Libri

“L’ultima lezione”, Ermanno Rea (1992)

Sarò sempre grata a quella docente che in un corso monografico ci propose la lettura e lo studio di “L’ultima lezione”, di Ermanno Rea, all’interno di un filone letterario dedicato alla scomparsa. Questo libro era affratellato all’esemplare per eccellenza di libro sull’argomento, “La scomparsa di Maiorana” di Leonardo Sciascia. Per una buffa e triste coincidenza, sono i libri stessi a scomparire. Ricordo che all’epoca era il libro di Sciascia ad essere quasi scomparso dalle librerie (non fu facile reperirlo… però tempo un paio d’anni e venne ristampato, anche in collezione economica). Oggi invece è il libro di Rea ad essere introvabile, se non su qualche piattaforma di libri usati a prezzi considerevoli data la sua rarità. Leggo sul catalogo Einaudi che il libro è stato stampato nel 2008 per l’ultima volta… Sarebbe forse il caso di considerarne una nuova ristampa. Il valore letterario e morale dell’opera è molto elevato. Rea si addentra in profondità tra le conoscenze, le attività, le abitudini, le letture di Caffè, e con una prosa puntuale e ricca, attenta alle suggestioni interne alle vite e alle emozioni più che alla scansione cronologica dei meri fatti, immerge il lettore nel saggio, lo fa innamorare di Caffè come certamente Rea stesso lo ha amato.

Leggere le ricostruzioni e riflessioni di Rea sulla scomparsa di Federico Caffè è come immergersi in una Italia tanto diversa dalla nostra, in cui però già si intravvedevano molti germi dei malesseri contemporanei. Caffè, docente di Politica Economica all’Università di Roma, insigne economista, intellettuale corteggiato da giornalisti e importanti enti finanziari, è stato innanzitutto, per come emerge dal libro di Rea, un educatore attentissimo ai propri allievi, esigente con loro quanto lo era con sé stesso. Un uomo di altri tempi, di altri valori, che forse ha scelto di non sopravvivere alla loro scomparsa. E l’Italia tratteggiata da Rea è un’Italia in cui esiste ancora un dibattito, esistono forze politiche, tensioni sociali, esiste una sinistra, esiste un partito comunista attivo e votato, esiste una classe lavoratrice che fa sentire la propria voce, che sciopera, che manifesta, che partecipa. Un’Italia lontanissima dalla nostra, ma già, ancora, in crisi.

