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“Manoscritto trovato a Saragozza”, Jan Potocki

Un intero articolo sarebbe necessario solo per parlare della vita di Jan Potocki, il conte polacco autore dello splendido e problematico “Manoscritto trovato a Saragozza”. Viaggiatore infaticabile, appassionato di lingue, studioso di etnia slava, pubblicista, scrittore di viaggi, appassionato di scienza, coinvolto in intrighi politici e società segrete, pare si sia tolto la vita tirandosi un colpo di pistola caricata con un proiettile d’argento da lui pazientemente limato e poi fatto benedire dal cappellano del castello. Soffriva di melanconia, forse depressione, nonostante una vita fuori dall’ordinario, dedita a mille interessi, mille sogni e ambizioni. Nacque nel 1761 e morì nel 1815, l’anno del Congresso di Vienna che doveva restaurare e sistemare l’Europa dopo il tornado chiamato Napoleone. Una più completa narrazione della vita di questo straordinario personaggio vissuto nella decadente cultura illuminista è possibile trovarla qui, a cura di Pietro Citati (non priva di qualche refuso, va detto).

Sarebbe poi necessario un altro articolo per raccontare le perigliose vicende del testo in questione, di cui due copie diverse si trovano attualmente sulla mia scrivania, accanto a me mentre scrivo, senza che nessuna di queste sia quella definitiva dell’autore. La storia filologica del “Manoscritto trovato a Saragozza” è complessa. L’autore  aveva composto (almeno) due versioni dello stesso romanzo (una nel 1804 e una nel 1810); mentre Potocki era ancora in vita, l’editore parigino Gide smembrò la versione del 1804 in due diversi testi, pubblicando prima il ciclo della storia di Avadoro, e poi le prime dieci giornate dell’avventura di Alfonso van Worden. Nel 1847, poi, quando Potocki era ormai morto da diversi anni, un giovane traduttore polacco, Edmund Chojecki, si prese la briga di tradurre il testo originale francese nella propria lingua madre, ma l’esito di tale lavoro, pur consegnando un testo con il finale, è discutibile in quanto non si sa da quali fonti abbia attinto nella sua traduzione, e si sa invece che ha mescolato i due libri e che probabilmente, laddove gli risultavano delle lacune, abbia scritto delle aggiunte di propria mano. Tale traduzione è diventata poi guida dei critici (prima che ne scoprissero le gravi mancanze a livello filologico) quando, dopo oltre un secolo in cui Potocki e il suo “Manoscritto” erano stati dimenticati dal mondo dell’editoria e della letteratura, l’intellettuale Roger Caillois scoprì una versione originale ma incompleta del “Manoscritto” (in italia pubblicato da Adelphi) e le restituì una celebrità che mise in moto gli studiosi alla ricerca della versione completa dell’opera, facendo poi pervenire René Radrizzani alla traduzione di Chojecki e ad una edizione “integrale” su di essa basata (in Italia pubblicata da Guanda). Solo qualche anno dopo la critica si rese conto dell’inaffidabilità della traduzione di Chojecki, e pertanto di tale edizione, e tale sopravvenuta consapevolezza fu dovuta alla scoperta di un fondo documentario autografo potockjano, nel 2002 a Poznan, grazie a cui i critici potockjani si resero conto delle due diverse versioni del romanzo a cui si accennava inizialmente (quella del 1804, peraltro incompleta, e quella del 1810, completa ma radicalmente differente dalla precedente). L’atto definitivo (per ora) di questa intricata vicenda critica sembra essere la pubblicazione, nel 2008 in Francia, di un’edizione doppia del “Manoscritto”, completa di entrambe le versioni del testo; per quel che riguarda l’Italia, invece, non mi risulta siano state pubblicate altre edizioni critiche differenti da quella di Caillois e da quella di Radrizzani.

Le due versioni che si trovano in questo accanto a me dunque sono quella di Roger Callois edita da Adelphi, la quale include le prime quattordici giornate del viaggio di Alfonso e alcune novelle frammentarie, e quella di René Radrizzani, la quale include sessantasei giornate di Alfonso sino all’epilogo della vicenda. Sono indubbiamente due testi estremamente diversi tra loro, pur raccontando la stessa storia. Che inizia già come una storia nella storia: quella di un ufficiale dell’esercito francese che, durante l’assedio alla città spagnola di Saragozza, trova un manoscritto che subito gli pare interessante, narrando di fantasmi, briganti e cabalisti, e si ritrova a tradurlo in francese su richiesta del nemico. Il resto del libro consiste appunto nel manoscritto. In esso si raccontano le avventure, suddivise per giornate, del giovane Alfonso van Worden, capitano delle Guardie, il quale decide di attraversare la Sierra Morena sprezzante dei pericoli di cui essa pare essere infestata. Trovatosi all’improvviso solo e senza i suoi servi, misteriosamente scomparsi, Alfonso trascorre la notte in una locanda chiamata “Venta Quemada”. La locanda, deserta e spettrale, al tocco della mezzanotte improvvisamente si popola di due bellissime donne vestite alla moresca, che chiamano a sé Alfonso per raccontar loro la propria storia e per sedurlo, trascorrendo così una notte di passione a tre, dopo la quale però Alfonso si risveglia nel bel mezzo della Sierra Morena, sotto la forca di Los Hermanos, in mezzo ai due cadaveri impiccati dei fratelli Zoto, famigerati briganti di origine italiana. Da qui iniziano le avventure di Alfonso il quale più volte si risveglierà, come altri personaggi del “Manoscritto”, sotto la forca di Los Hermanos, più volte si addormenterà chiedendosi dove si troverà al risveglio, e più volte dubiterà di ciò che vede e di ciò che gli sta accadendo.

