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“Mon meilleur ami”, Patrice Leconte (2006)

Quando si parla di amicizia, il rischio di cadere nella banalità è consistente. Forse perché è un sentimento in qualche modo più sfumato dell’amore, o forse perché viviamo in un mondo di valori in cui c’è posto solo per ciò che è stato codificato e asservito allo stile di vita, fortemente regolamentato, che conduciamo quotidianamente. Di fatto anche parole meravigliose come quelle che la volpe rivolge al piccolo principe di Saint Exupery, divengono qualcosa di troppo pop, abusato e banale; ci si difende da esse desemantizzandole, privandole della loro sostanza. L’amicizia e le parole con cui i poeti tentano di racchiuderla in un’opera artistica circoscritta imbarazzano e lasciano il lettore a disagio, per l’intimità con cui essi costringono chi legge a guardare dentro di sé. Scambiata per amore, o per interesse utilitaristico, l’amicizia diventa un sentimento di cui è difficile parlare in modo non stucchevole.

Ed è qui che Patrice Leconte, prolifico regista francese conosciuto in Italia soprattutto per “Il marito della parrucchiera”, riesce nell’intento di trattare con semplicità e profondità tale materia scottante. Lo fa con uno dei suoi autori prediletti, Daniel Auteuil, protagonista di altre sue opere, come “La ragazza sul ponte” o “L’amore che non muore”, nonché indimenticabile Stéphane nel capolavoro di Claude Sautet “Un cuore in inverno”. E Stéphane, l’enigmatico e freddo liutaio di Sautet, un po’ riemerge nel personaggio di François, l’antiquario protagonista di “Il mio migliore amico”. Riemerge nell’incapacità di François di provare un sentimento sincero nei confronti del prossimo, nella sua raffinata e distaccata eleganza. Le corde che meglio si confanno a Leconte però sono quelle della commedia, ed è con il sorriso che ci inoltriamo nella vicenda del mercante di oggetti antichi che sa intessere con gli altri solo rapporti di utilitarismo. Degli altri gli interessa nella misura in cui possono favorire i suoi scopi, e questo non per crudeltà, ma per quotidiana aridità dell’animo, perché François davvero è convinto che tutto possa essere acquistato, che tutto debba essere pagato. Un funerale deserto tuttavia lo scuote, tanto da spingerlo ad acquistare, ben oltre il prezzo di mercato, un antico vaso greco raffigurante il mito di Achille e Patroclo. Qualcosa in François si è smosso, nonostante egli sia ancora lontano dal prenderne coscienza. Ed è qui che incontra l’estroverso Bruno, un tassista ciarliero e curioso. Bruno, collezionista di notizie e di storie, potrà forse colmare quel bisogno sommerso di François, collezionista di oggetti belli quanto freddi nel loro essere considerati lontani reperti di un tempo che fu. Ma salvaguardare un’amicizia è forse altrettanto difficile che trovarla, soprattutto in un presente in cui l’egoismo personale soffoca i sentimenti e i bisogni più personali e sinceri dell’uomo.

I numi tutelari di questo film sono il mito di Achille e Patroclo e “Il piccolo principe” di cui si parlava innanzi. “Il mio migliore amico” si muove tra queste due storie, perché, come ci ricorda Umberto Galimberti, l’amicizia si nutre del bisogno affabulatorio dell’essere umano. E ciò rende il film quasi un apologo fiabesco su un tema su cui oramai nessuno più scommetterebbe, perché troppo intimo e indecente, molto più dei nudi e della violenza a cui il piccolo e il grande schermo ci hanno abituati. È pertanto vero che la pellicola ha una sua prevedibilità, che non si discosta dal solito mondo borghese e benestante di cui sono pregni quasi tutti i film d’Oltralpe, e che la regia di Leconte risulta abbastanza impercettibile e non passerà alla storia del cinema per i suoi scopi artistici. Ma è anche vero che è difficile dimenticare la disinvoltura con cui François si muove in situazioni anche delicate per ottenere ciò che ritiene gli sia dovuto, le domande su come e dove cercare un’amicizia quando tutti attorno a lui sembrano felicemente attorniati da amici, e soprattutto la durissima sequenza del convegno sull’amicizia, in cui tutti gli astanti sono rigorosamente soli e lontani dagli altri, e un povero uomo in cerca di un amico spaventa il raffinato ed esteta François. Auteuil, come sempre ben in parte, soprattutto in ruoli come questo, a lui molto congeniali, si vede contendere la scena da Dany Boon, per noi attore emergente ma in Francia star affermata, che attira gli altri perché felice, sorridente, interessato. La via per trovare un amico passa forse dall’aver a cuore le persone, rischiando che ciò ci renda deboli, come Bruno in cerca di un paradiso lontano che gli faccia dimenticare il genere umano.

Il segreto dell’amicizia, questa misteriosa alchimia che non si può creare ma solo vivere, infine non ce lo rivela nemmeno Leconte. Siamo però con François e Bruno ad interrogarci sulla nostra solitudine, sulle nostre amicizie, a rimirare questo legame che nasce e si fortifica anche a dispetto di loro stessi, a pensarci anche dopo la visione. E scusate se è poco.

 

La mia valutazione: 7/10

 

“Mon meilleur ami” di Patrice Leconte.

Con Daniel Auteuil, Dany Boon, Julie Gayet, Julie Durand, Jacques Mathou.

Commedia, durata 95 min.

Francia 2006

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Published in Cinema

2 Comments

  1. Un film adatto, che per altro ho visto di recente e concordo pienamente con la tua chiusura.
    Dicevo adatto per il mio passaggio per augurarti un Buon 2017, di gentilezza e sorrisi.
    Ti auguro la forza e la serenità e anche buoni amici.
    Come cito spesso: “Anche se una persona ha molto talento, senza l’amicizia non sarà mai in grado di mostrarlo” (Hagakure I,56)
    Auguri!

    • Come sempre rispondo con vergognoso ritardo.
      Non ho mai letto “Hagakure”, e forse è arrivato il momento di farlo…
      Grazie del tuo passaggio e dei tuoi auguri. Spero sia un buon anno anche per te!

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