Pescarese di nascita, amante delle discipline economiche quanto di quelle umanistiche e musicali (forse aveva colto che l’ossimoro è solo nella limitatezza culturale moderna), conoscitore profondo del pensiero di Keynes, aveva iniziato la propria carriera come consulente del governo Parri, per poi lavorare presso la Banca d’Italia e attestarsi infine nella carriera accademica universitaria che lo portò, dal 1959, all’Università di Roma. Il suo “laboratorio” fu fucina di ingegni importanti che divennero poi figure di prim’ordine della storia italiana (anche se spesso percorrendo strade valoriali opposte al maestro): Mario Draghi, Ignazio Visco, Ezio Tarantelli, Nicola Acocella, Alberto Bagnai, Nino Galloni, per citarne alcuni. Tale feconda attività durò fino al giugno del 1984, allor quando Caffè salì in cattedra per l’ultima lezione, prima di entrare nel novero dei professori fuori ruolo; quelli che pian piano vengono messi ai margini del sistema universitario, che non hanno più potere e possibilità di seguire e proteggere i propri allievi; che lentamente perderanno allievi e posizione all’interno della facoltà, fino a liberarla della propria presenza. È forse in questi termini che Caffè, per come racconta Rea, avvertiva la fine del proprio incarico accademico; è forse in questo evento che, in nuce, nasce l’idea della scomparsa che si realizzerà all’alba del 15 aprile 1987. Forse – è questa l’ipotesi dell’autore – la scomparsa di Caffé allude metaforicamente alla consapevolezza dell’intellettuale della propria inutilità, sia come uomo anziano, considerato improduttivo in una società che ha perso il concetto di welfare, sia come economista, in una deriva economica dominata dal liberismo spinto in cui Keynes rimane come un’utopia ormai obsoleta. Sono tutte suggestioni, come sono suggestioni le ipotesi che hanno mosso attivamente le ricerche dei suoi allievi per lungo tempo: c’è chi lo ritiene fuggito in ritiro spirituale, magari proprio a Serra San Bruno, nello stesso monastero presso cui Sciascia cercò tracce di Majorana; chi giura di averlo riconosciuto in un senzatetto, ultimo fra gli ultimi a cui il proprio lavoro era costantemente rivolto; chi ne ha compreso solo a posteriori tutta la profonda tristezza e ritiene verosimile un addio discreto alla vita. Scenari tutti aperti che, a distanza di 32 anni, non hanno portato ad alcuna certezza. Il 30 ottobre 1998 il Tribunale di Roma ha dichiarato la morte presunta di Caffè, mentre tre anni fa il suo allievo Bruno Amoroso, da tempo docente di spicco in Danimarca, ha consegnato alle stampe la propria biografia “Memorie di un intruso”, in cui, con parole sibilline, lascia intendere di aver frequentato Caffè dopo la sua – volontaria – scomparsa*. Ma Amoroso ormai non è più tra i viventi, è deceduto nel gennaio 2017, pochi mesi dopo la pubblicazione delle sue memorie, portando con sé eventuali dettagli risolutori che avrebbero potuto chiarire la vera sorte di Federico Caffè. Le parole di Rea ne “L’ultima lezione” suggeriscono più una volontà di rinuncia fisica alla vita, e anche il lettore, suggestionato da certe parole e certi passaggi, avverte l’angoscia di star leggendo una vicenda che conduce ad un suicidio. Ma di certo c’è un dato: che sia stato un esilio o un suicidio, Caffè ha scelto di scomparire, di farlo con discrezione, senza clamore (al contrario del suicidio di Primo Levi, di pochi giorni antecedente la scomparsa di Caffè), ma anche lasciando insoluto il mistero della sua scomparsa, quasi a caricarlo di valore simbolico, metaforico. E, proprio come avvenne con Majorana, diversi anni dopo siamo ancora qui a parlarne non avendo alcuna certezza di quanto avvenuto.

Ho preferito anticipare quanto si sa concretamente della scomparsa del professore per poi poter dedicare il resto di questo articolo all’altro aspetto che reputo altrettanto affascinante di questo libro, ovvero la ricostruzione dell’Italia e della società in cui maturò la decisione di Caffè. Sembra un’altra Italia, che non conosciamo quasi, perché non viene studiata molto, perché non se ne parla granché, e quando se ne parla lo si fa con i toni manichei e semplicistici tipici del dualismo acritico attuale, quello in cui o si è di destra o si è di sinistra a prescindere se tali fazioni ragionino ancora in valori considerati di destra o sinistra, o Craxi è un ladro o era uno statista con gli attributi, o siamo con Greta o siamo dei ributtanti distruttori del pianeta, o siamo europeisti o siamo sovranisti. Invece no, la realtà storica è sempre molto più complessa, e il libro di Rea ci suggerisce di quanto sia difficile interpretare e leggere un oggi agganciato ad un passato appena trascorso, un passato così avvinghiato a questo presente che vorremmo stolido e banale, etichettabile e taggabile come un post su Instagram. Federico Caffè è stato profondamente immerso nell’Italia dal secondo dopoguerra a Craxi, sia come docente che come intellettuale. Ricostruire la sua vicenda vuol dire ricostruire l’infanzia della nostra giovanissima Repubblica, e, a livello ancor più ampio, riconoscere la parabola discendente di un’idea di Stato sociale che oggi sembra arcaica e sepolta. Perché a mio avviso l’essenza del pensiero di Caffè, per come emerge dal testo di Rea, può essere sintetizzata in queste battute:

Su un’economia che ignori l’idea stessa di solidarietà, questo il succo del suo insegnamento, non si costruisce nulla, o meglio si costruiscono soltanto mostri.

