Cinema

“Perdizione”, Béla Tarr (1988)

 

Lo stile di Tarr non concede nulla allo spettatore. I dialoghi sono radi e rarefatti. L’azione narrativa è condensata e quasi inesistente. I movimenti di macchina sono lenti, lunghi pianosequenza con cui si ruota attorno alla stanza o si attraversa l’ambiente contiguo. Ma il suono della pioggia, o le musiche monotone di un’orchestrina, e persino il silenzio, hanno un fascino ipnotico se filmati da Tarr. Il fascino di una musica interiore occultata nell’animo umano eppure non ignota.

Se dovessero chiedermi qual è l’elemento caratterizzante il cinema di Tarr, per assurdo, indicherei proprio il suono. Il magnetico senso di attesa e sospensione derivante dal suono di fondo dei suoi film integra e completa ciò che sguardi e gesti esprimono. Ed è così anche per il silenzio.

“Kárhozat” (“Perdizione”) di Béla Tarr si apre con sette minuti di un silenzio che non è vero silenzio; è il rumore delle teleferiche che Karrer osserva dalla finestra andare avanti indietro, il raschiare di una lama sulla barba che sembra scomparire ma poi è sempre lì, in un sostanziale immobilismo che è il senso delle vite dei personaggi del film. Persi in sogni e vagheggiamenti impossibili, tutto accade per non accadere nulla, tranne la perdita dell’ultimo residuo di umanità. Eppure di umanità non è certo privo lo sguardo di Béla Tarr nel filmare gli avventori di una locanda che, boccale in mano, osservano immobili la pioggia battente mentre la macchina da presa lentamente li inquadra, uno ad uno, prima di perdersi in una lunga sequenza di ballo che da individuale diviene collettiva, trasfomando la desolazione e il mal di vivere in un sentimento che è possibile condividere. Ma non per tutti. Non per l’uomo che balla da solo sotto la pioggia. Non per Karrer, che, con la complicità di un amico barista, coinvolge Sebastien in un affare poco pulito per avere l’occasione di sedurne la moglie, ma rimane prigioniero dell’incomunicabilità, dell’incapacità, e forse dell’impossibilità, di avere un rapporto autentico con gli altri personaggi. E meno ancora con sé stesso.

La vita di Karrer si trascina in un eterno osservare, spiare, controllare. Tutto è proiettato verso l’altro che vive e si muove, mentre lui rimane fermo, eternamente immobile. La nebbia si è ormai diffusa nei suoi polmoni, si è insediata nell’anima, come lo ammonisce la guardarobiera del bar, una donna matura che sembra voler salvare Karrer da sé stesso, ma le cui parole si perdono nel vuoto dell’inquadratura, nel vuoto dello sguardo di Karrer proiettato sull’altra donna, che sente potrà redimere la sua sfiducia nella vita. Le parole perdono significato, rimanendo promesse non rispettate, speranze vane, dialoghi logorroici che paiono spezzare il mutismo del protagonista ma che a ben guardare si rivelano monologhi rivolti ad un interlocutore disinteressato, e a volte persino soliloqui, bisogno di parlare fine a sé stesso.

Non c’è fiducia nelle parole, il cui significato sembra negarsi non appena proferite. Le parole portano solo delusione. L’unico momento di sollievo dalla vita acquitrinosa degli esseri umani pare essere il ballo, che lentamente, nella sequenza prima citata, perde la connotazione erotica della coppia per allargarsi ad un abbraccio collettivo che trascende i sessi ma non i corpi, liberi e allo stesso tempo vicini e vincolati quasi fosse una versione umile, malinconica e tristissima de “La danza” di Matisse. Come il ballo dei poveri ubriaconi in “Le armonie di Werckmeister” a simulare il perfetto movimento dell’orbita terrestre. Lo sguardo di Tarr nel riprendere questo mondo disperato e diseredato non è superiore e non è freddo, non è pietoso e non è distaccato. È caldo e consapevole, dolente e rassegnato.

Ma anche la dimensione solidale del ballo è un momento che passa e scompare. La pioggia che tutto invade, il fango e il veleno umano hanno la meglio, e la trasformazione da uomo a ferino è compiuta.

Struggente.

 

La mia valutazione:

[rating=9]

 

Kárhozat

Ungheria 1988

Drammatico

durata 115′, b/n  

Regia di Béla Tarr

Con Miklos B. Szekely, Gyula Pauer, György Cserhalmi, Hédi Temessy

 

L’immagine è tratta da Kárhozat, di Béla Tarr.

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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