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“Mirna – Un diario cinematografico”, Corso Salani

Quando si parla di artisti non più fra noi, il rischio di cadere nella retorica è alto. Sono però certa di non correre questo rischio parlando di Corso Salani, data la fame di autore introspettivo e indipendente che insegue il regista fiorentino, non precisamente uno fra i più mainstream ma sicuramente ben conosciuto agli appassionati di cinema. Ne sono certa anche perché non mi accingo a parlare di un film, ma di un libro che ruota attorno ad un film; un libro particolare, un oggetto misterioso e inclassificabile, che mi ha fatto sorridere e piangere, e pormi tanti interrogativi, rimasti insoluti dopo aver voltato l’ultima pagina.

Era il maggio 2009. Corso – mi si perdonerà la familiarità con cui lo chiamo, ma dopo aver letto questo libro non so più chi sia il regista, chi l’uomo, chi lo scrittore, diventatomi troppo intimo per chiamarlo con il cognome – Corso, dicevo, parte alla volta di Buenos Aires con l’intenzione di girare un film. L’Argentina è lontana, ma per lui, viaggiatore instancabile, è quasi un ritorno a casa, nella terra dove già, quindici anni prima, aveva vissuto per un breve periodo. Il film da realizzare non è un film qualsiasi; è un film su Mirna, il suo amore mai dimenticato, la ragazza di cui, in quel primo viaggio argentino, si era innamorato follemente, abbandonandola poi in cerca di libertà, e continuando poi a vivere con il rimorso di un amore intenso, mai sopito perché mai vissuto sino in fondo, che diviene il soggetto del film “Mirna”. Cercare i luoghi che evochino quella relazione, cercare un’attrice che interpreti Mirna, cercare di rivivere la quotidianità e la sensibilità di Mirna, divengono quasi dei tentativi di cercare Mirna stessa, quasi Corso stia in realtà tentando di incontrare lei, piuttosto che dei radicati ricordi del passato. Ed è vivendo gli intensi mesi della lavorazione di quello che, purtroppo, diverrà il suo ultimo film (Corso Salani morirà nel 2010 in seguito ad un malore), che prende forma il misterioso oggetto di cui intendevo raccontare, quello che la ArtDigiland ha definito un “diario cinematografico”, ma sulla cui natura ho più di un ragionevole dubbio.

“Mirna – Un diario cinematografico”, sfugge a precise definizioni, come del resto il suo autore, e mostra il talento e la sensibilità (qualora se ne cercassero ulteriori prove) della penna di Corso Salani. Una penna che in questo caso realizza un libro inafferrabile, che ha la freschezza e l’emotività del diario, e la compattezza e visionarità del romanzo. Vita e arte si fanno una cosa sola: le riprese del film incedono assieme all’irruenza del sentimento della voce narrante, diviene impossibile definire dove termini l’uomo e dove inizi il regista, dove si apparti la donna e dove nasca il personaggio. In questo lungo monologo avvolgente e impetuoso, quasi un incontenibile flusso di coscienza tuttavia sapientemente guidato, l’autore si svela nella sua più fragile e nuda intimità; il suo viaggio si rivela un groviglio misterioso di suggestioni, ricerche e desideri. Ma in questo groviglio, in questo mescolarsi di sentimenti contraddittori e avidi, si avverte la mano ferma di chi si sa osservare dall’esterno, di chi sa, nonostante tutto, chi è e dove vorrebbe arrivare. È forse questa la contraddizione più stimolante e affascinante di questo magnifico libro, al termine del quale si ha la percezione di aver conosciuto intimamente un amico con cui si vorrebbe continuare a discorrere.

Il film stesso per cui Corso si reca in Argentina appare un film diverso dagli altri del percorso, pur molto personale e in fondo sperimentale, del regista. La critica cinematografica Grazia Paganelli, nella postfazione del libro, esordisce scrivendo “Quando ho visto il film Mirna per la prima volta ho avuto l’idea che fosse più importante e più profondamente intimo di tutti i precedenti film di Corso Salani”. “Mirna” è infatti la storia di una giovane che cerca sé stessa, che ha deciso di cambiare la propria vita lasciando Buenos Aires, città troppo grande per lei, e di ritrovare il luogo dove sa di voler davvero vivere. Un viaggio esistenziale a dispetto della vita, perché per farlo dovrà dire addio all’amore vero, conosciuto ormai nel momento sbagliato, per uno di quegli scherzi beffardi della sorte che tanto spesso contraddistinguono l’esistenza umana. E forse quello di Corso è un viaggio speculare al viaggio di Mirna, è il viaggio che Corso vorrebbe realizzare: l’Argentina è il luogo in cui Corso vorrebbe vivere e che sente come casa, ma altrove ci sono le responsabilità, i problemi, “le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni”, per dirla con il poeta, di cui Corso mai parla nel suo diario, ma la cui presenza si avverte ingombrante ed incombente, azione frenante che opera nella vita della voce narrante, il quale alla fine non potrà, come Mirna, abbandonare tutto in nome della propria libertà esistenziale, ma salirà per la seconda volta su quell’aereo diretto a Roma Fiumicino.

