Cinema

“Moonrise Kingdom”: fine di una storia

È sempre dura ammettere che un grande amore è finito; ora dovrò trovare il coraggio di dire a Wes Anderson che ormai il sentimento di venerazione che provavo per lui da giovinetta non è che un lontano e nostalgico ricordo. Wes, tra me e te è (quasi) finita. Non sai quanto mi costi prenderne atto; per evitare di scontrarmi con questa amara verità ho anche evitato di vedere “The Darjeeling Limited”, ma non ho potuto esimermi dal vedere “Moonrise Kingdom” (ad un certo punto le verità vanno pure affrontate di petto, perbacco).

E insomma, cosa dire di questo “Moonrise Kingdom”? C’è una classica famigliola americana – New England, per la precisione – ricca e annoiata la cui figlia maggiore, Suzy, una ragazzina che guarda tutto tramite binocolo, un giorno scompare. C’è un campo scout in cui uno dei ragazzini, Sam, particolarmente odiato dal resto della truppa, un giorno scompare. Il mite “e un po’ triste” poliziotto Sharp si impegna a cercarli, scoprendo che si tratta di una fuga d’amore tra due ragazzini che hanno trovato l’uno nell’altra la spinta per superare la propria distanza dal mondo e dalla vita. Adorabile, nevvero?
Ma qualcosa nel film non funziona, e per dirlo io che sono sempre stata molto indulgente con il mio Wes, vuol dire che davvero qualcosa non va. Probabilmente è la poetica stessa di Anderson a mostrarsi di corto respiro. Non l’avrei mai detto, tanti anni fa, quando di fronte all’entrata di scena dell’impellicciata Paltrow accompagnata dalle note di “Christmas Time Is Here” di Vince Guaraldi, capii che io e il buon Wes condividevamo una predilezione per i “Peanuts” e giurai eterno amore al mondo attentamente colorato di bambini solitari, tristi ed eccentrici che popolavano i suoi film.

Il fan andersoniano non rimane smentito nemmeno questa volta dal carosello visivo e musicale allestito dal nostro. Bruce Willis è un triste Captain Sharp; Edward Norton è un capo Scout per vocazione; Francis McDormand e l’immancabile Bill Murray sono i cinici genitori di Suzy; Tilda Swinton è l’assistente sociale fredda e burocratica, e Jason Schwartzman (altro prezzemolino del regista) avrà il compito di celebrare un matrimonio sui generis.
Il problema è che, tolto il solito cast stellare e auto-ironico, tolta l’attenzione maniacale verso i dettagli (occhio alle bellissime copertine dei libri per l’infanzia…) e verso la creazione di quadri registici che guardano alla pittura americana novecentesca, tolte le musiche come sempre scelte con competenza sopraffina (vogliamo parlare dell’uso di “The Young Person’s Guide to the Orchestra”  di Benjamin Britten, basata sul “Rondeau” di Henry Purcell come metafora di una narrazione corale e orchestrale?), e tolta la comicità agrodolce e surreale tutta andersoniana, tolti insomma tutti quegli elementi formali che contraddistinguono un film di Wes Anderson e che lo rendono inconfondibile, del film in sé rimane poco, se non la forte malinconia del legame di questi bambini che stanno crescendo, che è in effetti l’elemento vero e migliore della pellicola, sottolineato dall’uso delle musiche estratte da “Friday Afternoons” ancora di Britten, cori di bambini che fanno davvero il paio – di nuovo – con le atmosfere evocate da molte colonne sonore della serie “Peanuts” (nel film il cane degli scout si chiama Snoopy…). Suzy e Sam sono gli unici due personaggi che emergono con spessore dalla narrazione, il resto sono macchiette; divertenti, ben delineate, ben interpretate, ma schematiche; vorrebbero alludere ad un mondo che non riescono nemmeno a toccare. A questo punto credo fermamente che il cinema di Anderson abbia bisogno di reinventarsi e riflettere sui propri scopi, o finirà per diventare un modo di filmare compiaciuto e soddisfatto solo dall’uso monotono, per quanto creativo, dei propri stilemi.

Questi sono i motivi per cui, Wes, tra noi è finita; ma non escludo di poterci ripensare se tu ripenserai al tuo modo di fare cinema…
Ti metto 7, consapevole che se non avessi visto gli altri tuoi film ti avrei messo 9…
(volevo stroncarti, ma credo d’averti soprattutto elogiato…)

 

Per approfondire:

– Tracklist della colonna sonora su Pitchfork

– Recensione del “Guardian”

– Recensione su AVClub

 

La mia valutazione: 7/10

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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