Attualità,  Riflessioni personali

L’importante è guardare in avanti – parte seconda

È notizia di ieri l’ennesimo caso di bambino deceduto per esser stato dimenticato in automobile dal genitore. Non è mia intenzione commentare il caso o esprimere giudizi, penso sia già uno di quegli eventi che devastano fino all’ultimo giorno la vita di chi sopravvive, senza che ci si metta anche l’opinionista di turno a infierire.

Mi ha però colpito qualcosa nell’ascoltare notizia e commenti durante un TG su rete pubblica. Si parlava del progetto di disporre le automobili di una sorte di allarme che ricordi all’autista la presenza del seggiolino agganciato in automobile. Mi pare che l’idea fosse pressapoco questa; idea nata proprio da un padre che ha subito lo stesso trauma. E posso capire, profondamente capire, il suo desiderio di evitare che tragedie di questa agghiacciante banalità accadano ancora.

Quello che non capisco (o meglio, temo di capirlo fin troppo bene), è perché i media, espressione di una politica che rimane tacita e indifferente, discutano di amnesia dissociativa e di soluzioni tecnologiche per rimediare a queste “dimenticanze”, come se il problema non fosse a monte, non fosse nel dover rimuovere dal nostro modo di vivere quella cappa di stress mentale, fisico e psicologico, che rende poi possibili tragedie apparentemente incomprensibili come questa, o come tante altre che paiono davvero criminose ma che spesso hanno una comune origine alla presente. Davvero ci siamo ridotti a sperare di non essere mai noi quelli a soffrire di amnesia dissociativa, o di depressione, o di qualsiasi altra patologia che spesso e volentieri si radica e si amplifica nel frenetico e soffocante ritmo della vita quotidiana? Davvero ci siamo ridotti a pensare “a me non capiterebbe mai una cosa simile”, a sperare che le cose brutte accadano sempre agli altri? O a mettere la vita di un figlio nelle mani di una spia dell’automobile?

Ecco, quest’ultima proposta è quella su cui proprio non riesco a smettere di pensare.

Ribadisco che comprendo perfettamente le ragioni di chi l’ha formulata, e non è ad esse o a lui che intendo riferirmi.

Ma un servizio d’informazione, non dovrebbe porsi in maniera critica nei confronti delle notizie? Non dovrebbe ritenere inverosimile che il problema sia quello della spia dell’automobile, e puntare piuttosto sulle radici sociali e culturali alla base di tali preoccupanti fenomeni?

Sembra quasi di vivere in una bolla che viene presentata come il migliore dei modi di vivere possibili, ma stiamo messi parecchio male se dobbiamo affidarci alla tecnologia per ricordarci dei nostri figli.

Da studenti, la scuola ci chiede sempre meno… meno studio, meno impegno, meno sacrificio.

Da figli, i genitori ci chiedono sempre meno… meno regole, meno limiti, meno responsabilità.

Da cittadini, chi ci governa ci chiede sempre meno… forse un giorno davvero chiederanno ad un computer di bordo di ricordarsi dei nostri figli al nostro posto.

In questo costante processo di deresponsabilizzazione, si crea lo spazio perché finalmente il mondo del lavoro e quello dei consumi possano esigere tutta la nostra attenzione.

E non c’è pericolo che un giornalista me lo faccia presente. Ancora una volta, il dito indica la luna e noi continuiamo a guardare il dito.

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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