Lo Stato ha il dovere di informare il pubblico sul carattere ingannevole e fraudolento del mercato borsistico, sulla illusorietà di certe promesse di facili guadagni. Non può tacere. Non può fingere che la questione non lo riguardi.

Parole che nel 2019 appaiono appartenenti ad un altro mondo, un’altra logica, considerate oggi assurde, fuori luogo, ma che già negli anni Settanta e Ottanta, come spesso sottolinea Rea, facevano di Caffè un rivoluzionario, un estremistra più a sinistra della sinistra ufficiale, segno di un disfacimento dei partiti e dei loro valori storici che parte da lontano. Amareggiato, Caffè, all’indomani di un suo discorso molto severo sulla Borsa, nota che le sue parole non hanno sollevato alcun dibattito, alcuna riflessione, alcuna volontà di confronto critico. Anche questo è un segno che anticipa i nostri tempi, fatti di dichiarazioni prestampate, ruoli che vanno rispettati, ma che essenzialmente nascondono un nulla a cui siamo pericolosamente assuefatti. Ma se oggi questa situazione sembra già assodata e quasi data per legge naturale, è da credere che Caffè abbia vissuto con estrema angoscia gli anni in cui è divenuto consapevole del tramonto sociale degli ideali in cui aveva sempre creduto: ci aveva creduto quando, dopo il trattato di Cassibile, si dichiarò renitente alla leva; quando, al termine della guerra, si avvicinò alle posizioni del Partito d’Azione e lavorò per il governo Bonomi III e per il governo Parri; ci aveva creduto durante il suo anno di studi in Inghilterra, durante il quale aveva approfondito le sue ricerche su John Maynard Keynes; e ci aveva creduto quando, al ritorno da Londra, aveva deciso di dedicarsi completamente alla ricerca scientifica e all’insegnamento accademico, proposito che mantenne per tutta la vita. Caffè dedicò quindi l’intera vita ai valori di welfare, piena occupazione e benessere sociale in cui credeva, ed è facile immaginare che già negli anni Settanta, gli stessi anni delle dure critiche di Pier Paolo Pasolini all’Italia trasformata dalla società dei consumi (per approfondire qui), Caffè si stesse rendendo conto di quanto fosse distante dal suo lavoro la realtà italiana, se persino “il manifesto”, che spesso e volentieri ospitava gli interventi del professore, diede ad un suo celebre articolo del 1982 un titolo purtroppo iconico e quanto mai indovinato: “La solitudine del riformista”.

