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Oblomovismo

L’Ottocento russo è un secolo di grandi scrittori. Puškin, Dostoevskij, Gogol’, Turgenev, Čechov, Tolstòj… E Ivan Aleksandrovič Gončarov, autore più defilato, meno prolifico, creatore di un neologismo entrato nella storia della letteratura e della cultura moderna: oblomovismo.

Gončarov inizia a scrivere nel 1847/1848 quella che diventerà la prima parte di “Oblómov”, ma è una scrittura lenta, faticosa. Vive da anonimo impiegato, ma ha già mosso i primi timidi passi nel mondo della letteratura, sotto la protezione del nume tutelare Vissarion Grigor’evič Belinskij, grande critico letterario e presenza intima nella vita dell’autore, a disagio tra personalità ben più forti come Gogol’ e Dostoevskij. Un’amicizia destinata a finire a breve per la morte prematura di Belinskij nel 1848 stesso.
La scrittura del romanzo si riprende improvvisamente nel 1857 e nel 1859 viene definitivamente pubblicato “Oblómov”, storia di un proprietario terriero sopraffatto dalla pigrizia interiore, vero capolavoro di Gončarov.

Il’jà Il’ìč Oblómov ha una tenuta di 350 anime, chiamata Oblómovka, ma vive a San Pietroburgo, in un sudicio appartamento in affitto, mollemente abbandonato sul divano, sonnolento. L’intera vita di Oblómov si svolge tra il divano e il letto, il letto e la poltrona, la poltrona e le comode pantofole. Fuori si festeggia il 1° Maggio, c’è frenesia ed agitazione; lui invece rimane lì, inerte, e si tormenta, tra un sonno e l’altro, di non sapere come risolvere i problemi di Oblómovka, e sfoga il suo nervosismo su Zachàr, il fedele servitore. Inizio celeberrimo, quello di “Oblómov”– l’apatia dei lineamenti flaccidi e abbandonati di Oblómov, l’arredamento anonimo dell’appartamento, la sciatteria e la sporcizia in cui Zachàr lascia la casa, i battibecchi tra padrone di casa e servitore, l’incapacità del padrone di casa di mettersi le calze senza l’aiuto del servitore, il perenne giacere sul divano, la sfilata di personaggi insulsi o ambigui che invita Oblómov a festeggiare il 1° Maggio… e finalmente l’arrivo di Stolz, l’energico, attivo, sensibile, affezionato e perennemente atteso amico di gioventù di Oblómov, il solo che riesca a trascinare fuori dal letto il protagonista, che riesca a fargli condurre delle vere intense giornate pietroburghesi, e che alla fine, suo malgrado o forse no, permetta ad Oblómov di innamorarsi presentandogli la giovane Ol’ga.

L’amore per Ol’ga – siamo ormai alla seconda delle quattro parti del romanzo – sembra trasformare il protagonista e rendergli quegli ideali e quelle energie che da giovane condivideva in maniera intima con Stolz, prima di essere sopraffatto dalla pigrizia.

Ma è veramente pigrizia quella di Oblómov? E di quale tipo di pigrizia si tratta?

Bisogna innanzitutto fare un paio di precisazioni. La prima è che l’autore rinnegava quasi la prima parte del romanzo e non la considerava all’altezza delle successive. Effettivamente essa è strutturata in modo molto diverso, è statica e descrittiva, vi è unità di spazio, di tempo e di azione, narrativamente non accade nulla, e vi è un chiaro sottotesto di satira sociale che nel prosieguo si avverte in maniera molto meno spiccata. La seconda precisazione da fare è che nonostante il cambio di marcia tra prima parte e successive, la voce del narratore è già una voce perfettamente modulata ed equilibrata, sin dalle prime pagine. È già una voce in grado di dispiegare tutto il tormento del protagonista, di andare oltre la semplice apparenza, e di confrontarlo, con esiti imprevedibili, al carattere dinamico di Stolz.

Nei suoi sonni sul divano Oblómov sogna dell’infanzia ad Oblómovka, ed è un sogno che ha i caratteri dell’idillio, del paradiso perduto; un sogno speculare alle esclamazioni di irresponsabilità del protagonista…

 

Oh Dio mio! La vita mi incalza! Mi raggiunge dappertutto!

