Cinema

“Passannante”, di Sergio Colabona (2011)

Nell’ambito della riflessione sul Risorgimento e sull’Unità d’Italia, di cui, sul piano cinematografico, il prodotto più popolare è quel “Noi credevamo” su cui mi sono già espressa tempo fa, emerge anche “Passannante”, un piccolo film diretto da Sergio Colabona che rievoca la figura di Giovanni Passannante, anarchico lucano che nel 1878 tentò di accoltellare, con un gesto plateale, il re d’Italia Umberto I. L’uomo venne poi condannato a scontare l’ergastolo nella Torre della Linguella, a Portoferraio, in una cella sotto il livello del mare, umida buia, dove si ammalò fisicamente e mentalmente. Dopo la sua morte venne decapitato in modo che gli eminenti scienziati dell’epoca potessero studiare il suo cranio e cercarvi i segni della criminalità, secondo le vergognose teorie di Lombroso; in epoca fascista il cranio e il cervello di Passannante furono esposti nel Museo Criminologico di Roma, ove rimasero fin quando il caso non fu sollevato da un movimento popolare e da alcuni parlamentari che si interessarono della questione, portando a sepoltura i resti di Passannante solamente nel 2011.

Il film di Colabona intreccia la vicenda storica di Passannante a quella popolare per ottenere che le ossa fossero seppellite, incarnata nei tre personaggi dell’attore Ulderico Pesce, del musicista Andrea Satta e del giornalista Alessandro De Feo, interpretati da loro stessi tranne il giornalista, che ha il volto di Alberto Gimignani. De Feo aiutò Pesce a dare notorietà al caso, e i tre furono tra i protagonisti della battaglia per dare sepoltura a Passannante. Pesce portava in giro per l’Italia uno spettacolo sulla vicenda dell’anarchico, e frammenti di questo spettacolo impreziosiscono il film, che, va detto, è un film di chiaro impianto didascalico e non esente da una certa incostanza. L’esito non è compatto, ma di qualità altalenante, tra momenti di commozione e soluzioni cinematografiche e di scrittura che lasciano emergere la derivazione televisiva del regista.

La vicenda si snoda su tre diversi piani temporali: quello della storia di Passannante, quello del momento in cui Pesce, Satta e De Feo sanciscono il loro “patto” per liberare le spoglie di Passannante, e quello della loro rocambolesca avventura burocratica tra i meandri di una politica o idealizzata o superficiale e pressapochista, luoghi comuni convenzionali e popolari che tendono a rendere il film un po’ semplicistico. Ciò che invece rendere pregevole la visione è il carisma attoriale di Pesce, e gli inserti del suo tour, tra Lucania e Capitanata, tra Campania e Lazio, dei suoi spettacoli su Passannante, che integrano e rinforzano il pathos della vicenda del “criminale abituale di Potenza”. C’è tanta passione in questo piccolo film, tanto sdegno per una ex famiglia reale nuovamente accolta in un’Italia dimentica del passato, e tanto amore e interesse per le terre meridionali e per i trattamenti, subìti dalla popolazione, all’indomani dell’unificazione italiana. Passannante nel film non è un aspirante regicida ma l’autore di un atto politico, che vuole creare un caso e intentare un processo allo Stato. Nella realtà è stato un uomo che ha venduto la giacchetta per comprare un coltellino con cui non si poteva uccidere nessuno, e quale che sia la realtà alla base dell’agguato, ha vissuto fino in fondo la responsabilità del suo gesto e dei suoi ideali.

Il fantasma di Mazzini, evocato nel film, non è messo in discussione mentre la presenza dei Savoia è sicuramente negativa; come le due cose possano convivere in maniera convincente è una delle difficoltà che emergono nella sceneggiatura del film, che evidentemente tralascia il processo contorto e ambiguo dell’unificazione per puntare tutto sulle responsabilità monarchiche nella gestione post-unitaria. Ma l’attenzione per una vicenda lontana e dimenticata da tutti, il ravvisare tracce del passato nel nostro presente italiano, seppur presentate in maniera semplice e ingenua, valgono la visione del film. Il Passannante di Colabona dice che i Savoia volevano i meridionali cafoni e ignoranti. Il susseguirsi di partiti al potere nel film lascia sospettare che sia così ancora oggi.

 

La mia valutazione: 6

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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