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“Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, R. L. Stevenson (1886)

È certo molto rassicurante pensare che il genere horror crei personaggi e situazioni che nulla hanno a che fare con la realtà e che sia un mondo di evasione totale, per emozionarsi con sensazioni che nella vita reale non si avrà mai modo di provare. Peccato che ogni genere letterario, e ogni produzione artistica, sia figlia dell’epoca in cui è nata, e se il XIX è il secolo in cui proliferano il gotico e l’horror, non è semplicemente perché si tratta di letteratura d’evasione per amanti delle emozioni forti, ma perché le paure e gli istinti di un secolo di grandi cambiamenti, di un mondo borghese sempre più protagonista della Storia, si esprimevano in mostri e allucinazioni cupe e tenebrose. Nascono così personaggi ancora presenti nell’immaginario collettivo, come Frankenstein (di Mary Shelley), Dracula (Bram Stoker), e come Jekyll e Hyde, del grande scrittore Robert Louis Stevenson. “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” (“Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde”), pubblicato nel 1886 e reso popolare da innumerevoli trasposizioni che lo hanno reso, per antonomasia, la più famosa storia sul tema del doppio.

Eppure, accostandosi al testo originale di Stevenson e dimenticando tutte le riletture di cui la vicenda è stata oggetto, si scopre un romanzo che ha ancora molto da raccontare e su cui far riflettere, ed emerge l’inevitabile banalità che appiattisce tutto quanto sia diventato pop.

La vicenda è nota ma giova ricordarla. Lo scienziato Henry Jekyll ha lavorato ad un composto che, una volta assunto, lo trasforma privandolo della coscienza e di ogni freno inibitore. Tale personalità, che prende il nome di Edward Hyde, appare prima ancora del dottor Jekyll nelle prime pagine del libro, allorquando scatena la furia degli astanti (in una strada fino a poco prima deserta) dopo aver urtato una bambina e averci tranquillamente camminato sopra. Che Jekyll e Hyde siano due diversi aspetti di una stessa persona, e che pertanto uno dei temi portanti della narrazione sia il conflitto tra Bene e Male, e la loro insanabile e contraddittoria presenza nell’essere umano, è noto. Ed è anche meno scontato di quanto la popolarità della vicenda l’abbia reso, perché è facile ridurre tutto al manicheismo che vuole il Buono e il Cattivo nettamente separati, ed è meno semplice invece accettare che la personalità del dottor Jekyll è già complessa e articolata di suo, e che Hyde non sia il suo alter ego negativo, bensì il frutto del desiderio di Jekyll di esplorare il Male nella sua totalità, di cedere ai propri istinti senza essere frenato dalla paura e dalle convenzioni repressive.

Ciò che invece non solo è meno noto, ma non è nemmeno scontato, è che la caratterizzazione dei personaggi secondari e, in generale, dell’Inghilterra vittoriana, abbia lo stesso peso, sul piatto della bilancia, della vicenda del protagonista. E a volte, durante la rilettura, mi è capitato di pensare che ne avesse addirittura di più. Stevenson è fine scrittore. Il lettore superficiale chiude il libro convinto d’aver appena concluso una storia di aberrazione conclusasi grazie alla virtù di uomini dai retti sentimenti. Il lettore attento ha molte meno certezze al riguardo, e sa che uno scrittore come Stevenson non sceglie le parole a caso, non indugia in descrizioni inutili, non ha bisogno di imbrattare le pagine e di far volume. I dettagli, in questo caso, sono fondamentali, e i dettagli ci raccontano di un’ambiguità altrettanto presente nell’integerrimo avvocato Utterson, a cui la curiosità morbosa fa perseguitare il mostro diverso con quella caparbietà spietata che solo coloro che si ergono a paladini di una caccia alle streghe possono avere; e la repressione degli istinti, delle passioni e dei desideri, in un mondo in cui le convenzioni soffocano la vita, porta poi alla loro fuoriuscita in altri modi, in altre sedi. Ad una rilettura attenta del romanzo il vero nerbo della storia, che si legge in filigrana, sembra proprio essere l’ipocrisia di chi si erge a giudice, di chi vorrebbe ma non può e allora osserva chi può, e lo spia, e lo bracca. Si potrebbe discutere tanto delle suggestioni e dei sottotesti suggeriti dall’opera, ma perché privarsi del privilegio di leggerla e gustarsela da sé?

Lettura consigliatissima.

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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