 

Allora Oblómov è un eterno Peter Pan, un adulto incapace di vivere, di dimenticare e superare gli anni felici dell’infanzia? Questa è la chiave su cui la critica, innamorata delle interpretazioni psicoanalitiche, tende a leggere il romanzo, e questa è anche la chiave interpretativa secondo cui Nikita Mikhalkov ha riletto il romanzo nel suo film del 1979. Ma come anticipato prima, la voce narrante ha uno straordinario equilibrio, e limitarsi a questo genere di interpretazioni significa non prestarle la dovuta attenzione. I primi accenni della complessità oblómoviana emergono prima dell’arrivo di Stolz e sono chiari:

 

“Andare in dieci posti in un sol giorno, meschino! E questa è la vita! Dov’è andato a finire l’uomo? A che scopo si disperde e frantuma?”

 

Ma è con l’arrivo dell’amico che il confronto tra i due, tra fantasticheria e ragione, pensosità e dinamicità, si fa serrato:

 

“Devi proprio uscire da questo sonno”, disse Stolz.

“Niente mi attira, l’intelletto non ha aspirazioni, l’anima dorme in pace”, concluse Oblómov con un’amarezza appena percepibile.

 

E ancora, dopo le intense giornate pietroburghesi:

 

«Allora, che vita ti piace?», domandò Stolz.
«Non quella che faccio adesso».
«Che cosa, in particolare, non ti piace di questa vita?».
«Tutto: le continue corse, l’eterno gioco delle meschine passioni, soprattutto l’avidità, il bisogno di tagliarsi le gambe l’un l’altro, le chiacchiere, i pettegolezzi, il punzecchiarsi a vicenda, quello squadrarsi da capo a piedi; se ascolti le conversazioni, ti gira la testa, ti senti stordito. A prima vista, ti sembrano tutti intelligenti, ti par di leggere tanta dignità sui loro visi, ma appena li ascolti: “A questo hanno dato quello, questo ha ottenuto l’appalto.” “Per quale ragione, di grazia?”, grida qualcuno. “Quello ieri sera al club ha perso tutto al gioco: quell’altro ha guadagnato trecentomila rubli!”. Che noia, che noia, che noia!… Ma dov’è l’uomo? Dove si è nascosto? come fa a perdersi in queste futilità?».
«Il mondo e la società devono pure occuparsi di qualcosa», disse Stolz, «ognuno ha i suoi interessi. È la vita…».
«Il mondo, la società! […] Guarda dunque dov’è il centro intorno al quale si muove tutto questo: non c’è un centro, non c’è niente di profondo, niente che arrivi al cuore. Sono tutti quanti dei cadaveri, tutti addormentati peggio di me questi individui che vivono nel mondo e nella società! Che cosa li guida nella vita? Certo, non se ne stanno sdraiati, tutto il giorno si affannano ad andare avanti e indietro come mosche, e a che pro? […] Perché io sarei più colpevole di loro, se me ne sto sdraiato a casa mia e non mi rompo la testa con fanti, re e regine?».
«Roba vecchia, questa, di cui si è già parlato un migliaio di volte», osservò Stolz. «Hai niente di più nuovo?».

 

Come si vede, le risposte di Stolz, nonostante la positività del personaggio, sono evasive e poco convincenti, esempio del perfetto equilibrio della penna dell’autore, mai manicheo nell’assegnare la palma dell’errore all’una o all’altra parte. Ancora più chiaro il dissidio che emerge quando a Stolz subentra Ol’ga, giovinetta incuriosita, e forse anche istigata, da Stolz sul conto di Oblómov, disinibita nel fissarlo curiosa e a volte anche nel ridere apertamente dell’imbarazzo in cui lo getta, ma poi capace di emozionarlo e trasformarlo intonando “Casta diva” al pianoforte. Quello è un momento di svolta per entrambi i personaggi, giacché Oblómov si sente vivo come non gli capitava più da dodici anni, e Ol’ga diventa donna, vive in sé il potere che potrebbe cambiare la vita di Oblómov, vi si affida completamente senza timore di esserne ferita, e decide di trasformare Oblómov. Lo decide da donna innamorata, innamorata di Oblómov e innamorata del proprio potere. Ol’ga incalza Oblómov, cerca di scuoterlo quando afferma che la propria esistenza è inutile, gli rimprovera di non capire che “bisogna vivere per vivere”, ne rinfocola la passione quando l’inadeguatezza sembra sopraffarlo, lo costringe ad uscire spesso, a incontrare ospiti, ma al tempo stesso è donna di raffinata intelligenza, di profonda curiosità intellettuale e di altrettanto profonda sensibilità, capace di percepire l’intera finezza dell’animo di Oblómov, a volte persino meglio di lui. Una finezza che si esplica, ad esempio, nel soffrire ascoltando gentiluomini che disinvoltamente parlano di donne cambiate come fossero cavalli. Nel non voler essere costretto ad esprimere un giudizio per paura che sia un giudizio negativo che possa far soffrire l’interessato. Nel tentare di porre fine all’appena nata relazione amorosa già prevedendo la vittoria della propria accidia e la sofferenza di Ol’ga.

