor di “Sense and Sensibility”. Un personaggio di basso profilo, poco appariscente, poco interessato al denaro e agli agi, e riservato e introspettivo.

Il tipo di personaggio, insomma, che in società non emerge e non si fa notare. Soprattutto se, come Anne, ha perso la freschezza e la bellezza della giovinezza in seguito alla rottura del fidanzamento con l’unico uomo mai amato. Una vicenda mantenuta segreta dalle poche persone coinvolte all’epoca dei fatti quando Anne, allora diciannovenne, orfana di madre e figlia di un baronetto vanesio quanto sciocco, si era risolta a rompere il fidanzamento contratto con il sig. Wentworth, un giovane di quattro anni più grande di lei ancora agli inizi della carriera in marina ma dotato di audacia e capacità. In mancanza di una madre che le offrisse consiglio e supporto, infatti, Anne si era lasciata convincere dai consigli di Lady Russell, una seconda madre per Anne, e per la giovane età non aveva avuto coraggio di opporsi a quanto suggeritole né al disprezzo paterno mostrato verso un uomo ancora senza nome e posizione.

Dopo otto anni, dunque, ritroviamo Anne pentita e rassegnata al ricordo di quella scelta che ormai considera un errore; vive ancora con il padre e la sorella maggiore nella lussuosa tenuta di Kellynch Hall, e non ha mai dimenticato il suo unico amore, sulla cui vita continua segretamente ad informarsi tramite i Bollettini della Marina. Non era un’infatuazione passeggera, quella di Anne, ma un amore radicato di quelli che non si esauriscono; ed è sua inconfessata convinzione che lui provi altrettanto, anche se a supporto di tale sensazione non vi è null’altro se non il suo celibato.

Galeotti saranno i conti in rosso della famiglia Elliot: la necessità di tagliare le spese li porterà a trasferirsi a Bath (cittadina termale eternamente presente nei romanzi della Austen) dopo aver affittato Kellynch Hall ad un ammiraglio della Marina la cui moglie altri non è se non la sorella di Wentworth.

Da queste premesse inizia a dipanarsi l’intreccio di “Persuasion”, in un intersecarsi di personaggi e situazioni che lasceranno la scrittrice a destreggiarsi negli accadimenti e negli intrighi da borghesia inglese ottocentesca con meno entusiasmo dei romanzi precedenti; qui l’intrigo sembra essere più un elemento per la costruzione dell’intreccio. Ad interessare la Austen è invece l’esplorazione di sentimenti e sensazioni, che cerca di analizzare e riportare con la precisione di uno scienziato, quasi restituendo al lettore disincantato la convinzione che i sentimenti, nella loro inafferabilità, siano gestibili e spiegabili. Ed è una maestra in questo; sa rendere il tumulto di una Anne che si interroga, con il cuore agitatissimo, su cosa davvero possa provare lui per lei, cercando di non illudersi, di razionalizzare che otto anni sono otto anni:

 

“Cosa non potevano fare otto anni? Eventi di ogni tipo, cambiamenti, disaffezioni, distacchi… tutto, tutto era compreso in quel lasso di tempo, e l’oblio del passato… naturalmente! Certamente! Si trattava quasi di un terzo della sua vita.”

 

In qualche maniera in “Persuasion” manca quel lieve, ma percepibile distacco che allontana la voce narrante della Austen dalle sue eroine; pur rimanendo un narratore di terza persona esterno al racconto, qui la Austen sembra aderire al vissuto interiore di Anne, anche tramite un espediente formale quale il discorso indiretto che, nel caso di questo romanzo, lungi dal creare distanza, la accorcia.

La stessa concezione dell’amore si trova a confrontarsi con un sentimento iniziato già molti anni prima; non è la storia di una ragazza che sta crescendo o che ha incontrato un uomo sgarbato con cui improvvisamente nasce una simpatia. È la storia di un sentimento già nato, divampato, coltivato, e anche soffocato. Sarà avvizzito, o avrà continuato a bruciare sotto la coltre? I tumulti, i timori, le esitazioni della protagonista, il suo incessante razionalizzare per tentare di calmarsi e non rendere palese ciò che prova, sono restituiti con partecipazione dall’autrice, con realismo, con precisione.

 

“Cercò di stare calma, e di lasciare che le vicende seguissero il loro corso; cercò di soffermarsi il più possibile su questo ragionamento per giungere a una conclusione razionale. Di certo se c’è affetto reciproco e costante, i nostri cuori prima o poi si comprenderanno. Non siamo due ragazzini che provano irritazione senza motivo, che sono indotti all’errore da ogni distrazione e che si gingillano capricciosamente con la loro felicità. Eppure, pochi minuti dopo, sentì che trovarsi insieme in quelle circostanze poteva solo esporli a distrazioni e malintesi assai dannosi.”

 

Anne è un’eroina con cui il lettore simpatizza maggiormente, perché a simpatizzare con lei è innanzitutto l’autrice, la quale, nonostante il Novecento e le sue sconcertanti inquietudini siano ancora lontani, nonostante conservi l’illusione di poter comprendere e restituire i meandri della psiche e del cuore umani, offre convincenti capacità di penetrazione dell’animo dell’eroina.

“Persuasion” è un romanzo che coinvolge e soddisfa, lontano dalla letteratura di consumo, pensato e scritto per far appello al lettore e ai suoi sense and sensibility; piacere raffinato che solo pochi autori sanno offrire. E la Austen è indubbiamente tra questi.

 

La mia valutazione:

 

[rating=8]

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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