Libri

Lo strappo nel cielo di carta di Mattia Pascal

La tragedia di Oreste in un teatro di burattini. Frase nevralgica del romanzo che più di ogni altro, addirittura più delle figure d’inetto sveviane, mette in scena la transizione dell’uomo moderno da un mondo certo e positivamente conosciuto ad un mondo sfuggente, difficile da comprendere, nelle cui invisibili maglie Mattia Pascal (e per antonomasia noi) si dibatte dando la ridicola impressione di essere oppresso dal nulla. L’impressione di un burattino che non sappia di essere legato ad un filo ma inconsciamente tenti disperatamente di liberarsi da tale filo.

Era il 1904 quando Luigi Pirandello pubblicò “Il fu Mattia Pascal”; il periodo era per lui particolarmente infausto. Il dissesto finanziario dello scrittore si era aggravato dopo una serie di rovesci relativi alle sue proprietà, e la moglie, Maria Antonietta Portulano, oltre ad essere fisicamente debilitata, soffriva un forte disagio mentale che contribuiva a popolare di fantasmi e maschere la scrivania pirandelliana. Forse Mattia Pascal andò a cercare Pirandello nelle lunghe notti di veglia alla moglie inferma; fatto sta che questo romanzo fu presto baciato dal successo del pubblico, soprattutto all’estero, e condensa in sé l’intera poetica pirandelliana. A partire dall’ossimoro del nome, Mattia Pascal. Mattia come la mattia del dialetto siciliano, ovvero la follia, la pazzia, la diversità, l’eccentricità. E Pascal come il filosofo francese, emblema della razionalità, della scienza, e assertore della dignità del pensiero umano, ma anche della consapevolezza della caducità dell’uomo, il quale è perseguitato dalla cognizione della propria finitezza. Proprio come il protagonista di questo romanzo, animato da uno sguardo a suo modo diverso (e ben rappresentato da quell’occhio leggermente storto che un giorno, come tutti i diversi di questo mondo, Mattia sentirà il bisogno inutile di correggere) e reso filosofo dalla scoperta che la libertà cela la prigionia.

La storia è celeberrima. Mattia Pascal, in fuga dal suo paesino natale, Miragno, abbandonata un’opprimente e trista famiglia, si ritrova a vincere una grossa somma di denaro al casino di Montecarlo, e successivamente ad apprendere da un giornale la notizia della propria morte… Il cadavere di un uomo morto suicida è stato infatti scambiato per lui. Sembra essere l’inizio di una nuova identità e di una nuova vita per Mattia Pascal sotto le fresche spoglie di Adriano Meis, ma vita non può esserci laddove non si è riconosciuti dalla società, e l’uomo che fuggì da Miragno si ritrova ad essere non più Adriano Meis e non più neanche Mattia Pascal, anche se un tempo lo fu.

Storia tragica e drammatica. Ma al contempo ironica e umoristica, giacché l’assolutezza non appartiene alla modernità, non può appartenere alla modernità, se è vero che il Caos (precedente nome di una borgata della natia Girgenti, coincidenze della vita) domina scopertamente le vite degli uomini, e che essi, per non lasciarsene sopraffare, si identificano con ruolo precisi, assegnati dalla società, calando sul proprio viso una maschera. Sotto la quale vi sarà un’altra maschera, e poi un’altra ancora, nell’impossibilità di definire mai un volto vero e autentico. Solo la follia, la mattia, può far scorgere all’individuo il proprio volto. E la follia è qualcosa a cui Adriano Meis – fu Mattia Pascal – è disposto a rinunciare pur di amare Adriana, sua omonima anima gemella, dolce e pura da risvegliare nel protagonista quelle disposizioni positive che l’asprezza della vita sino a quel momento condotta gli aveva fatto perdere. È disposto anche a rinunciare al suo occhio storto, che lo rende immediatamente identificabile e senza il quale il nostro scopre di avere un’inimmaginabile somiglianza con il fratello “normale”. Ciò che Adriano Meis non vuole ammettere è che la morte domina la vita (la sua in particolare), cosa che il signor Paleari gli ripete continuamente, come osserva il protagonista che quasi ne deride l’ossessione – ma al di là di questa derisione si intuisce che Pirandello ha affidato molte delle battute chiave proprio a Paleari, il quale, pur non avendo un ruolo narrativamente rilevante, si fa portavoce delle parole principali del romanzo. Prime tra tutte, quell’invito ad assistere all’Elettra di Sofocle messa in scena da una compagnia di burattini:

 

Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.

 

Un buco nel cielo di carta: che reazione avrebbe Oreste se, mentre sta declamando il suo dolore, qualcuno squarciasse il cielo di carta rivelando l’artifizio scenografico e seminando il dubbio nella marionetta? Oreste diventerebbe Amleto. L’assolutezza del personaggio antico si trasformerebbe nella contraddittorietà e nel dubbio dell’amletico personaggio moderno. Essere o non essere? Vita o forma? Suprema tragedia o umoristica beffa?

Impossibilitato a scegliere, il nostro protagonista rimane privo d’identità, privo di famiglia, privo di un proprio ruolo nella società, per la quale ormai è morto e sepolto. Romanzo che non invecchia pertanto, nonostante si respiri l’aria della Roma umbertina (anche se storicamente trattasi di Roma giolittiana) che ritroviamo in tanta letteratura coeva, romanzi dannunziani in primis; anche se il personaggio di Adriana è forse talmente funzionale alla narrazione da risultare piuttosto piatto e convenzionale – grazia e dolcezza materne sono in fondo gli stereotipi delle donne cantate dagli scrittori italiani da secoli, e anche qui potrei far cenno alla Maria de “Il Piacere”. Ma al di là di questi elementi, che ricordano l’epoca a cui il testo appartiene, la spaccatura della modernità rimane ad oggi irrisolta, e Pirandello continua ad esserne il maggiore cantore.

 

Beate le marionette, ― sospirai, ― su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, nè ritegni, nè intoppi, nè ombre, nè pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener sè stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poichè per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato.

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *