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Osozaki no Himawari

Quant’è difficile crescere.
Già è difficile di suo, poi ci si mettono la crisi e la società a complicare le cose.

Sostanzialmente è questo il tema centrale di “Osozaki no Himawari – Late blooming Sunflower”, liberamente tradotto da un’ Asaka in piena immedesimazione come “Ma quando caspita arriva ‘sto girasole di maturità?”.

Serie giapponese da 10 episodi trasmessi alla fine del 2012, racconta le storie di sette personaggi, trentenni o quasi, le cui vicende si intrecciano nella località meravigliosa del fiume Shimanto. E quando dico meravigliosa intendo che, per quel che mi riguarda, il drama avrebbe potuto anche consistere nella recitazione dell’elenco telefonico, per me avrebbe avuto comunque senso vederlo e rosicare di non vivere in posti del genere.

La storia inizia però a Tokyo, dove il ventottenne Jotaro, immagine personificata della solarità e della voglia di fare, convinto di essere finalmente assunto a tempo indeterminato presso l’azienda per cui lavora, viene invece licenziato in tronco. Non sentendosi più a suo agio nel tornare a vivere con i suoi, dovendo cercare un altro lavoro, un altro alloggio, e sostanzialmente dovendo rivedere la propria vita di adulto che ancora non trova la sua strada e le sue (seppur precarie) certezze, decide di dare una svolta all’esistenza accettando un lavoro nella località del fiume Shimanto, Prefettura di Kochi, tutt’altra vita (e tutt’altra distanza) da Tokyo.  Un cambiamento netto e radicale. Viene assunto per tre anni all’interno di un progetto di rilancio della comunità locale, che sta lentamente morendo per la perdita di abitanti ed attività. Ad accoglierlo, per lavorare con lui come volontari, vi sono Junichi, il figlio di un venditore di ferramenta, e Haruna, una ragazza benestante soffocata dai genitori oppressivi. Gli altri quattro coetanei del gruppo sono Kahori, una ricercatrice in cancerologia scaricata dal proprio professore e mandata a lavorare come medico nell’ospedale di Shimanto; Sayori, sua sorella, moglie e casalinga insoddisfatta; Ayaka, un’infermiera serafica ed impenetrabile; Hiroki, un assistente fisioterapista la cui vita si è fermata a dieci anni prima, quando ancora vivace e combattivo partecipò al torneo del Koshien.

In qualche modo le loro storie si intersecano accomunate da uno stesso denominatore, la difficoltà di crescere, maturare e realizzarsi facendo scelte autonome e ponderate.

I due leader del drama sono indiscutibilmente Jotaro e Kahori, personaggi complementari legati da quel filo di confine che sempre unisce caratteri opposti: solare, positivo e sognatore lui quanto realistica, disillusa e meditabonda lei. Accoppiata perfetta nello spalleggiarsi e punzecchiarsi reciprocamente (un tipo di relazione nella cui definizione gli sceneggiatori giapponesi sono maestri, c’è poco da fare) nelle contrarietà della vita quotidiana e soprattutto in quel percorso di crescita che vede lei combattere contro la sensazione costante di non essere all’altezza, e lui accettare sempre meno pazientemente la consapevolezza di essere in ritardo nell’iniziare a fiorire, a fare scelte sue e a dare alla propria vita un’impronta decisa, scelta da lui e non subita da fattori esterni. Jotaro e Kahori sono i personaggi meglio definiti del drama, Kahori soprattutto, per una certa sana spigolosità nel suo carattere e nelle sue scelte, aspetti verosimili e privi della zuccherosità di cui spesso sono imbevuti i drama nipponici. E poi ad interpretarla c’è Maki Yoko,  che con gli anni diventa sempre più brava, ed ha una parlata ed un’intonazione apparentemente dure e sicure, oltre che ironiche, che ben si sposano con il personaggio interpretato. Jotaro è invece un personaggio forse troppo positivo, “classico”, nel suo idealismo, nel suo catalizzare la fiducia degli altri senza nemmeno rendersene conto, e l’interpretazione di Ikuta Toma non si lascia particolarmente notare; ma nonostante ciò contribuisce, assieme al personaggio di Kahori e soprattutto a quello di Junichi, a infondere nella serie un tepore, il tepore della speranza e della saggezza, che lascia allo spettatore a fine visione una sensazione veramente positiva.