“Si è distrutto, si è rovinato senza alcuna ragione”. Così commenta Stolz, molti anni dopo, nelle ultimissime battute del romanzo, la fine della parabola oblómoviana.

Commento ingiusto e stolido, quello di Stolz, incapace di comprendere quanto l’amico fosse il primo a soffrire della propria natura e dell’impossibilità di cambiarla. Incapace di accettare che l’amico potesse raggiungere con una semplice contadina quella serenità che con Ol’ga non avrebbe mai potuto trovare. Incapace di comprendere la differenza tra la natura irrequieta e plasmatrice di Ol’ga, impossibilitata ad amare Oblómov senza cambiarne prima la tendenza alla fantasticheria e alla quiete, e la natura mite, schiva, e sinceramente affettuosa di Agàf’ja Matvéevna, che ama Oblómov nella sua interezza, e che sarà invece sempre additata con vergogna per la sua relazione, addirittura affaristica secondo Stolz, con un uomo di rango superiore. Personaggio dolcissimo, quello di Agàf’ja Matvéevna; non una delle solite figure femminili dietro cui si adombra la sicurezza del ritorno al seno materno, come potrebbe parere, ma donna che incarna la mitezza del popolo contadino russo – anche nei suoi aspetti più socialmente conservatori – e la genuinità d’animo che i ranghi superiori hanno perso ormai da tempo, il disinteresse, l’umiltà profonda con cui si accetta l’altro per come è e non per come si vorrebbe che fosse, a propria immagine e somiglianza.

Penna veramente equilibrata, quella di Gončarov. Impossibile definire per chi penda la bilancia, se per il mondo culturale di Stolz o per quello interiore di Oblómov. Possiamo solo intuirlo nelle ultime pagine del libro, quando Stolz racconta la storia di Oblómov ad un anonimo letterato dell’epoca: l’autore stesso…

“… un suo amico, un uomo di lettere, grasso, con il volto apatico, gli occhi pensosi, come sonnolenti…”

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 Comments

  • Carmen

    Questa probabilmente è una delle opere più sottovalutate, anche a scuola, probabilmente perché il tempo è tiranno e gli si preferiscono autori russi e le loro opere ben più conosciute.
    Io la conobbi spulciandone estratti da un’antologia.
    Sembrerà strano ma non ho mai avuto il coraggio di leggerla, perché… il protagonista mi ricordava in modo inquietante e per me disturbante un aspetto della mia personalità… (vedere l’estratto post-mondanità pietroburghese..)
    Forse un giorno lo leggerò.

    PS: scrivi troppo bene! =)
    PPS: ma non c’è più la fnzione anteprima? Era comoda!

    • Asaka

      Penso che sia l’autore stesso ad essere sottovalutato; di lui ci si premura sempre di specificare che comunque il resto della sua produzione non raggiunge gli stessi livelli di “Oblòmov”. Come se scrivere “Oblòmov” sia cosa da tutti; anche la tanto vituperata prima parte, è per molti aspetti la migliore – infatti è quella ad essere entrata nell’immaginario. Insomma, autore minore un corno 😉
      Il fatto secondo me è che la storia si spinge in modo tanto nevralgico nell’esistenza dell’uomo moderno occidentale, che a distanza di quasi 200 anni fa ancora un male cane. Non solo a te.

      PS: dici? Quando rileggo quello che scrivo mi metto le mani nei capelli! Comunque grazie 😉
      PPS: a quale funzione anteprima ti riferisci?

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