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“Novelle orientali”, Marguerite Yourcenar (1938)

Marguerite Yourcenar, la grande autrice di “Memorie di Adriano” racconta, con la sua voce elegante e suggestiva, una manciata di fiabe e leggende di derivazione orientale, intendendo con tale aggettivo un territorio amplissimo che va dai Balcani alla Cina.

Nelle “Novelle orientali” riecheggia la loro derivazione popolare, nel senso più nobile del termine: riecheggia la cultura, la filosofia di vita, il sangue di quel popolo. Ma allo stesso tempo si coglie inconfondibile la voce della scrittrice sedotta dall’Oriente e sua curiosa studiosa.

La raccolta, breve ma davvero gradevole, ha il pregio di spaziare da un estremo all’altro dell’Oriente mantenendo ad un tempo una raffinatezza di arte del narrare comune a tutte le storie, ma anche le peculiarità del popolo presso cui quella storia è nata. È la voce della Yourcenar che intinge di sé le storie che racconta, e dona un’ulteriore lucentezza a quel fascino immortale che la tradizione popolare possiede di suo.

La raccolta si apre con la Cina (“Come Wang-Fo fu salvato“, storia di un pittore e del suo fedele discepolo nel regno di Han, e di come la sua arte trasfigurasse il mondo e gli avesse donato occhi nuovi), proseguendo con i Balcani (“Storia di Marko”, che raccoglie una delle tradizioni popolari sull’eroe medievale serbo Marko Kraviélitch), la Grecia (“Il latte della morte”, quasi una fiaba al contrario, luttuosa e dolente), al Giappone (“L’ultimo amore del principe Genji”, eccezione nel libro in quanto non riprende una leggenda ma un capolavoro della raffinatezza letteraria nipponica, il “Genji Monogatari” scritto dalla dama di corte Murasaki Shikibu), ancora la Grecia (“L’uomo che ha amato le Nereidi”, un racconto che recupera il mito delle Nereidi ambientandolo in un Mediterraneo così vivo e reale, ma anche “Nostra Signora delle Rondini”, intriso magicamente delle diverse culture ivi intrecciatesi nei secoli, e ancora “La vedova Afrodissia”, storia di sangue, banditi e passione), e poi sorprendendo con l’India (“Kali decapitata”, tragica e mistica rilettura della storia della dea), e tornando in Serbia (“La fine di Marko Kraviélitch”, ancora un racconto su questo eroe balcanico), per infine chiudere con l’Olanda e “La tristezza di Cornelius Berg” il cui rimando geografico all’Oriente è poco attinente, ma che idealmente chiude il cerchio parlando, come nel racconto di apertura, di un pittore e del suo sguardo, ma senza l’incanto, il rapimento e la magia dell’arte del pittore cinese Wang-Fo.

Contrariamente a quanto ci si potrebbe ingenuamente attendere parlando di tradizione popolare, sono racconti impregnati di sangue, sofferenza, passione, dedizione totale ad un ideale, ad un amore, e perdizione e perdita. E l’eleganza e la raffinatezza che emergono da queste storie non sono solo merito della voce di un’autrice di tale sensibilità narrativa, ma sono quelle doti della tradizione popolare che i popoli stessi posseggono spesso senza esserne consapevoli. La morte, eterna presenza di ogni racconto di ogni popolo di ogni Paese, reca con sé la solitudine, la passione, la follia del voler vivere.

A inchiodarli su carta è la penna di una grande scrittrice.

 

“In quella solitudine la vita si rivelò più semplice e più rude ancora di quanto non fosse stata nel corso del lungo esilio, in una remota provincia giapponese, subìto da Genji al tempo della tempestosa giovinezza, e quell’uomo raffinato potè finalmente gustare, fino a saziarsene, il lusso supremo che consiste nel fare a meno di tutto.”

 

La mia valutazione: 7/10

 

 

 

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Published in Libri

2 Comments

  1. Diego Diego

    C’è il sangue e c’è la morte: alla fine il sapore che ti ritrovi in bocca (in mente?) è dolce, consolatore, vai a capire. Forse è solo che ci vuole un talento pazzesco nello scegliere (nel trovare) le parole giuste. Forse è solo che. Mi piace molto quando descrive Panegyotis (l’uomo che ha amato le Nereidi) “… le dita elastiche e tattili appartenevano a quella razza di piedi intelligenti, abituati a ogni contatto dell’aria e del suolo, induriti dalle asprezze delle pietre, che conservano ancora in paese mediterraneo, all’uomo vestito, un po’ della libertà e della disinvoltura dell’uomo nudo”. Di lei mi tengo il sapore buono di frasi e parole, a te dico grazie per la dritta, la bella recensione e la scelta azzeccatissima del faccione sorridente di Marguerite

    • Grazie Diego, lieta che la dritta sia stata apprezzata. Marguerite ha un talento prezioso nella scelta delle parole, e penso che questa qualità, unita alla potenza e inesorabilità della cultura popolare, divenga irresistibile. “Memorie di Adriano” tuttavia per me rimane ancora ineguagliato.
      A presto

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