Cinema

“Oltre il giardino”, Hal Ashby (1979)

Gli anni Settanta del cinema americano si chiudono con un film provocatorio che punta il dito sull’ossessione per i media e per l’apparire televisivo, malattia che dunque perdura da decenni e da cui non siamo ancora in grado di disintossicarci. Punto di raccordo tra il decennio morente per la vena caustica e il decennio incombente per il peso parossistico riservato all’immagine, “Being There” di Hal Ashby è stata anche l’ennesima grande interpretazione di Peter Sellers, senza il quale è lecito chiedersi se il film avrebbe avuto la medesima riuscita.

Tratto dal romanzo omonimo “Being There” dello scrittore statunitense di origine polacca Jerzy Kosinski, il quale ne ha redatto anche la sceneggiatura, il film racconta la vicenda di un giardiniere di mezza età, Chance, costretto a lasciare la dimora presso cui ha sempre vissuto dopo la morte del suo padrone. L’uomo, analfabeta e infantile nel suo candore e nel suo modo di essere, è quindi costretto a mettere piede fuori casa per la prima volta e ad esplorare quel mondo esterno da cui la segregazione aveva cercato di proteggerlo. Il momento è così epico da meritare un arrangiamento, curato da Eumir Deodato, di “Also Sprach Zarathustra” di Richard Strauss, evidente richiamo al capolavoro di Kubrick 2001: A Space Odyssey.

Un piccolo incidente lo rende ospite del magnate Benjamin Rand e di sua moglie Eve. Il mondo inizia ad interessarsi a lui mentre a lui continua ad interessare il giardinaggio, la televisione e la tranquillità nella vita.

Il senso del film risiede in questo paradosso, nella placida lontananza del protagonista dai desideri e dalle passioni di tutti gli altri. Il potere, il denaro, il sesso… Tutto è estraneo a Chance, le cui parole sembrano intrecciarsi a quelle dei suoi interlocutori, pur viaggiando su binari solo paralleli. Curiosamente la televisione sembra poter diventare il vero punto di unione tra i due mondi, ma in effetti nemmeno qui si realizza tale incontro. Chance è affascinato dal cubo televisivo come lo sono i bambini; ha vissuto tramite la mediazione delle immagini dello schermo, e a volte gli vien da cliccare sul telecomando per liberarsi di qualche situazione sgradevole. L’alta borghesia WASP che circonda i Rand, invece, è tanto succube della scatola magica da trovare desiderabile ciò che essa propone, anche Chance e le sue massime di sapore lapalissiano. Aveva in fondo ragione la cinica Louise, la governante del vecchio padrone di Chance, a dire che l’America è un paese in cui basta essere bianchi per ottenere tutto; le parole di Chance, per il solo fatto di essere pronunciate da un uomo ben vestito e ben educato, divengono necessariamente metafore di immane profondità.

Fino alla fine, tuttavia, Ashby instilla il dubbio nello spettatore se davvero Chance non sia un uomo profondo, a suo modo. E anche che, tutto sommato, ci sia nel film qualcosa che non quadra; non solo a livello di scrittura, in cui alcuni passaggi risultano superflui o non ben direzionati, ma nel senso stesso del film, sul cui messaggio finale critica e spettatori continuano ad interrogarsi quasi spiazzati.

Si è detto precedentemente dell’interpretazione di Peter Sellers, che padroneggia il suo personaggio con lo stile e la naturalezza necessari. Penso sia anche merito suo se Chance il giardiniere rimane un protagonista buffo ma non ridicolo, a cui si porta rispetto e di cui si sorride, ma non si ride. L’interpretazione di Sellers è sobria, misurata, pienamente padrona della parlata lenta e quasi cadenzata, dei movimenti flemmatici e imperturbabili (i titoli di coda chiariscono bene quanto fosse ricercata tanta “naturalezza”). Va aggiunto che non è l’unico attore a spiccare nel cast, ma a lui si affiancano Melvyn Douglas e Shirley MacLaine, l’uno, irriconoscibile seduttore di Greta Garbo in “Ninotchka”, nel ruolo della morente eminenza grigia, seppur umana e dignitosa, Rand; l’altra, protagonista di tanti film degli anni ’50, in quello della moglie Eve, non proprio un personaggio felicissimo in termini di scrittura ma felicemente interpretato da una MacLaine entusiasta di prendere in giro sé stessa. Due coprotagonisti amabilmente ingenui, di cui uno porta con sé l’impronta austera e severa della morte, mentre l’altra è giocoforza relegata ad una condizione meno dignitosa.

Sarà questo mix di elementi a rendere “Being There” un film che, nonostante i difetti, non è semplice dimenticare. Sarà anche quella straniante sensazione, nel ridere dei personaggi abbagliati dall’apparire e dallo schermo televisivo, di rivedere sé stessi in un perverso meccanismo circolare che ci rende spettatori del nostro consumare passivamente immagini.

 

La mia valutazione:  7/10
 

“Being There”.

Diretto da Hal Ashby.

Soggetto e sceneggiatura. Jerzy Kosinski.

Con Peter Sellers, Shirley MacLaine, Melvyn Douglas, Jack Warden.

Usa 1979, 130′.

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 Comments

  • santa

    Mi è piaciuto molto leggere questa “elegante” recensione del film. interpretazione magistrale di Peter Sellers. È verissimo, un film che non si dimentica. Saluti.

    • Asaka

      Devo dire che mi è difficile trovare un film, tra quelli che ora mi sovvengono, in cui l’interpretazione di Peter Sellers non sia di alto livello.
      Grazie del tuo commento, saluti anche a te.

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