La vita di Corso è la vita del film; leggiamo il diario e viviamo assieme a lui le fasi della realizzazione di questo film, dall’ansia iniziale di non avere una protagonista, di dover provinare delle attrici, di temere che nessuna sarà mai adatta per diventare la Mirna, all’innamoramento artistico-adolescenziale per Magalì, la musa prescelta, al concerto domestico di due timidissime artiste agli esordi, Lola Linares e Agostina Yacosa, da cui deriverà parte della colonna sonora di “Mirna” (video in basso), al girato delle scene essenziali di un film che prende forma con il tempo e con l’affiatamento tra attrice e regista; il ricordo della vera Mirna è la luce che guida il regista, al quale non interessa la riproduzione calligrafica delle sembianze e del vissuto dell’antico amore, bensì l’essenza, la bellezza e la nostalgia di cui è carico quel passato che è troppo importante e denso per non essere riversato su una pellicola, in uno scambio di riflessi e sovrapposizioni da cui non può che nascere l’Arte.

 

Allora sei arrivata anche tu a questa confusione, anche tu non sai più chi sei, qui sulle Ande è venuta la Mirna che ti ho detto di essere, Magalì è rimasta in città, qualcuno, qualche giorno fa, l’ha vista entrare a Asociación de Actores ma poi da lì non è più uscita, e adesso provi a dire queste parole e ognuna in più che leggi ti trascina verso il fondo, la disperazione è già stata superata, adesso c’è il terrore, il rimpianto, ciò che sarà è soltanto uno spavento davanti agli occhi, hai deciso di andartene da Buenos Aires ma lasci il cuore dietro di te, non eri pronta neanche tu a soffrire in questo modo. Sei sorpresa e spiazzata, non sai più cosa ne è di te, ti sei persa, questa stanza adesso è tutto il mondo e non hai vie d’uscita.

 

Perché forse è questo il collante che fa da guida alla struggente testimonianza di Corso, alla sua vita di essere umano e regista; il sentimento, la determinazione nel vivere emozioni intense, che non cedano al piattume e alla banalità di un oggi conformato e vacuo, ma che ricerchino il vero senso dell’esistenza individuale, del proprio lavoro, del proprio testardo desiderio a dispetto di regole e consuetudini imposte dal Tempo.

 

Lo so, Magalì, non ti devi giustificare, di solito ci vanno di mezzo fidanzati, mariti o amanti, ci va di mezzo la quiete che uno si è conquistato tanto faticosamente, ma se non sentissi anche tu queste emozioni, saresti davvero contenta di essere un’attrice? Saresti davvero convinta di fare fino in fondo il lavoro che bene o male ti sei scelta? Che cosa te ne importa se non capisci più quale è la vita reale e quella che reciti? Hai proprio bisogno di saperlo? C’è qualcuno a cui devi rendere conto, a parte te stessa? Guarda me, fra mille difficoltà – “Te li dobbiamo ricordare noi i medicinali, le sedute, i disastri più o meno annunciati?” gli si rivolgono esasperati i familiari più stretti – fra mille dubbi e rinunce, bene o male sono ancora qui che cerco di vivere soltanto in questo modo, e oramai la metà della vita e più l’ho passata.

 

Perché c’è sempre questo obbligo che sento, come il dovere di un soldato, ma non si sa chi mi abbia dato l’ordine di fare film, e al fondo rimane sempre la domanda sul perché preferisca vivere quella vita finta che non è neanche mia ma dei personaggi che penso, piuttosto che fare come te [Mirna], che di film non vuoi sentir parlare e le responsabilità te le assumi in prima persona.

 

Come Mirna sacrifica tutto in nome di un luogo in cui sente di dover vivere, così Corso, il Corso che si racconta in questo diario cinematografico, sacrifica sicurezza e serenità in nome di un’intensità di vita, di un’arte, a cui non sa rinunciare perché per lui imprescindibili. E se più volte Corso paragona sé stesso a Monica, la voce che ama Mirna e che deve imparare a fare a meno di lei, al lettore sembra più che Corso si rispecchi in Mirna, nelle sue rinunce, nella sua ricerca esistenziale, nell’aver trovato il fulcro della propria esistenza. Corso è Mirna, la ricerca di Mirna diviene ricerca di sé, viaggio esistenziale in cui le immagini delle Ande e di Buenos Aires, di un chiosco come di una camera d’albergo un po’ squallida, si tingono della luce e della suggestione dell’arte, dell’ispirazione, del bisogno di raccontare.
Poi arriva l’ultimo giorno, e tutto termina: la lavorazione delle riprese del film, il rapporto quasi simbiotico ed esclusivo con Magalì, in cui per tutto il diario sembra non essersi inserita nessuna troupe tecnica, come fossero davvero solo lui e lei sul set, e quel doppio tatuaggio con cui entrambi suggellano la malinconia di un sentimento latente, invisibile ma palpabile. C’è un po’ dell’Holden salingeriano in queste ultime pagine di diario, della nostalgia che assale quando si lasciano persone e cose, e c’è dell’Holden anche nella tristezza che coglie il lettore terminando il volume, perché si vorrebbe telefonare a Corso, ma non si può. Si può solo riprendere quella fortunata registrazione di “Mirna” trasmessa da Fuori Orario, riprodurla ed immergersi nello sguardo malinconico di un regista e di un uomo che sapeva di non essere perfetto, sapeva di non essere facile, ma sapeva dare quanto di più profondo e personale alle proprie opere, ai propri spettatori.

 

[…] non piangere anche tu, così non va bene, Magalì, ti prego, almeno tu devi essere tranquilla, tu rimani qui, e poi abbiamo sempre i tatuaggi, quando ti viene la nostalgia ti guardi sotto il braccio e lì ci sono io. Adesso vai, davvero, ci salutiamo così. Non ci perderemo mai. Un ultimo favore: se un giorno incontrerai una donna che si chiama Mirna Alonso, per favore dille che mi hai conosciuto e che la amo come amo te.

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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