Una solitudine, quella di Caffè, storica ed esistenziale, acuita da una serie di eventi e lutti che ne misero a dura prova la resistente tempra. Tra questi, il più sintomatico per la democrazia italiana, oltre che per quella privata del professore, è l’assassinio di Ezio Tarantelli, ad opera delle Brigate Rosse, nel parcheggio dell’ateneo “La Sapienza”. Tarantelli era stato allievo di Caffè; anche lui, come il suo maestro e come altri allievi di Caffè, aveva lavorato per la Banca d’Italia ed intrapreso la carriera accademica, che lo aveva infine portato alla cattedra di Economia Politica presso l’Università di Roma. Quel giorno aveva appena terminato una lezione all’Università quando venne raggiunto da colpi di mitraglietta di due brigatisti, che lasciarono sul luogo del delitto un documento di settanta pagine. Era il 27 marzo 1985. Ma per quale motivo Ezio Tarantelli aveva destato l’attenzione terroristica delle BR? Tarantelli aveva lavorato come consulente della CISL nel periodo in cui il governo Craxi era intenzionato ad apportare tagli sulla scala mobile, convinto che essa incidesse negativamente sull’inflazione italiana. Il provvedimento della scala mobile era stato introdotto in Italia nel 1945, per evitare la riduzione del potere d’acquisto all’aumentare dei prezzi dei prodotti di maggior consumo; in tal modo, le retribuzioni sarebbero aumentate all’aumentare dei prezzi al consumo. Tale provvedimento era già stato oggetto di discussioni e modifiche durante gli anni Settanta. Un decennio dopo però era divenuto simbolo della crisi sociale e politica italiana. Era il 1984, il periodo in cui Caffè stava dando l’addio alla sua carriera accademica. La sinistra era particolarmente spaccata: sul lato sindacale, CISL, UIL e l’ala moderata della CGIL appoggiavano il taglio, ed è qui che si inserisce il lavoro di Tarantelli, secondo cui i salari devono derivare da una contrattazione delle parti sociali e non dall’andamento dei prezzi. L’ala maggioritaria della CGIL e il Partito Comunista osteggiarono il provvedimento, che però il governo Craxi emanò per decreto legge nella notte di San Valentino del 1984. Berlinguer propose un referendum abrogativo che invece vide la vittoria dei No, e nel giro di pochi anni ad essere abrogata fu proprio la scala mobile, o quel che di essa rimaneva. Il decreto legge del governo Craxi adottò in parte le misure proposte da Tarantelli durante la sua collaborazione con la CISL. Questo fu il motivo per cui l’economista finì nelle mire dei brigatisti. E, ci ricorda Rea, queste tensioni sociali all’interno della sinistra probabilmente ebbero il loro peso determinante nella morte di Berlinguer stesso, stroncato da un ictus nel giugno dello stesso anno, mentre teneva un comizio a Padova. Sempre Rea fa presente una certa concretezza di Tarantelli, che votava PCI ma lavorò per trovare soluzioni economiche e politiche lontane dalla linea del suo partito; una concretezza che potrebbe essere scambiata per ambiguità – mi pare di leggerlo tra le righe del libro di Rea, che pure è delicatissimo nell’affrontare la questione – e che bene rende le difficoltà attraversate dall’Italia di quegli anni. Caffè non condivideva le posizioni del suo ex allievo, ma dopo l’assassinio di Tarantelli, quando Valentino Parlato, direttore de “il manifesto”, gli chiese un’intervista che inevitabilmente finì per toccare l’argomento Tarantelli, lo difese a spada tratta, e Parlato, giornalista di fine sensibilità e grande estimatore del professore, comprese che l’intervista si stava trasformando in altro.

Improvvisamente, e non senza un velo di turbamento, Parlato capì che, attraverso quella sua strenua difesa delle ragioni del suo ex assistente, il vecchio professore stava mettendo in discussione se stesso, il suo percorso di “intellettuale economista” incompreso ed isolato, bersaglio del fuoco incrociato di chiese e ideologie tra le quali si era mosso, utopista del possibile, e proprio per questo doppiamente avversato. Si stava mettendo in discussione attraverso Tarantelli, il cui destino, nelle parole di Caffè, assumeva quasi i contorni del paradigma, diventava la metafora del destino dell’economista-scienziato in genere. Beninteso: dell’economista “cane sciolto”, uso a pensare soltanto con la sua testa. Dell’economista “pericoloso e disubbidiente”. […]

Insomma: la diversità con Tarantelli era soltanto un incidente. L’identità era invece il nocciolo del problema.

L’identità era il nocciolo del problema: lo stesso quotidiano ospitò, prima del referendum sulla scala mobile, un articolo di Caffè in cui il professore invitava a votare a favore dell’abrogazione spiegando le proprie posizioni e prendendo nettamente le distanze dal proprio ex allievo, eppure è innegabile che l’assassinio di Tarantelli sia stato un duro colpo sia dal punto di vista emotivo ed affettivo, sia da quello esistenziale, accentuando la solitudine del riformista.

Difatti Rea insiste molto sul tornare delle riflessioni relative al suicidio da parte di Caffè. In particolare tra le letture del professore sembra essere stato molto frequentato il saggio di Émile Durkheim “Il suicidio”, in cui l’antropologo francese afferma la forte presenza della collettività dietro la scelta del suicidio. L’argomento coinvolge Caffè da tempo; all’ex allievo Mario Tiberi riferisce di una usanza, in vigore in una tribù africana, di sospingere delicatamente l’anziano, ormai improduttivo e rassegnato, verso il cuore del fiume profondo tramite delle pertiche. E questo saggio di Durkheim sembra essere in qualche modo complementare all’usanza appena citata. In ben due saggi nel 1986 Caffè riflette su una società che vede aumentare la propria popolazione anziana e che al tempo stesso smantella le strutture assistenziali di cui dispone.

