Da provare almeno una volta nella vita,  Libri

“Nine Stories”: storie della famiglia Glass e altre infelicità

Come resistere al richiamo di un bel libro quando inizia a ronzarti per la mente in maniera insistente proprio nel periodo in cui più dovresti starne lontana? È impossibile. Ed ecco Asaka aggirarsi furtiva con la sua copia consunta di “Nine Stories” by J.D. Salinger nei luoghi più disparati sperimentando il rischio del brivido:

1 – In macchina con i colleghi: felicemente appollaiata su un sedile posteriore dopo aver ceduto (diciamo piuttosto sospinto con forza) il posto anteriore a qualcun altro, la nostra eroina lascia cadere qualche commento a casaccio nella conversazione degli altri certa che tanto non si avverta la differenza rispetto a quando interviene con cognizione di causa. Frattanto la lettura procede.

2 – Mentre aspetta l’autobus: la sua concentrazione è tale che quasi non si rende conto del vento gelido e sferzante. Inizia ad accorgersene quando si rende conto di non poter più muovere il piede ghiacciato come una stalagmite.

3 – Davanti al pc, ove l’occhio tende a sbalestrare sulla pagina di Salinger anziché concentrarsi sui quadrati del piccolo Niccolò.

La lista potrebbe continuare per molto, ma perché indugiare in tali futili dettagli anziché parlare invece della grandezza di uno dei libri chiave del Novecento americano? Quando si parla di Salinger, il terreno è sempre minato. La sua figura scorbutica, solitaria, contraddittoria è difficile da inquadrare. Il suo lavoro più celebre, “The Catcher in the Rye” (titolo meraviglioso, per quel che mi riguarda) è stato criticato e idolatrato. Sopravvalutato? Incompreso?

Io rientro in chi lo idolatra, in chi è completamente innamorato del guanto da baseball ricoperto di poesie scritte in inchiostro verde da Allie Caunfield. Lo so, dovrei parlare di “Nine Stories”, ma è davvero possibile disgiungere l’irrequieto Holden dai complessi fratelli Glass? Molti lettori e critici tracciano un solco tra la storia di Holden Caunfield e i racconti di “Nine Stories”, considerando il primo un romanzo fatto ad arte per commuovere e conquistare, e i secondi più liberi e artistici. Per me invece la voce di Salinger non cambia mai; può cambiare modulazione, diventare più sentimentale  o più ironica e perfino pedante come in “Hapworth 16, 1924”, ma la “mitologia” della famiglia Glass poggia le sue radici su un senso di dolore, di morte e di ricerca del senso esistenziale che accomuna l’intera opera di Salinger, anche un racconto apparentemente leggero come “L’Uomo Ghignante”, capolavoro di ironia che lascia con un groppo in gola. Mai però quanto il colpo impercettibilmente accusato da Boo Boo Glass in “Giù al dinghy” mentre abbraccia il suo piccolo e sensibilissimo Lionel (colpo che si trasmette anche al lettore), o la preghiera dell’adolescente Esmé di dedicarle una storia in cui ci sia amore, sì…ma anche molto squallore. Ed ovviamente l’apice della scrittura di Salinger è lì, nelle immense pagine di “Un giorno ideale per i pescibanana”, con cui il personaggio di Seymour Glass, figlio maggiore dei Glass, entra di filato tra i personaggi più amati e meglio realizzati della storia della letteratura. La sua ombra si avverte in ogni scritto di Salinger, a partire da quei due fratelli minori “Franny e Zooey” che con tanta dedizione raccolgono il testimone di complessità del loro fratello maggiore.

Salinger non può essere spiegato; va letto. Quelle conversazioni tra bambini e adulti sono scritte come di rado avviene; e l’adolescenza, e quel che ne rimane, nascosta ma mai sopita, è colta e fissata come davvero pochi Autori sono in grado di fare.

 

L’Uomo Ghignante era esattamente il tipo di storia che ci voleva per un Comanche. Forse aveva addirittura dimensioni classiche. Era una storia che aveva tendenza a traboccare da tutte le parti, eppure restava essenzialmente portatile. Te la potevi sempre trascinare a casa e rifletterci su stando comodamente seduto, diciamo, nella vasca da bagno, mentre l’acqua scorreva via…

 

 

La mia (ovvia) valutazione: 10/10

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 Comments

  • Zen

    Il grande Salinger… l’incipit di Un giorno ideale per i pescibanana rimane memorabile, la telefonata della ragazza che si passa lo smalto…
    Grazie per avermelo ricordato, asa 🙂

    • Asaka

      Grazie a te per avermi letto, Zen 😉

      Non sei la sola persona a sostenere d’aver trovato fulminante l’inizio di quel racconto, sai?
      A presto!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *