Cinema

“Paris nous appartient”, Jacques Rivette (1961)

In una scena di “Les Quatre Cents Coups” che ho ricordato anche qui, il giovanissimo protagonista e i suoi genitori vivono un raro momento di felicità famigliare dopo aver assistito alla proiezione del film “Paris nous appartient”. Si trattò in realtà di un refuso cronologico da parte di François Truffaut atto ad omaggiare il collega e amico Jacques Rivette che con “Paris nous appartient” esordiva nel lungometraggio dopo una lunga e travagliata produzione. Con alle spalle una manciata di cortometraggi, Rivette aveva recuperato dal fondo cassa della rivista “Cahiers du Cinéma”, su cui lui, Truffaut e molti altri giovani cineasti scrivevano, il denaro necessario alla realizzazione del film. Iniziato nel 1958, esso potè essere proiettato solo nel 1961; ben due anni dopo, dunque, il capolavoro di Truffaut.
E anche se il giovane Doinel saltella felice all’uscita del cinema, non si può certo dire che il film sia facile. Pur mettendo da parte la ragguardevole durata di 140 minuti, si tratta di una storia intricata, contradditoria, di pochi silenzi e molte parole che si rimpallano l’una all’altra.
La giovane protagonista, Anne, studentessa universitaria a Parigi, si trova invischiata nel mistero del suicidio di Juan, un chitarrista spagnolo che aveva registrato su un nastro, poi scomparso, le musiche per una rappresentazione di “Pericle principe di Tiro” di William Shakespeare. Una storia di mistero, dunque, in cui i numerosi personaggi hanno spesso sfumature ambigue e sulla cui vera moralità lo spettatore dubita fino alla fine. Il film si tinge presto di tinte noir e di un’atmosfera di tensione che richiama il cinema hitchcockiano anche nelle musiche che accompagnano la vicenda, ma il cinema di Rivette si svincola dal suo mentore offrendo una storia quasi malata e impregnata di delirio. Un delirio che nasce dal dubbio di non riuscire ad interpretare la realtà, dall’idea di vedere ciò che gli altri non vedono e dalla costante paura di sbagliarsi. Gli enigmi dell’uomo moderno, che si illude sulla sua realtà credendola tangibile e comprensibile. Difficile raccapezzarsi nella vicenda proposta dal film, come difficile raccapezzarsi nella realtà. Anne, il cui sguardo giovane ed innocente filtra lo sguardo dello spettatore, si volge in maniera ossessiva ai vari personaggi nella sua perenne ricerca, e come la pedina di un gioco vaga da un punto all’altro di Parigi senza mai sapere a chi credere e di chi fidarsi. Si ride delle teorie complottistiche e dei presunti burattinai, ma si ritrova il campo misteriosamente cosparso di vittime. Non sarà poi così casuale l’inserto, durante un cine-forum, della sequenza relativa alla torre di Babele tratta da “Metropolis” di Fritz Lang.

L’inquietudine vissuta da questi giovani intellettuali è riflesso delle tensioni di un’epoca storica, del maccartismo come della guerra fredda e degli ancora vivi regimi fascisti, ma allo stesso tempo supera una pur così profonda storicità per diventare simbolo della modernità, e della elusività con cui l’uomo contemporaneo (non) comprende, spiega, agisce. Il complotto persecutorio, sfuggente e inspiegabile, implacabile e spietato, richiama il mondo narrativo kafkiano, alla cui paradossale inesorabilità è impossibile sfuggire. Nemmeno l’arte può più essere uno strumento per far sentire la propria voce, mercificata e assoggettata al denaro com’è nell’epoca moderna.

Rivette gira la pellicola in un bianco e nero privo di ariosità; Parigi, nei suoi appartamenti, caffè e luoghi pubblici, appare singolarmente asfittica; persino quando la si guarda dalla sommità di un tetto, e vien da sciogliersi il nodo alla cravatta per respirare meglio. “Parigi non appartiene a nessuno”, scrisse Peguy in una frase citata ad apertura del film. “Parigi ci appartiene”, recita invece il titolo, forse ironico, di un film in cui è piuttosto il vuoto e la desolazione umana ad appartenere ad una città che sembra in qualche maniera intrisa dello squallore degli abitanti.

Esordio non facile, ma per me folgorante.

 

La mia valutazione:

[rating=7]

 

 

Un film di Jacques Rivette.
Con Gianni Esposito, Betty Schneider, Françoise Prévost, François Maistre, Jean-Claude Brialy, Daniel Crohem. Genere: Drammatico
Produzione: Francia 1961, 135 minuti b/n
Sceneggiatura: Jacques Rivette, Jean Gruault
Fotografia: Charles Bitsch
Musiche: Phillipe Arthuys

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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