Con tono appassionato, Caffè afferma di non riuscire a capire bene a cosa miri “il terrorismo contabile dei disavanzi catastrofici degli istituti previdenziali”. Forse l’obiettivo è quello di una qualche “soluzione finale” (alla maniera della tribù africana, per intenderci)?

Parole che inquietano, pensando al nostro oggi e alle leggi previdenziali in vigore…
Frattanto la data della scomparsa si avvicinava. Caffè, come testimoniano colleghi e amici, si nutriva sempre meno; anche durante un difficile periodo in cui assistette tenacemente il fratello Alfonso in ospedale, mangiava pochissimo, e la sua corportatura già esile tendeva a sparire del tutto. Alle dimissioni del fratello, Caffè lo costrinse ad accettare i propri risparmi, che furono trasferiti sul conto di Alfonso; un gesto che, a posteriori, assume sfumature di significato diverse. Nel mese di marzo chiese alla signora Piera Firmani, bibliotecaria dell’università, di radunare in una valigia una selezione di libri, documenti e oggetti che il professore teneva in Facoltà, e di portargliela a casa; ma farà in modo che ad aprire la porta sia Alfonso, evitando di incontrare la sua storica conoscenza. Tre giorni prima della scomparsa, Andrea Bagnulo, uno dei suoi ultimi allievi prima dell’uscita dai ruoli, si recò a trovare il professore, rimanendo colpito dallo stato di disperazione di Caffè, e soprattutto dalle parole con cui velatamente Caffè gli chiese aiuto, come probabilmente aveva chiesto anche ad altri, per liberarsi del peso che sentiva di essere per gli altri, del peso che la propria vita costituiva per sé.

È verosimile che alla fine qualcuno abbia acconsentito ad aiutarlo, o che il professore abbia trovato un modo per aiutarsi da sé. La mattina del 15 aprile, senza che il fratello, con cui viveva, se ne rendesse conto, Caffè lasciò l’appartamento dopo aver disposto sulla propria scrivania degli oggetti che hanno il profumo del simbolo: l’orologio, gli occhiali, le chiavi, il passaporto, il libretto degli assegni. Come anticipato, nulla si sa sulla sua reale sorte, ma al termine della lettura dello splendido libro di Rea, riecheggiano, tra le tante parole, quelle di Paolo Sylos Labini sulla social despair. E ancora una volta si pensa all’oggi, al presente, alle conseguenze di un vuoto morale e politico contro cui anche una personalità forte e talentuosa come Caffè ha dovuto cedere. Ma al tempo stesso ci si sente meno soli, e più predisposti a combattere e ad afferrare, per quanto inadeguati, il testimone che Federico Caffè ci ha consegnato attraverso i suoi scritti, attraverso le sue parole, attraverso la sua scomparsa.

Gli inglesi lo chiamano social-despair, la disperazione sociale, il vuoto che ti procura lo sconforto per una battaglia che il più delle volte ti capita di sentire come irrimediabilmente perduta, in cui gli onesti ti appaiono sempre più pochi, disarmati e pavidi e i disonesti più sfrontati e aggressivi. Io, per temperamento, sono portato a reagire, e reagisco continuamente. Anche Caffè reagiva. Ma lui, ecco, reagiva inasprendo le sue posizioni, spostandosi sempre più a sinistra, aggredendo con grinta un po’ donchisciottesca istituzioni come per esempio la Borsa oppure prendendo le distanze da scelte come quella dell’integrazione economica europea che, a suo giudizio, avrebbe nel tempo sempre più irrobustito i forti e sempre più indebolito i poveri.




* «Federico capì la situazione prima di noi e ha trascorso gli anni che ci separano da lui tornando alla sua amata musica classica e al silenzio. Una volta lo interruppi in questo ascolto con una canzone di Lucio Dalla, Come è profondo il mare. Ascoltò in silenzio, accennò un grazie con la mano, e riprese l’ascolto di una sinfonia di Mahler» (da Bruno Amoroso, “Memorie di un intruso”, 2016)

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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