L’inizio della vicenda è comune ad entrambe le versioni, eppure si ha comunque la sensazione di aver letto due romanzi diversi. Il primo, nell’edizione di Caillois, più misterioso e tendente al gotico, al romanticismo “nero” che esalta il fantastico, l’incubo e il delirio, richiamando in qualche modo E.T.A. Hoffman e i suoi “Notturni”. Il secondo, invece, è più razionalizzante, e forse anche meno affascinante dal punto di vista strettamente letterario (ma qui entrano in gioco vari fattori come i manoscritti di origine, le differenti traduzioni, il gusto personale del lettore).

È comunque evidente, e la lunga prefazione critica lo dimostra, che Caillois ha inteso presentare l’opera come un romanzo del filone fantastico romantico; ciò si evince dalla selezione stessa delle giornate pubblicate, ovvero le prime, quelle più misteriose in cui Alfonso, come il lettore, brancola nel buio delle vicende in cui è coinvolto, fatica a darne una spiegazione razionale, e a volte, nonostante il grande coraggio che professa come valore prioritario tra quelli degni del suo rango, è tentato di cedere alla paura e all’incapacità di reagire. Proseguendo nella lettura, invece, oltre la quattordicesima giornata, Alfonso, ormai abituato alle meraviglie della propria avventura, le affronta con spirito più consapevole e inizia quasi ad intravvederne un senso. C’è da dire che però è l’architettura stessa del romanzo a modificarsi. Per capire meglio, dobbiamo prima esplicitare ciò che già si sarà compreso, che cioè la cornice del manoscritto ritrovato include al suo interno la vicenda del giovane van Worden, la quale però a sua volta include una moltitudine, sempre più affastellata e vorticosa, di novelle, le quali spesso includono altre novelle, tanto che nel caso dell’edizione di Radrizzani la critica si riferisce alle sessantasei giornate come a sei decameroni. Ebbene, più si avanza con la lettura e si procede nelle giornate, più il fuoco si sposta da Alfonso alle novelle stesse. Non perché Alfonso non sia più protagonista, ma perché l’azione rallenta, prende una direzione precisa, e la formazione di Alfonso non è più solo nel vivere e superare avventure e prove di coraggio, ma anche nell’ascoltare novelle che sembrano a lui rivolte, per lui raccontate. Il mistero lascia il posto al razionale, e la materia varia e multiforme del “Manoscritto” sembra trovare ordine e spiegazione nel sapere di stampo illuminista… o almeno questo sembra l’intenzione dell’autore, mentre lo scibile racchiuso in queste quasi 800 pagine gli sfugge tra le mani.

Leggendo “Manoscritto trovato a Saragozza” si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un’opera che riecheggia tanta tradizione letteraria. La tradizione novellistica europa è ben viva e presente a Potockj, il quale si compiace di rendere maggiormente complesso il gioco della storia nella storia. Si tratta di una tradizione che affonda le sue radici nella letteratura classica, e questa Sierra Morena luogo di incantesimi e figure femminili pare quasi una moderna Tessaglia in cui il protagonista, spavaldo e a volte anche un po’ ingenuo, rischia di farsi gabbare ad ogni passo da streghe e sortilegi. L’ironia non manca nella narrazione, come non mancano il gusto del racconto e nemmeno, a volte, una serietà che lascia intravedere l’amarezza di un autore che sta vivendo a ridosso di un’epoca ormai conclusa. Una nitida rappresentazione di ciò la si ha nel personaggio di Velasquez, il geometra che ha la matematica nel sangue e che riesce ad arrivare con i calcoli alla definizione di una traiettoria ma anche dell’intensità di un sentimento amoroso. Si sorride subito di Velasquez, per il modo rocambolesco e buffo con cui appare e si lascia conoscere, ma c’è molta afflizione nella sua storia, nella consapevolezza di vivere in tempi in cui è più utile saper ballare la sarabanda che possedere una cultura. Del resto gli stessi personaggi che affiancano Alfonso nel suo viaggio rivelano spesso un lato ambiguo che spinge lettore e protagonista a diffidare di loro, in un continuo gioco di specchi e di illusioni che rende complessa e sfaccettata la visione del mondo trasmessa dal romanzo. L’Ebreo Errante, il Cabalista e sua sorella Rebecca, le due sorelle seduttrici Emina e Zibeddé, lo zingaro Avadoro, Zoto e i suoi fratelli, l’indemoniato Pacheco e l’eremita… sono solo alcuni della folla di personaggi che sgomitano per dare voce alla propria storia, a volte raccontandola in più puntate e alternandola a quella di un compagno di viaggio, quasi una sorta di montaggio alternato che tenga le fila di molteplici vicende contemporaneamente.

“Manoscritto trovato a Saragozza” è un romanzo che deve il suo fascino alla sua storia editoriale travagliata, probabilmente ancora non conclusa, e alla ricchezza e complessità dell’elaborazione narrativa. Più di tutto però c’è la fascinazione del racconto, della vita narrata, del viaggio e della crescita. Romanzo di formazione, di avventura, gotico, fantastico, filosofico, erotico, di brigantaggio… la materia densa e ricca di Potocki gli permette di creare un impasto che non lascia scampo al lettore, inesorabilmente sedotto dall’autore polacco come Alfonso dalle sue belle cugine musulmane.

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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