Cinema,  Da provare almeno una volta nella vita

“Mulholland Drive”, David Lynch (2001)

C’è da pensare che nemmeno il sogno ci appartenga davvero. Nessuna banda suona e la musica è palesemente registrata, ma noi continuiamo ad emozionarci, anche se il presentatore scompare con un trucco da illusionista, e non sappiamo più quale sia la realtà e quale la fantasia, e se qualcuno ci induca a vivere quella realtà e quella fantasia.

Christopher Nolan doveva immaginare che il suo Dominic Cobb entrasse nei sogni degli uomini con complessi macchinari per carpirne preziosi segreti. Nove anni prima a David Lynch era bastato il pilot di quella che inizialmente doveva essere una serie televisiva per creare un’opera che avvolgesse i meandri della mente e del vissuto umano, e mostrasse la spietata efferatezza con cui un immaginario collettivamente condiviso possa falciare e distruggere un individuo.

“Mulholland Drive” apparve nelle sale cinematografiche nel 2001, dopo che Lynch, tramontata la possibilità di farne un drama per la televisione*, lo aveva rielaborato creando uno dei suoi film più suggestivi e amati, sui cui significati sono stati spesi fiumi di inchiostro. Si può, senza tema di sgradite anticipazioni al lettore, parlare della semplice e caparbia Betty, giunta a Los Angeles sognando di diventare una stella del cinema, e del suo incontro con Rita, una donna che ha perso la memoria in seguito ad un incidente stradale su Mulholland Drive, e del comune tentativo di rintracciare l’identità e la storia di Rita.

Si può parlare di mafia che gestisce le produzioni cinematografiche castrando l’autonomia creativa dell’autore, di killer imbranati, e di due inserti straordinari: l’inserto “onirico” ambientato nel Winkie’s e quello quasi tragico del Club “Silencio”. Si può parlare di tutto questo e ancora non si svelerebbe nulla di una pellicola che va rivista più volte per essere in parte compresa. Una pellicola che andrebbe osservata con l’attenzione e il distacco necessari a cogliere luoghi, colori, inquadrature, richiami, dettagli minuziosamente inseriti da un regista che gioca col farci poi perdere emotivamente nella storia, col disorientarci, come ci si perde disorientati in un sogno, in cui tutto è così strano ma anche così reale.

Lungi dall’essere un mero esercizio cerebrale, e poco aderente anche a schematizzazioni di stampo freudiano sulla trama che riducono la portata del lavoro del regista, “Mulholland Drive” è la messa in scena dell’essenza della realtà per Lynch; il dilemma di una realtà che appare sempre più un sogno, di un sogno reale come la quotidianità.

Ed è al contempo la materializzazione del sogno inculcato nelle nostre coscienze, incubo di cui siamo schiavi senza rendercene conto, desiderio di cui abbiamo bisogno perché è stato deciso che così debba essere. In questo caso è Hollywood la terrificante macchina dei sogni rappresentata da Lynch, che la conosce bene come conosce bene la priorità delle “esigenze produttive” davanti a cui l’artista non conta assolutamente nulla. Lynch si diverte a riprodurre gli stereotipi hollywoodiani in un continuo gioco di scambi tra realtà e iperrealismo. Il cowboy, il mafioso italiano, la ragazza della porta accanto e il suo provino sbalorditivo, l’attore maturo con classica mascella pronunciata… tutto così vero, tutto così falso, che mentre crediamo a questa storia ci viene il sospetto che sia una lunga serie di personaggi fuoriusciti dalla cultura pop americana, e quindi occidentale – e quindi, collettiva.

E Betty, in un contesto simile, non può che essere l’incarnazione del sogno americano, la self-made woman che nonostante la semplicità e “genuinità”, ha il carattere di emergere senza sporcarsi con il compromesso. Perfetta idealizzazione di sé, Betty è troppo bionda, troppo semplice, troppo gentile, troppo allegra per non realizzare tutti i suoi sogni e le sue fantasie. E l’iperrealismo con cui ciò accade è anche fuga dal mondo cinico realmente esperito, copertura della grevità che porta alla disperazione e alla follia. Come un sogno, di quei sogni così veri pur percependo che qualcosa non funziona; una scatola blu senza chiave, e un locale in cui tutto è illusione, lasciano la costante e cupa sensazione che, sotto quella patina brillante, vi siano degradazione e delusione.

M. Drive 5

Nel lavoro di Lynch vi è una costante osmosi tra una dimensione più collettiva e una maggiormente individuale. L’innamoramento verso il successo e la realizzazione di sé porta alle profondità sommerse della protagonista, nel cui universo mentale ci addentriamo perdendoci tra gli strati della sua coscienza, tra gli schermi che pone a difesa dei suoi fallimenti e frustrazioni, tra le contraddizioni verso la persona amata, e il bisogno di idealizzarla e odiarla, di farne una tabula rasa di cui prendersi cura, su cui proiettare i propri disperati desideri, per vivere un sollievo all’esasperazione che la sordida realtà non concede. La discesa nell’inferno mentale della protagonista è resa da una Naomi Watts straordinaria e versatile, la cui interpretazione tocca ogni sfumatura dello spettro emotivo umano, passando da cinguettante ragazzina di provincia a donna sfatta e sconvolta dall’intensità di un dolore insopportabile. Il resto del cast è caricatura dei personaggi interpretati, effetto voluto dal regista per ottenere quell’iperrealismo così falso da lasciare sempre il dubbio che sia vero. Nessun attore fuori posto, nessuna scena lasciata al caso. Ogni dettaglio studiato e curato alla perfezione, inclusi i richiami interni al mondo narrativo del regista.

La narrazione onirica di Lynch lambisce quel sotterraneo gusto decadente che seduce lo spettatore, quel malsano amore per l’artificio e l’illusione che affascina e avvince; la sicurezza nel gestire la regia è tale che attraversa generi filmici diversi e passa dall’ironia alla tensione creando alla fine un prodotto che sembra realizzato nella “stoffa di cui sono fatti i sogni” per compattezza, densità e straniamento. I colori rosso e blu guidano lo spettatore nei meandri della macchina dello spettacolo, continua riflessione metacinematografica e al tempo stesso ritratto di estremo spessore di una donna distrutta, universo imbellettato da cui tuttavia spunterà sempre un mostro orrendo a ricordarci cosa sia il vero.

Musiche di Angelo Badalamenti, anche comparsa nel film, a coronamento della tensione di cui è impregnato un film memorabile.

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No hay banda.

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* Il network ABC, che inizialmente aveva commissionato a Lynch il progetto, non approvò il pilot realizzato dal regista e se ne tirò fuori. Il progetto viene ripreso e trasformato per interesse di Canal Plus.

 

 

La mia valutazione:

 

[rating=9]

 

Immagini tratte da David Lynch, “Mulholland Drive”, Canal Plus, di cui sono proprietà.

 

“Mulholland Drive” di David Lynch. Con Justin Theroux, Naomi Watts, Laura Harring, Ann Miller, Robert Forster.

Drammatico, durata 145 min.

Francia, USA 2001.

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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