Cinema

“Pane e tulipani”, Silvio Soldini (2000)

Quando nell’ormai lontano 2000 apparve questo gioiellino di Silvio Soldini, si parlò se ben ricordo del fatto che il cinema italiano stesse rinascendo, che “Pane e tulipani” fosse un esempio del nuovo cinema nostrano, cinema vero, alternativa intelligente e popolare al gusto sempre più commerciale e stereotipato che si stava imponendo da ormai qualche decennio. Temo di essere ancora in attesa di questo risorto cinema italiano, che solo a tratti offre pellicole interessanti e stimolanti, poche ed insufficienti per decretare una ritrovata vena artistica e autoriale, ancorché popolare, del nostro cinema. Di certo “Pane e tulipani” si pone però come uno dei film più belli e riusciti dei nostri ultimi decenni; una commedia del vivere quotidiano in cui Soldini, autore altrove capace di rigore e drammatica introspezione, si cimenta con il dilemma dell’esistenza a fior di labbra, giocando di leggerezza ed intelligenza.

Il film racconta la storia di Rosalba, casalinga pescarese, dimenticata dalla famiglia durante un viaggio in Campania. Un intero pullman riparte dall’autogrill dopo la sosta senza che nessuno – non il marito, non i figli, non sorella, cognato e suocera – si sia accorto che lei non è a bordo. A quel punto, “un po’ per caso un po’ per desiderio”, come recita il titolo di un film francese, Rosalba si ritrova in viaggio verso Venezia. Perché lei Venezia non l’ha mai vista, e quando le ricapita più un’occasione simile? L’iniziale desiderio di una giornata tutta per sé in una delle città più affascinanti del mondo lascia il posto ad un bisogno di fuga che pian piano diviene sempre più seducente. Quella di Rosalba si trasforma in una vacanza a tempo indeterminato, al servizio di un anziano e scorbutico fioraio anarchico, ed ospite presso un misterioso cameriere che non trova mai l’occasione giusta per utilizzare il cappio appeso nella propria camera.

Anche Soldini sembra in fuga dal consueto registro drammatico, e la sua incursione nel linguaggio della commedia è felice quanto l’interpretazione di una coppia strepitosa di protagonisti, Licia Maglietta nei panni della mite e verace Rosalba, e Bruno Ganz in quelli del forbito ed enigmatico Fernando. Il risultato di questo fecondo incontro di talenti è un film che diviene popolare attraverso l’uso di un umorismo che passa per le vie della cultura, senza farne sfoggio e anzi, plasmandola a mo’ di strumento per parlare a tutto il pubblico in un linguaggio che conosciamo ma di cui abbiamo smarrito l’importanza e, soprattutto, la nostra genuina appartenza. E l’esempio maggiormente emblematico di tale caratteristica è il personaggio di Fernando, che pur non essendo italiano parla in un italiano eccellente, e ormai tristemente in disuso, imparato da anni di letture poetiche. Ariosto in particolare fa capolino nel film di Soldini, che cita più volte le gesta del paladino Orlando, un esperto di follia e fughe dal reale. Ma che questa storia si giochi a colpi di scontri tra follia e realtà ce lo aveva già anticipato la guida turistica di Paestum, al cui discorso davanti al meraviglioso tempio di Athena sono affidate le prime battute della pellicola:

[…] L’idealismo greco, cioè la civiltà della musica e della filosofia, e il pragmatismo romano, cioè la civiltà del diritto e della razionalità, si sono perfettamente amalgamati e ciò ha creato una nuova cultura che è senza dubbio la base fondamentale della nostra civiltà occidentale, di cui noi italiani, il più grande popolo della terra, dovremmo essere i fieri eredi. Nel nostro sangue noi abbiamo i cromosomi dei greci e dei romani, le più grandi popolazioni che mai siano comparse sulla faccia della terra. A causa di questi cromosomi voi siete stimolati a lasciare il treno della razionalità sulla stazione centrale della vostra città, Verona, Torino, Milano…

Venezia è decisamente una città che stimola parecchio ad abbandonare il treno della razionalità. Nella fotografia di Luca Bigazzi appare come una solare e colorata signora, calda di toni e di emozioni, che induce Rosalba in primis, ma anche il detective improvvisato Costantino e la massaggiatrice pasticciona Grazia, ad aprirsi alla vita e alla scoperta della felicità. Rosalba, fuori dall’ambiente familiare in cui conta quanto il due di picche e nulla le spetta se non le rassegnate faccende domestiche, riscopre pian piano le proprie doti di fioraia, di musicista, il proprio amore per i colori, per la freschezza e per la leggerezza, vagabondando tra le calli veneziane e affidandosi a ciò che la giornata le offre, cogliendo al volo le piccole opportunità di ogni giorno senza programmare il domani o temere per il futuro. Una vena surreale e rivoluzionaria attraversa il film, ricordata dalle parole dell’anarchico Felice che immediatamente ravvisa nei tratti di Rosalba una certa somiglianza con la rivoluzionaria Vera Zasulič, e soprattutto espressa dal bellissimo titolo che non può non rimandare al “pane e rose” di Marx, ad indicare una società in cui ci si può sfamare vivendo felici, appagati e liberi: una società in cui non si sopravvive, ma si vive. Un ideale che pare sempre più utopistico e onirico, oggi, ed è forse per questo che si conclude la visione con il cuore pieno di calore e speranza, per aver sentito qualcosa di cui ormai nessuno più osa parlare.

Questa recensione è dedicata a Bruno Ganz, scomparso pochi giorni fa, il 16 febbraio 2019. Era un attore a cui sono sempre stata affezionata, e non saprei spiegare nemmeno io il perché. Forse perché lo vidi la prima volta da ragazzina nei due film “angelici” di Wim Wenders, e ancora oggi a volte sorrido al pensiero di lui che pedala in bicicletta cantando a squarciagola “funicolì funicolà” mentre Otto Sanders/Cassiel si regge nel cestino, un po’ spaventato e un po’ divertito. O forse perché, già più grandicella, mi riconoscevo un po’ nella gravità con cui interpretava Fernando in “Pane e tulipani”, e pensavo che se ce l’aveva fatta lui a cambiare in un contesto di tale leggerezza, potevo farlo anch’io; o forse perché solo qualche settimana fa mostravo a delle giovani leve, a cui sono visceralmente affezionata, l’ipnotica sequenza in cui Nosferatu si avventa lentamente sul collo di un giovane Ganz nell’ottimo film di Herzog… Ho sempre amato il suo sguardo dignitoso e umano, e mi mancherà. Sarà un motivo in più per rivedere i suoi film più belli.

  • GENERE: Commedia
  • ANNO: 2000
  • REGIA: Silvio Soldini
  • ATTORI: Licia Maglietta, Bruno Ganz, Antonio Catania, Giuseppe Battiston, Marina Massironi, Vitalba Andrea, Felice Andreasi.
  • PAESE: Italia
  • DURATA: 100 Min. Colore

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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