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Pečorin

Ho terminato di leggere pochi giorni fa “Un eroe del nostro tempo”, di Michail Jurevič Lermontov.

Erano anni che desideravo leggerlo. È un classico della letteratura russa, ed inoltre è stato lo spunto per Un cœur en hiver, uno dei miei film più amati.

Non ne farò una recensione; non è periodo di recensioni.

Vorrei solo lasciare traccia di qualche riflessione, su una lettura che è riuscita a tenermi avvinta nonostante il periodo poco favorevole alla lettura stessa. Di fronte ad un’iniziale perplessità, per via di un maschilismo e di uno sciovinismo francamente difficili da tollerare – sì, ultimamente sono poco propensa ad accettare il concetto di filtro narrativo – non ho potuto evitare di apprezzare la prosa raffinata e scorrevole, le strategie narrative che ci mostrano Grigorij Aleksandrovič Pečorin da differenti punti di vista, la costruzione stessa del racconto.

Non è certo il romanzo di un esordiente o di un illetterato… Lermontov padroneggia molto bene la prosa, l’architettura narrativa, e la capacità di costruire i personaggi.

Pečorin rimane fino alla fine un personaggio inquietante, che suscita passioni enormi in amicizia prima ancora che in amore, ma che rimane distante da tutti, pur dando l’impressione di ricambiare gli affetti. I ruoli dei personaggi femminili sono quanto di più stereotipato ci si possa aspettare in letteratura, e le delusioni d’amore delle donne non colpiscono molto, mentre colpisce la delusione dell’amico Maksim (stesso nome del coprotagonista del film di Sautet), ritratta con una resa psicologica molto più autentica e profonda.

La medesima attenzione è profusa nel tratteggiare il protagonista Pečorin, per cui tuttavia, nonostante i richiami quasi leopardiani e profondamente tragici di certi passaggi, risulta molto difficile provare empatia; Pečorin usa le persone per provare emozioni, lui così algido e incapace di amare; oppure le usa per freddo divertimento, le manipola, in modo che loro, come burattini, si comportino assecondando le sue previsioni. Sembra quasi un antesignano dei grandi personaggi decadenti, vuoto e dannato, ma anche privo di pietà e di compassione. La sua condanna è non provare emozioni, e nel tentativo perpetuo di vivere una emozione anche negativa, condanna chi è attorno a lui all’infelicità se non alla morte.

Mi ha incuriosito il modo in cui Sautet ha tratto ispirazione da Pečorin per il suo Stéphane. Trovo che lo spessore dei due personaggi, l’originale Pečorin e l’omologo Stéphane, sia notevolmente diverso, perché Sautet è riuscito a rendere Stéphane un personaggio verso cui provare empatia, volontà che probabilmente in Lermontov mancava: il narratore lermontoviano non ci lascia capire se il titolo del suo romanzo sia ironico o meno.

Infine, un’ultima osservazione per lo strano clima narrativo che si respira nel racconto… storie pietroburghesi calate in un contesto esotico, a tratti quasi da “Mille e una notte” (con riferimento al novellario vero, non a quello edulcorato conosciuto in Occidente). Lettura strana, che repelle e avvince allo stesso tempo.

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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