Con i personaggi minori e le loro sottotrame si è un po’ pasticciato; ad alcuni di essi sono state ritagliate storie del tutto evitabili; per altri si è iniziato in maniera potenzialmente interessante lasciando però poi soffocare lo spunto. Di positivo c’è che, nonostante l’adombrarsi di sottotrame e triangoli sentimentali noti e stranoti, la storia principale in effetti se ne è del tutto salvata, e ha mantenuto piacevolezza e freschezza. Inoltre, seppur con i difetti rilevati (su cui non indugio per non rivelare troppo della trama), anche i personaggi minori, perfettamente in linea con la tematica centrale della serie, hanno ribadito l’insistere sul tema del cambiamento interiore, della crescita, della difficoltà di superare le fasi di stallo in cui rimaniamo impantanati, qualsiasi esse siano. C’è compattezza nei toni, nelle situazioni, nelle dinamiche che si intrecciano tra i personaggi, e il personaggio di Junichi risalta tra i coprotagonisti perché ancora più emblematico di Jotaro.
Trentenne certo di avere un lavoro garantito nell’azienda del padre, e dedito con tutte le sue forze a migliorare la terra in cui vive, che ama di una passione viva e contagiosa, tutto gli crolla addosso quando il padre decide di chiudere l’azienda (la crisi, apparentemente invisibile, ogni tanto appare e morde mostrando saracinesche abbassate e colloqui di lavoro sprezzanti), e Junichi si rende conto degli anni che ha perduto, di essere – nuovamente, anche lui – indietro, e di non poter recuperare quanto ha perso, e quanto era forse inevitabile che perdesse, perché anche a vent’anni non è detto che tutti abbiano il coraggio e il desiderio di lasciare la propria terra, e a trenta è ancora più difficile, nonostante essa paia respingere i propri figli più devoti, e addirittura preferire uno “straniero” come Jotaro, capace di integrarsi con semplicità mimetica, ad uno come Junichi che le ha dedicato tutte le sue energie migliori. Doppiamente respinto, Junichi… bello il personaggio, a suo modo infantile e al contempo colto nell’attimo della crescita, e bella, sanguigna e piacevolmente “guascona” l’interpretazione di Kiritani Kenta, che gli trasmette il calore necessario per far avvertire nella serie uno degli elementi distintivi, il senso di appartenenza alla comunità.

Al di là dello stereotipo della piccola comunità in cui tutti sanno tutto di tutti, in cui ci si imbatte ogni due passi e i luoghi di ritrovo sono sempre gli stessi, Osozaki no Himawari riesce a trasmettere un forte senso di umanità veicolato dal confronto tra giovani e anziani a suon di metafore magari non proprio originali ma efficaci. Sin dal primo episodio il senso della comunità quasi crolla addosso ai due protagonisti, che dovranno imparare, loro, abituati ad una metropoli come Tokyo (in cui la distanza emotiva è inversamente proporzionale a quella fisica), che in una comunità più ridotta i vincoli tra le persone sono più forti, il senso di responsabilità è cogente, e assumerselo è un peso, un peso che però può portare a fare insospettabili rivelazioni su di sé, come quella di scoprirsi gratificati e vivi per un lavoro che inizialmente si riteneva di non volere e non potere minimamente fare.
E poi c’è il rapporto con la natura, che passa dal cercare nell’immenso e nella bellezza la catarsi per le proprie inquietudini, allo scoprire la fatica e la soddisfazione del lavoro manuale, del contatto con la terra, con il fango, del vedere giorno per giorno crescere e trasformarsi la natura di cui ci si prende cura (o che si prende cura di noi, dipende dai punti di vista).

