Cinema

“Monsieur Verdoux”, Charles Chaplin (1947)

In origine era Henri Landru, assassino seriale di donne sole e facoltose. Il suo caso, rimasto celeberrimo anche ai giorni nostri, ispirò a Orson Welles un film che avrebbe dovuto essere interpretato da Charles Chaplin. Qui le cose si complicano, e dalle ricostruzioni pare che Welles volesse dirigere il film perché non convinto delle capacità registiche di Chaplin; dal canto suo Chaplin pareva non poter accettare di recitare in un film diretto da altri. Oggi Orson Welles appare nei titoli di testa come l’ideatore di “Monsieur Verdoux”, diretto infine da Charles Chaplin. Un film tra i meno celebri e amati del grande Chaplin, e non per carenza artistica. “Monsieur Verdoux” è la storia di un personaggio sgradevole, molto lontano dal saltellante e candido Charlot, di cui a tratti conserva i vezzi sotto i quali, però, si cela la spietata ferocia di chi considera l’uomo non più come un fine, ma come un mezzo. Sotto i modi raffinati ed eleganti di Henri Verdoux si cela un padre di famiglia che, avendo perso il suo impiego in seguito alla crisi economica, ha intrapreso un redditizio quanto disumano “business”: sedurre attempate zitelle, spogliarle dei propri averi e infine assassinarle. Niente di più lontano, quindi, dal vagabondo dal cuore d’oro che preferisce vivere di stenti ed espedienti e rimanere ai margini della società piuttosto che essere divorato dagli ingranaggi della macchina e dall’alienazione. Abbiamo visto Charlot riparare finestre rotte dal suo monello, improvvisarsi pugile per strappare i soldi di un combattimento di boxe, esibirsi in un cabaret cantando e ballando, ma non lo abbiamo mai visto, crudele e aggressivo, vivere ai danni degli altri.

Charlot, spirito libero, anche quando si ritrova alla testa di un corteo socialista lo fa per sbaglio. Etichette e appartenenze non sono per lui: meglio non avere nulla da perdere ed essere davvero libero.

Però poi ci assale un dubbio. Cosa sarà successo a Charlot dopo essere entrato, ufficialmente, nella vita del suo kid? Cosa avrà vissuto Charlot una volta salvato dalla sua bella fioraia? E che futuro si sarà prospettato a lui e alla sua affascinante monella al termine di “Tempi moderni”? Non sarà forse il signor Verdoux un Charlot non più libero, divenuto “adulto” e costretto a farsi carico della responsabilità di una amatissima moglie inferma e di un adorato figlio, costretto a barattare l’indipendenza del proprio sentire per amore delle creature a lui più care?

Ma se è davvero così, allora a chi appartiene quel sentire che lo governa e che non gli appartiene? Chaplin non ha dubbi. Nel momento in cui la disoccupazione aumenta, la crisi economica si fa stringente, e il settore delle armi è l’unico che non conosce recessione, nel momento in cui il popolo diventa massa, e la massa vede solo ciò che qualcuno è in grado di farle vedere, l’uomo che uccide un altro uomo è solo un dilettante, a confronto delle leggi che lo accusano.

Disseminata in maniera più blanda per l’intero film, ed improvvisamente incisiva negli ultimi venti minuti, l’accusa di Chaplin al capitalismo guerrafondaio che in seguito alla crisi del ’29 ha distrutto l’Occidente ed ha fatto carta straccia della sua coscienza diviene sempre più esplicita, costringendo a rimettere in gioco il nostro ipocrita sistema di valori economici e il modo in cui li bilanciamo. Con acume Verdoux spiega che si tratta di una questione di quantità: egli ha ucciso poche persone, quindi è un assassino; se ne avesse uccise milioni, sarebbe stato un eroe. Non è più solo un discorso circostanziato alla crisi degli anni ’30: vengono in mente “eroi” quali Carlo Magno che per convertire le recalcitranti popolazioni sassoni le sterminò in massa, i conquistadores a braccetto dei quali spesso vi erano domenicani e gesuiti che portarono il verbo cristiano tra i pagani sudamericani (o meglio, tra quel che rimase dei pagani sudamericani dopo il loro passaggio), o i leader occidentali promotori di “missioni di pace” e “esportatori di democrazia”. È la quantità a fare la differenza; è la quantità a legittimare le azioni dell’uomo, perché dietro di essa c’è il denaro, il tornaconto economico, il business. Anche quello di Verdoux è un business, ma non legittimato per via degli scarsi numeri: se fosse divenuto un armatore, liberando la propria coscienza con la convinzione di non essere l’utilizzatore finale di quei prodotti, non sarebbe finito sul banco degli imputati; magari avrebbe goduto di privilegi ed incentivi, e sarebbe stato elogiato per lo stimolo reso alla produttività.

Questione di quantità, dunque. Le amare parole di Verdoux, che puntellano l’intero film, ci restituiscono la vera dimensione del personaggio, che è una dimensione di emarginazione ed alienazione: Verdoux è un uomo solo, un numero tra altri numeri, costretto a tenere per sé il suo tremendo segreto, deviato da una vita fatta di cifre e banconote che lo ha reso un Barbablù quasi inconsapevole, ottenebrato dai valori dell’homo economicus e dimentico del secondo imperativo categorico kantiano.

In questo desolato universo morale, nessuna mano salvifica si potrà protendere verso di lui: l’affascinante giovane che lo chiama a sé dalla ricca automobile di lusso, in una scena che sembra ricalcare il finale di “City Lights”, può solo assistere attonita al denudarsi morale del protagonista, molto più compromessa ora che nel passato in cui viveva di illegalità.

“Monsieur Verdoux” è un film in cui si sorride amaramente, non ha la forza brillante dei film precedenti e non vuole averla. Ma il gioco recitativo di Chaplin è di altissimo livello, quanto l’amarezza che rende la pellicola cupa e ombrosa. L’Occidente del ’47, da poco uscito dalla Seconda Guerra Mondiale e desideroso di illudersi che l’incubo fosse finito, e che il Bene e i suoi Alleati avessero trionfato, accolse con imbarazzo la dura deplorazione di un grande artista che non amava fingere un ottimismo di cui non vedeva ragione. A distanza di sessant’anni, rimane uno dei film meno noti di Charles Chaplin: segno di una rimozione colpevole che perdura ancora oggi. Ma l’eleganza, lo stile, la drammaticità con cui il grande attore ci consegna la sua riflessione su ciò che siamo diventati è da riscoprire, apprezzare, e non solo. È qualcosa di cui nutrirsi.

 

La mia valutazione: 9/10

 

 

“Monsieur Verdoux”, di Charles Chaplin.

Con Isobel Elsom, Charles Chaplin, Mary Nashville, Martha Raye, Mady Correll, Allison Roddan.

B/n durata 122 min. – USA 1947

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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