E chissà, magari è proprio questo rapporto simbiotico e sereno con il paesaggio maestoso del Shimanto a permettere ai protagonisti di mantenere una coerenza con sé stessi, con il loro carattere e con il loro modo di essere e di vivere, oltre ogni sviluppo sentimentale che, come avrete capito, ritengo essere il punto debole del drama (anche se detto da una che è intollerante al 90% delle storie sentimentali forse è un dato da prendere con le dovute pinze).

In conclusione, anche se il drama non mi ha lasciato la voglia di telefonare alla sceneggiatrice Hashibe Atsuko, mi ha però trasmesso affetto verso alcuni personaggi, immedesimazione con tutte e due le scarpe per situazioni e considerazioni, ispirato riflessioni e articoli kilometrici
E ovviamente un desiderio folle di fare la Grande Fuga nella Prefettura di Kochi. 😉

 

La mia valutazione:

[rating=8]

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 Comments

  • Carmen

    Come sai, anche a me è piaciuto molto questo dorama, seppur con qualche riserva… Purtroppo la sceneggiatura perfetta non esiste (anche se quella di Sora Kara ci va molto vicino =P), quindi tocca accontentarsi.
    Già, com’è difficile crescere…
    A me Toma non è dispiaciuto, secondo me ci stava bene (forse perché ripenso a Maou o altri infelici casting…), non so… mi dava proprio le sensazioni giuste. Kiritani Kenta mi piace molto ma vorrei tanto vederlo in un ruolo un po’ diverso, una volta tanto… Lei, per gli amici “Sfattona” (dopo Tokyo Friends resterà per sempre il suo soprannome XD) mi piace tantissimo… Tra l’altro vedere lei e Toma alle prese con l’Amore Improssibile per eccellenza nel Genji è stato… stranissimo. XD
    Nel complesso comunque è una serie che, al di là di varie pecche, riesce a veicolare un messaggio (oddio, nel caso di Sayori è negativissimo secondo me… O_o ma “sopravvoliamo” XD) e questo è l’importante. ♥

    PS: lo so che te l’avevo già detto, probabilmente anche con le stesse parole XD, ma mi intristiva vedere che nessuno s’è filato questa bella rece… ♥ XD

    • Asaka

      Sai cosa mi è venuto in mente? Non lo avevo scritto nella rece per dimenticanza, ma ora che sto vedendo “Utahime” me ne rendo conto sempre più. I paesaggi sono gli stessi, nei due dorama, ma la fotografia è nettamente diversa. Quella di “Utahime” è più naturale, anche cinematografica, mentre in “Osozaki” è molto patinata, filtrata, pare quasi uno spot turistico… Onestamente la bellezza dei luoghi ripresi non necessitava di essere ritoccata tanto, anzi.

      Toma l’ho trovato anonimo, un po’ come il personaggio da lui interpretato, molto stereotipato, per quanto positivo… lei invece ha più personalità già come attrice, non solo come personaggio. Non ho visto quella versione del Genji… dovrei?
      Ah, ehm… non ho visto nemmeno “Tokyo Friends”… dovrei…? XDD

      Concordo con te sul fatto che sia riuscito a veicolare il messaggio (Sayori a parte!), e trovo che non sia automatica l’immedesimazione dello spettatore in una storia, per quanto essa ricalchi problematiche simili a quelle vissute e sentite da chi guarda. Quindi, tanto di cappello.

      PS: lo so che te l’avevo già detto, probabilmente anche con le stesse parole XD, ma mi intristiva vedere che nessuno s’è filato questa bella rece… ♥ XD

      Sei troppo Ogiwara, Carmen! 😉
      Grazie. ♥

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